Go-Betweens: in ricordo dei

Chi mi legge sulle pagine del “Mucchio” si sarà imbattuto, nell’ultimo numero, nella mia recensione di “Carrington Street”, ottimo album d’esordio del duo Adele & Glenn: bella collezione di “folk-pop giulivo… beat con chitarre jingle-jangle… e squisite ballate di ineffabile languore”. Siamo dalle parti degli indimenticati (spero) e indimenticabili (per me) Go-Betweens e strano sarebbe stato altrimenti, giacché dell’ultima edizione del sodalizio fra Robert Forster e Grant McLennan ragazza – Adele Pickvance – e ragazzo – Glenn Thompson – erano la sezione ritmica. Mi è sembrata una buona scusa per ritirare fuori un articolo che dedicai a questi meravigliosi Australiani quando si erano appena rimessi – artisticamente – insieme e nessuno poteva ancora immaginare né quanto sarebbe stato proficuo il rinnovarsi della collaborazione né quanto inatteso e tragico il finale di partita, con McLennan stroncato da un infarto nel maggio 2006, quarantottenne.

La musica dei Go-Betweens fa l’effetto di un’alba primaverile vissuta su una spiaggia deserta: aria fresca, vento fra i capelli e teneri ricordi infantili che si mischiano a pene d’amore e promesse di gioia.

Mi sia consentito una tantum il vezzo dell’autocitazione: scrivevo così, fra tante altre cose che non riporto (siccome eravamo proprio brutti da piccoli), riguardo a “Before Hollywood” in un ormai lontanissimo “Mucchio” del settembre 1983. Ho scoperto di recente, con gioia, che tante cose sono cambiate da allora per me, quasi tutto, ma non le sensazioni che mi dà la musica di questi (non più) ragazzi australiani. Sul serio “amici ritrovati”, come titolava la recensione di “The Friends Of Rachel Worth”. Suppongo che avrei dovuto sentirmi più vecchio riascoltando quegli impasti di voci fra malinconia e sorriso e chitarre baciate dal sole. Al contrario! Più giovane, e speranzoso che altri – ahem – giovani come me a questo giro si innamorino anche loro. Infantilmente felice che la rimpatriata abbia avuto finora esiti non solo niente affatto deludenti (come accade di norma nelle riunioni di reduci) ma persino entusiasmanti. E un po’ mi ha colto il rimorso di averli traditi io pure questi amici nel decennio, i ’90, che la loro assenza ha reso più triste, non seguendo come avrebbero meritato le carriere solistiche di Grant McLennan e Robert Forster, quattro album a testa (curioso che Forster, nell’intervista concessaci, ne scordi uno) e tutti, come i frutti del loro sodalizio, benedetti da buone recensioni e maledetti dall’indifferenza del pubblico.

Frugo fra il poco che ho in casa e tiro fuori dagli scaffali “Warm Nights”, di Forster, AD 1996. Lo riascolto. Carinissimo e qui e là qualcosa di più. Come in Rock’n’Roll Friend, testo quantomai significativo che scorre su un organo sì liquefatto che scommetteresti che dietro sia seduto Al Kooper, a fare esercizi di riscaldamento per accompagnare il Bob Dylan di “Blonde On Blonde”. Una melodia squisita. Non ci si sorprende a notare in calce una doppia firma: Forster/McLennan. Non accadeva dall’88 e fu uno dei tanti segnali che l’amicizia fra i due, come la complementarietà degli stili compositivi, era sopravvissuta alla fine del loro gruppo. Un’occasionale serata insieme – a Toronto nel 1991, di spalla a Lloyd Cole – aveva fatto circolare voci di un ritorno dei Go-Betweens quando ancora era fresco il lutto per la loro dipartita. Un tour mondiale compiuto congiuntamente da Robert e Grant sette anni più tardi provvederà a dare solidità alle ipotesi di un rinnovarsi della loro collaborazione. E fu giusto durante quella campagna concertistica che… Ma sono cose di cui avete potuto leggere, con bell’abbondanza di particolari, prima di arrivare a queste righe e il mio compito è di narrare vicende assai più antiche.

È una storia che prende le mosse a Brisbane – Australia ricca e destrorsa, financo razzista, com’ebbe a lamentare Forster in una delle sue prime interviste britanniche – nel 1977. Frequentando entrambi la locale università, il ventenne Robert  e Grant McLennan, di un anno più giovane, hanno modo di conoscersi e  fraternizzare, scoprendo comuni amori per il primo Bob Dylan elettrico, Patti Smith e due nuovi complessi che in quei mesi stanno infiammando New York, i Television e i Talking Heads. Tutte lezioni che saranno chiaramente individuabili nella musica che cominceranno a suonare da lì a breve – inventando accidentalmente gli Smiths ma non depositando, ahiloro, il brevetto. Nel lato A del primo 45 giri, licenziato dalla neonata formazione nell’ottobre ’78 per la locale Able Label, predomina però una meno nobile influenza, tuttavia orgogliosamente rivendicata.

