Archivi del mese: luglio 2012

The Gaslight Anthem – Handwritten (Mercury)

Be’, però così non vale. Già ho un porco debole per te e che mi combini?  Tre minuti e mezzo dentro il tuo quarto album parte la traccia che lo intitola e nel primo verso mi interroghi la Rosalita o la Mary di turno su quale sia la sua canzone preferita e subito dopo confessi che la tua quando eri giovane ti faceva piangere. E ti fa piangere ancora. Ecco. Fottuto. Trentadue secondi e Handwritten è tatuata per sempre sul mio cuore, Brian Fallon definitivamente dentro un pantheon di eroi che aveva già prenotato da un po’. E adesso? Adesso magari voi pretendereste una recensione ponderata e obiettiva della prima uscita per una multinazionale di questi operai del rock’n’roll – con alla testa un poeta – che rispondono al nome di Gaslight Anthem. Chiedetela ad altri. Da me non avrete che ciò che ci si può attendere da un uomo ridicolo che, all’età che ha, ascoltando certe canzoni si commuove immancabilmente come fosse… l’82? La vita intera lì davanti, colma di sogni da sognare, di strade su cui correre. Oggi scrivo per rendere grazie di quei sempre più rari momenti in cui mi sembra che sì, che in fondo il rock’n’roll mi abbia dato più di quello che mi ha rubato. Astenersi hipsters.

Riassunto delle puntate precedenti per chi se le fosse perse. Organico a quattro che non cambierà mai e accanto al cantante e chitarrista Brian Fallon schiera alla seconda chitarra Alex Rosamilia, al basso Alex Levine e alla batteria Benny Horowitz, i Gaslight Anthem si formano nel 2006 a New Brunswick, New Jersey, e vedete bene voi pure che in ciò stava iscritto un destino: Springsteen è il modello cui rifarsi, ma un modello cui si guarda dalla prospettiva di chi, venuto al mondo nell’anno di “The River”, frequentava l’asilo quando i Replacements davano alle stampe “Let It Be” e le medie inferiori quando usciva “Nevermind”. Dal giorno uno i ragazzi indossano gli abiti del blue-collar rock con nelle asole spillette punk in luogo dei bottoni, coppole da E Street Band circa ’74 calcate in testa ma pure cappelli da sentimentali cowboy metropolitani, teppisti  prison bound sulle orme di Mike Ness. “Siamo disperati,/ma ci siamo abituati”, cantavano gli X quando nessuno dei Gaslight Anthem era nato e a quella disperazione – che è la stessa che in maniera uguale ma diversa fregò un Bob Stinson come un Kurt Cobain – i Gaslight Anthem non vogliono arrendersi. E la sapete una cosa? Questo arnese in progressivo disuso che chiamiamo rock qualche favola bella sa ancora raccontarla. Nel 2009 sul palco di un Glastonbury Festival che si sono guadagnati con due album – “Sink Or Swim” del 2007, “The ’59 Sound” del 2008 – che hanno raccolto consensi importanti ma limitati alla scena punk i nostri amici vengono raggiunti da… esatto… Lui. Bruce. In carne e Stratocaster. Nelle settimane seguenti le vendite dello smilzo catalogo si impennano del 200% e quando nel 2010 “American Slang” raggiunge i negozi non vi è chi non pronostichi ai Nostri un futuro da star. Non c’è più bisogno di scegliere fra i Clash e Tom Petty, scrive qualche entusiasta. Soprattutto per chi fra i Clash e Tom Petty ha sempre scelto entrambi, aggiungo io.

Ormai da ogni punto di vista nella serie A della popular music a stelle e strisce, da una SideOneDummy non più in grado di gestirli i Gaslight Anthem traslocano inevitabilmente in area major e ne approfittano per garantirsi il produttore dei sogni, quello che ha lavorato sia con Springsteen (secondo me combinando disastri, ma tant’è) che con quegli altri loro conclamati idoli, i Pearl Jam. Mossa apparentemente rischiosissima e invece azzeccata in quanto proprio con Handwritten, e un qualche merito ce l’avrà dunque pure Brendan O’Brien, Fallon e compagni metabolizzano definitivamente i maestri e così facendo cominciano a diventare i Gaslight Anthem e basta. Sempre e inconfondibilmente loro, che si pongano in scia ai Social Distortion come in un’incalzante “45” o intreccino DNA Pixies e Byrds come in un’energica quanto poppissima Here Comes My Man, che evochino John Mellencamp in Mulholland Drive o Paul Westerberg in Keepsake. Positivamente eroici in Biloxi Parish, struggenti in Mae. La canzone più memorabile (persino più della traccia omonima) sarebbe l’ultima e che ironica meraviglia che si intitoli National Anthem una faccenda così soffusa, acustiche arpeggiate e archi che si insinuano fra una citazione di Lennon e una trama che lega One Step Up a I Wish I Were Blind, per pagare l’ultimo debito al Boss e poi congedarlo. Sarebbe l’ultima, ma se a un euro o due in più vi portate a casa la dannata “Deluxe Edition” potrete godere ancora della deflagrazione a gola e amplificatori spiegati di Blue Dahlia e di due belle cover: Sliver dei Nirvana, You Got Lucky di Tom Petty. Azzarderei che Fallon a livello di scrittura sia ormai lì e sta ora a voi decidere se fidarvi o meno di un venerato maestro – oppure no – forse già preda di amori senili.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (81)

