Ty Segall Band – Slaughterhouse (In The Red)

Quel che si dice avere le idee chiare: intervistato nel 2010 all’altezza dell’uscita di “Melted”, suo secondo, terzo o quarto album in proprio (a seconda che si contino o meno uno uscito solamente in cassetta e un altro pubblicato su nastro e vinile), il californiano Ty Segall eleggeva a programma artistico l’intenzione di dare “un bel calcio in culo al rock”. Non precisava se l’avrebbe assestato da solista o con uno o più dei ben cinque gruppi (contare per credere: Traditional Fools, Epsilons, Party Fowl, Sic Alps e Perverts) che teneva a quel punto in piedi contemporaneamente e che ora, con la nascita di una sua Band, sono divenuti formalmente sei (per quanto a scorrerne gli organici si abbiano delle sorprese). A proposito di stakanovisti: non era che fine aprile quando il nostro uomo pubblicava il ruspante “Hair” in collaborazione con quell’altro bello spostato di Timothy Presley, uno che di band ne ha “appena” quattro e che come White Fence propugna “il ritorno dell’assolo di chitarra nel rock’n’roll”. Che dire? Un album quello – divertita e divertentissima centrifuga di garage e psichedelia, punk, rockabilly, surf e folk-rock – che bisognerebbe convincere Nick Hornby a scrivere un seguito di “Alta fedeltà” giusto per farlo commentare alla combriccola del negozio di dischi. Chiedo venia per non avervelo raccontato a suo tempo e, nell’attesa che in autunno veda la luce un terzo lavoro del Nostro (“Twins” è già programmato in uscita il 9 ottobre su Drag City), rimedio raccontandovi quello che il giovanotto annunciava come “un incrocio fra Stooges, Hawkwind e Black Sabbath… space rock come se lo suonasse Satana”. O mi sto confondendo con il prossimo?

In effetti a parte la conclusiva, pletorica e pure un po’ fastidiosa Fuzz War – dieci minuti in animazione sospesa che paiono messi lì giusto per portare a quaranta il totale quando Segall è un abbonato alla mezzoretta – di space rock direi non vi sia traccia in “Slaughterhouse”. Di Stooges invece sì, eccome, ma a patto che di Iggy e antichi sodali si riesca a immaginare una versione più rozza: un po’ Trashmen (dosi massicce di surf in I Bought My Eyes), un po’ Kingsmen (Muscle Man una piccola Louie Louie), un po’ un’imitazione approssimativa dei Sonics dai solchi di un qualche “Back From The Grave” (Tell Me What’s Inside Your Heart). Altro in cui vi imbatterete fra la psichedelia rovinosa di Death e l’assalto frontale di Mary Ann: dei Nirvana da nosocomio (la traccia omonima); un Fred Neil arruolato negli Standells (That’s The Bag I’m In); un Bo Diddley dissociato e licantropo (Diddy Wah Diddy). Il tutto, va da sé, in gloriosa bassissima fedeltà.

2 commenti

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2 risposte a “Ty Segall Band – Slaughterhouse (In The Red)

  1. giuliano

    caro eddy, tanto mi è piaciuto hair quanto non riesce ad prendermi slaughterhouse, nonostante recensioni più che positive in giro nel mondo. Conciso e a fuoco il primo, rumorosamente confuso il secondo: mettiamola così, un po’ all’ingrosso.
    Maybe I should give it another spin. O no?

    • Segall è il nuovo Billy Childish. Produce troppo e i dislivelli qualitativi fra album e all’interno del singolo album possono essere vistosi. Se invece che fare tre dischi in pochi mesi si concentrasse su un unico progetto e scegliesse solo il meglio potrebbe essere un grande. Ma forse non sarebbe più Ty Segall.
      Però a “Slaughterhouse” io un altro passaggio lo concederei.

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