I Go-Betweens vennero pensati inizialmente come un incrocio fra i Monkees e Patti Smith. I primi erano splendidamente pop ma a livello di testi valevano poco. La seconda scriveva liriche memorabili più delle melodie. Abbiamo sempre considerato Micky Dolenz la star per antonomasia dei ’60. Ogni volta che penso ai Monkees mi vengono in mente un mattino pieno di sole e di colori scintillanti, e gli occhi di David Jones. La musica dei Monkees raggiunse una perfezione cui il pop da allora può solo aspirare invano. Last Train To Clarksville è stata già scritta e ciò che ci è rimasto è la nostra inadeguatezza.” (Robert Forster)

Sarà pure imperfetta ma Lee Remick, dedicata alla celebre attrice che non mancherà di ringraziare con una foto con dedica, è una delizia di beat canterino che si imprime svelta nella memoria. Ove nel retro, Karen, ferma restando l’immediatezza di impatto si insinuano derive wave. Ancora meglio sarà il di un anno successivo People Say/Don’t Let Him Come Back, sempre su Able Label, una prima facciata marchiata da tastiere garagiste, una seconda da un’armonica puro Zimmy. All’indomani della sua uscita entra in squadra la batterista Lindy Morrison, in sostituzione di tal Tim Mustafa che a sua volta aveva rilevato talaltro Dennis Cantwell. Non viene sostituito l’organista Malcolm Kelly, una meteora, pur’egli dimissionario. I Go-Betweens partono per la Gran Bretagna in cerca di fortuna. Ne hanno poca, dacché la scozzese Postcard – l’etichetta dei Josef K, degli Orange Juice, dei primi Aztec Camera: la migliore casa discografica immaginabile per i nostri eroi, dunque – chiude i battenti dopo avere pubblicato loro un unico singolo, I Need Two Heads/Stop Before You Say It (come dire? Cure primigeni vs. Talking Heads idem), e con un altro, Your Turn, My Turn/World Weary, pronto per essere pressato. Segue un mesto ritorno a casa.

A Brisbane nei primi mesi del 1981 viene registrato un demo con dieci brani concepito come lavoro preparatorio per un LP che stenta però a trovare un editore. Per una volta è un bene perché il gruppo, forse per la delusione per l’infausto esito della trasferta europea, sembra stanco, appannato. Recuperate anni dopo con una grafica che sa di bootleg (ma la stampa è legale) in “Very Quick On The Eye”, le canzoni appaiono nell’insieme assai meno ispirate della mezza dozzina edita fino a quel momento su 7”. Si salvano le quattro che verranno riprese sul debutto adulto in versioni peraltro superiori (One Thing Can Hold Us, la verlainiana Ride, Arrow In A Bow e Careless), la depressa Sunday Night e una Hope che profuma appena di Byrds. Le danneggia indistintamente una produzione piatta che ne avvilisce ogni buona intenzione.

“Send Me A Lullaby” vede la luce nel giugno del 1982 – in Australia su Missing Link, in Inghilterra (dove da lì a poco il trio tornerà)  su Rough Trade – ed è la stessa musica, ma più frizzante. Chitarre scampanellanti e ritmi sincopati, voci qui accorate e là giocose, seduzioni folk-rock e sentori new wave, ombre di Only Ones e Velvet Underground che si allungano e in generale schemi che presto Morrissey e Johnny Marr riproporranno con fortuna assai superiore. La critica si spella le mani, il popolo bue se ne frega. Potrebbe anche starci, per questo disco. Non per il seguente “Before Hollywood”, un’indimenticabile faccenda della primavera dell’83. C’è di nuovo un organista, l’ospite Bernard Clarke, kooperiano DOC, e quel che più conta ci sono dieci brani sensazionali. Fra la scansione urgente di A Bad Debt Follows You e i-Byrds-che-suonano-con-Dylan di That Way, uno scrigno di meraviglie che andrebbero citate tutte. Me la cavo con tre: l’ipnotica Cattle And Cane, una By Chance incongruamente funky e Dusty In Here. Davvero un capolavoro quest’ultima: voce sospesa, piano a grappoli e inconsolabili fantasmi a passeggio. Il 33 giri, pur vantando una rassegna stampa con pochi pari nel decennio, vende poco e a passeggio si ritrovano pure i Go-Betweens. Devono essere loro i più stupiti quando li ingaggia la Sire, sottomarca della Warner, a sua volta un terzo dell’impero WEA. Essendosi aggiunto Robert Vickers al basso, consentendo a McLennan di spostarsi alla seconda chitarra, adesso sono di nuovo in quattro.