The Replacements – Unsatisfied (da “Let It Be”, Twin/Tone, 1984)

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Audio Review n.335

È in edicola il numero 335 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album di 2:54, Adele & Glenn, Aesop Rock, Beak>, Dexys, Dirty Projectors, Friends, Fay Hallam & The Bongolian, Lawrence Arabia, Milk Maid, Mission Of Burma, Laetitia Sadier, Baba Sissoko Afro Blues, Nick Waterhouse e Ben Zabo e di recenti ristampe di Annette Peacock e Bill Withers. Nella rubrica del vinile ho scritto di David Bowie, Joe Cocker e Curtis Mayfield.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (82)

Santana – Evil Ways (da “Santana”, Columbia, 1969)

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Baroness – Yellow & Green (Relapse)

Probabilmente se non avessi messo su per sbaglio prima il secondo dei due CD che compongono questo terzo album del quartetto di Savannah – e non fossi dunque rimasto completamente stregato dal Green Theme: così suonerebbero gli Shellac se fossero The Band – non sarebbero tre giorni che ascolto quasi solo i Baroness. Ma se non mi fossi accorto dell’errore e non avessi ripristinato l’ordine giusto identico sarebbe stato il risultato: non sarei precipitato in questa sorta di piacevole buco nero, siccome fra i due dischi la mia preferenza va nettamente al Giallo. D’altro canto: al di là delle recensioni entusiastiche guadagnate ovunque nel 2009 dal precedente “Blue Record”, mi sarei mai ritrovato a frequentare questi Georgiani (d’adozione; virginiani di nascita) se le fantasmagoriche copertine fumettistico-psichedeliche che disegna per loro il cantante John Baizley non mi piacessero da pazzi? Escludo che mi sarei se no accostato a un gruppo usualmente catalogato alla voce “sludge metal”, oppure sotto “progressive metal”. Ambiti che in ogni caso erano lungi dal contenere appieno quello e il disco prima ancora – il “Red Album” del 2007; ossessionati dai colori i Nostri – e che non valgono più del tutto per quest’ora e un quarto che mercurialmente sfugge per tangenti per ogniddove.

Certamente l’opera più “morbida” dei Baroness – e in tal senso è fuorviante l’andar dietro a un liquido e incantato Yellow Theme del roboante riffeggiare di Take My Bones Away -, questo doppio è indubbiamente destinato ad allargare a dismisura la cerchia dei cultori sfondando presso il pubblico indie. Conquistando magari simpatie fra le tribù psichedeliche senza necessariamente perderne fra una neo-ortodossia hard che si era abituata a pronunciare “Baroness” nello stesso respiro in cui esalava “Melvins”, “Mastodon”, “Neurosis”. Favolosamente azzardati taluni incroci che i non più tanto ragazzi (formalmente in pista dal 2003, in realtà avevano già un discreto bagaglio di esperienze precedenti) provano in questo AD 2012: i Fugazi alle prese con i Rush (o erano i Big Country?) di March To The Sea; i Rage Against The Machine che si danno al post-rock di Eula (sfortunatamente un po’ sciupata da un assolo di synth che manco Keith Emerson); i Radiohead che si scoprono fans dei Thin Lizzy nella schiettamente pop-rock Board Up The House; i New Order che provano a rifare i Kiss (ma quelli che occhieggiavano alla disco) in una sicuramente ardita e però non felicissima Psalms Alive. Nove brani per disco, il primo celebra la sua complessiva supremazia con autentici capolavori quali Twinkler (immaginate dei Fleet Foxes più ombrosi) e Cocainium (come dei Pink Floyd rinati a Detroit e lì più colpiti dai Funkadelic che non dagli MC5). Il secondo sbanda nella parte centrale gia prima della menzionata Psalms Alive, con una Foolsong più sonnacchiosa che onirica dopo il bell’attacco di valzer e una Collapse più sfocata che gassosa, ma torna in quota prepotentemente con il John Fahey singolarmente ecumenico di Stretchmarker e il bulldozer melodico The Line Between. È un fatto però che anche quando non centrano il bersaglio i Baroness hanno un modo di fallirlo che si sta facendo loro e solo loro. Stupiscono sempre, senza dare mostra di volerlo fare.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (83)

Gram Parsons – How Much I’ve Lied (da “GP”, Reprise, 1973)

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Scarafaggi spiaggiati su un Sottomarino Giallo

Sia mai detto che da queste parti si facciano sconti, che ci siano figli e figliastri. Dopo avere recuperato una bella stroncatura di “Their Satanic Majesties Request” dei Rolling Stones, si rimette in pari la bilancia ripescando (in lieve ritardo sulla riedizione in Blu-Ray del film di cui è colonna sonora) uno scritto molto critico sull’unico disco dei Beatles del quale si può fare serenamente a meno: “Yellow Submarine”. Me ne occupavo nel 1999, in occasione dell’uscita del discusso e discutibile “Yellow Submarine Songtrack”, e questo breve articolo è nel mio catalogo una rarità assoluta: l’unico mai scritto per “Rockerilla”. Una semplice ospitata cui accondiscesi di buon grado.

It’s All Too Much, titola il brano di George Harrison cui sono delegati i saluti nella nuova versione di “Yellow Submarine”: se a essere morto fosse lui anziché il Dottor Winston O’Boogie, potete esser certi che qualcuno di quelli che interpretano i pezzi dei Beatles come se li avesse scritti Nostradamus ci avrebbe ormai informati che tale titolo vaticinava la gran gazzarra scatenatasi intorno al nuovo viaggio, a trentun’anni dal poco fortunato varo, del sommergibile giallo. It’s all too much, ma sul serio.

Fin troppo facile bastonare lo “Yellow Submarine” originale. È l’album dei Beatles che contiene meno canzoni dei Beatles, appena sei, di cui due al tempo già edite e le altre quattro non scritte per l’occasione ma recuperate, dopo essere state significativamente scartate, tanto per fare minutaggio. E nello stesso tempo, sicuro indice di mancanza di qualità, è quello che contiene più canzoni che sono diventate inni da stadio: ben due, quella scemata di All Together Now e il brano omonimo. Che già stava su “Revolver”, ricordate? Ho sempre avuto il sospetto che i lettori CD siano stati inventati per poterci permettere di saltarlo senza dovere alzare le terga dalla poltrona (o quello o per evitare Ob-La-Di, Ob-La-Da quando si ascolta il doppio bianco). E converrete che se in un disco dei Fab 2+2 i brani migliori (l’altro è Only A Northern Song) li ha scritti George Harrison, ebbene, dev’esserci proprio qualcosa che non va.

Se si guarda solo la scaletta, è un bel po’ più difficile sparlare dello “Yellow Submarine” appena riveduto e corretto con sospetto scrupolo filologico (“queste sono le canzoni dei Beatles che si ascoltano nel film”). Certo, sarebbe risultato migliore fossero sparite la title-track, All Together Now e magari All You Need Is Love (che non è diventata un inno da curva soltanto perché gli uligani hanno cuori come sassi), ma non lo si sarebbe più potuto chiamare “Yellow Submarine” e i contabili si sarebbero inquietati parecchio. E allora… Brani come Nowhere Man, Eleanor Rigby, Lucy In The Sky With Diamonds, With A Little Help From My Friends ovviamente non si discutono. Ma c’è qualcuno che non li abbia già a casa? E, se c’è, non farebbe meglio a procurarseli comprando gli album che li contenevano in origine? Quanto al favoleggiato, straordinario miglioramento della qualità sonora, non avendo toccato con orecchio mi limito ad annotare che a suo tempo le stampe stereo dei primi LP dei Nostri furono uno scandalo e che si tirò un sospiro di sollievo quando vennero riesumate quelle mono.

Se non siete inguaribili completisti, potete fare serenamente a meno di “Yellow Submarine” l’album, dell’una e dell’altra edizione e a maggior ragione della terza, che sarà probabilmente approntata (alla EMI non buttano mai via niente) per recuperare le partiture orchestrali di George Martin cassate dalla versione 1999. Risparmiate e investite piuttosto nella videocassetta o nel DVD: Yellow Submarine il film, con il quale i Beatles ebbero peraltro ben poco a che fare, è un’operina molto, molto graziosa.

Pubblicato per la prima volta su “Rockerilla”, ottobre 1999.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (84)

The Young Rascals – Good Lovin’ (da “The Young Rascals”, Atlantic, 1966)

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (21)

Sono vent’anni che ho perso di vista George Thorogood e un po’ era inevitabile considerando che non è che ci siano nei suoi album chissà quali scarti qualitativi e stilistici e, insomma, quando ne hai ascoltati otto li hai ascoltati tutti. Mi fa in ogni caso molto piacere averli, quegli otto, che seppure solo di uno rappresentano ancora la maggioranza della discografia in studio di uno dei chitarristi più hot e divertenti che abbiamo mai calcato i palchi del rock. Ah… dopo tutto questo tempo del baseball – ma solo del baseball, eh? – continua a non fregarmene nulla.

 

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (85)

The Temptations – My Girl (lato A di un singolo, Gordy, 1964)

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