Immagino che gli addetti al marketing si siano sfregati le mani ascoltando Bachelor Kisses, la canzone delegata a inaugurare nel luglio 1984 “Spring Hill Fair”. Ne avevano ben donde: un esempio di pop perfetto, che chiunque avrebbe detto invincibile. E invece nisba. Mentre gli epigoni Smiths impazzano, Bachelor Kisses manca le classifiche. “Spring Hill Fair” si adegua e altrettanto fa la Sire, fulminea nel rescindere il contratto. E così un altro album splendido si perde nel limbo dei dischi “di culto”, con quella Dusty In Here ancora più strepitosa che è l’ispida River Of Money (come se nei Birthday Party ci fosse stato John Cale in luogo di Nick Cave), la tristezza che suona paradossalmente smithsiana di Part Company, i Television folkie di Unkind & Unwise, la ritmica pestona e la solista tagliente/stridente di Man O’ Sand To Girl O’ Sea.

Adoravo ascoltare i Beatles tentando di scoprire chi aveva scritto un determinato brano e chi lo cantava. Mi piace molto quando questo accade in una band.” (Grant McLennan)

All’incirca: Forster è quello delle canzoni più sobrie, austere addirittura (cioè John Lennon); McLennan quello che non si lascia mai sfuggire un ritornello brillante quando gli passa davanti (Paul McCartney). Poiché i due da “Liberty Belle And The Black Diamond Express” prendono a firmare congiuntamente, il giochino chi ha scritto cosa appassiona subito. Tutti pronti a scommettere che quella Bachelor Kisses minore che è Spring Rain sia farina di McLennan. Probabile, ma chissà. In fondo Dusty In Here era proprio di costui (in fondo Helter Skelter l’ha scritta McCartney). Sia come sia, “Liberty Belle” è il terzo pannello di un trittico da stringersi forte al cuore. Lo dà alle stampe nel marzo 1986 l’unica etichetta che sosterrà in ogni modo i nostri amici (anche nelle loro carriere solistiche), la Beggars Banquet. Commercialmente è l’ennesima delusione, artisticamente un altro trionfo, con archi, fisarmoniche, un vibrafono che si insinuano con una discrezione che in seguito smarriranno nelle maglie di un’epica campagnola che in certi fragenti si direbbe sappia di R.E.M., non fosse che i Georgiani sono arrivati dopo (da quei galantuomini che sono, pagheranno il debito invitando i Go-Betweens ad aprire un loro tour).

Ricordo di avere visto due volte i Nostri in quegli anni, al torinese Big Club. La prima eravamo sessanta in platea, compresi i componenti del gruppo di supporto. La seconda qualcuno in meno. Abbastanza da far pensare che il mestiere che faccio sia di sensazionale inutilità.

Si può sopportare un numero limitato di fallimenti. Fra rimescolamenti e allargamenti di organico, i Go-Betweens pubblicano altri due album, “Tallulah” nell’estate ’87 e “16 Lovers Lane” un anno dopo. Non del tutto convincenti, appesantiti a tratti da arrangiamenti infelici. Il primo entra nelle graduatorie britanniche, fermandosi al numero 91. Il secondo va dieci piazze oltre. Troppo poco. Inevitabile lo scioglimento. Del ritorno sapete. Posso formulare due auspici: che ci vengano regalati altri lavori della dolcissima bellezza di “The Friends Of Rachel Worth”; che le mutate condizioni di un mercato discografico in cui, sapendosi gestire, si può sopravvivere con meno di un tempo mantengano a lungo fra noi i Go-Betweens. Cerchiamo di meritarceli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.416, 31 ottobre 2000.

5 commenti

Archiviato in archivi

5 risposte a “Go-Betweens: in ricordo dei

  1. Visionary

    Che bravi che erano i Go-Betweens, mamma mia. E quanto mi piacevano; un paio di amici ogni tanto mi ricordano ancora di come rimasi a bocca aperta quando partirono le prime note di “Spring Rain” durante la proiezione di Qualcosa di Travolgente 🙂
    Eddy, sapendo da sempre della tua passione per loro, mi sono sempre chiesto, da 1 a 10, quanto ti stessero sugli zebedei gli Smudge:

    • Ma no… Negli scaffali ho anche un album loro (sostanzialmente una raccolta di singoli: carinissima) in cui quel pezzo figura.

      • Visionary

        “Tea, Toast & Turmoil”, ce l’ho anche io ed in effetti è molto carina; però potevano anche risparmiarselo quel pezzo, se non ricordo male McLennan non la prese affatto bene all’epoca.

  2. posilliposonica

    Due note:
    1) Go-Between, nome rubato ad un film Di J. Losey del 1971 (in Italiano Messaggero d’ Amore).
    2) “Tea, Toast & Turmoil” lo comprai spinto da recensioni che facevano
    paragoni con il suono Lemonheads (fase pop).Epigoni diligenti.

  3. Massimo Borgognone

    I Go-Between fanno parte di una cerchia di artisti che adoro, come Belle & Sebastian, Pearlfishers e altri, di cui raramente conosco i titoli delle canzoni, metto sù qualsiasi disco e vai.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.