Om – Advaitic Songs (Drag City)

Om - Advaitic Songs

Ci sono ceneri e ceneri dalle quali risorgere e poco prima della metà dello scorso decennio gli Om si levavano da un tappeto di tali superficie e spessore che uno avrebbe detto che a produrlo doveva essere stata un’intera tribù di rasta. Macché! Bastava un trio californiano di nome Sleep, che negli annali del rock si iscriveva nel 1993 con il suo secondo album, “Holy Mountain”: una delle interpretazioni più estreme che si ricordino di uno dei sottogeneri del metal più estremi, il doom. Detto per i non adepti: i primi Black Sabbath passati in moviola fino a un nulla dal fermo immagine. Nella Mitologia del rock i nostri eroi entravano invece rimediando un anticipo di alcune centinaia di migliaia di dollari dalla London per un terzo disco maggiore, che la stessa London rigettava quando “Jerusalem” si rivelava essere composto da un unico brano di oltre un’ora inneggiante alla marijuana. Senza scomporsi, i ragazzi spendevano un paio di anni letteralmente fumandoselo l’anticipo – la faccio breve: in realtà la saga di “Jerusalem” (che vedrà la luce rimaneggiato nel ’99 e e poi e più o meno nelle vesti originali nel 2003) è piuttosto complessa – e quindi si scioglievano. Salvo due su tre – il bassista e cantante Al Cisneros e il batterista Chris Haikus – rimettersi poi assieme come Om. Tre i lavori in studio pubblicati dalla sigla prima che Emil Aimos sostituisse Haikus, ma per quanto mi riguarda era il quarto e a ieri ultimo, “God Is Good”, a farmi perdere la testa. Riprendo in mano le mie liste dei migliori dischi del 2009 ed eccolo: ennesima metamorfosi sabbathiana, sì, ma collocata alle porte del cosmo che stanno in India e lì in fecondo dialogo, via dub, con Alice Coltrane  e i Popol Vuh. Vogliamo chiamarlo ancora metal?

Giusto per convenzione può ormai catalogarsi così questo nuovo “Advaitic Songs”, che reitera una volta di più immagini e terminologie religiose e al duo vede unirsi in pianta stabile Robert Aiki Aubrey Lowe: voce, tastiere, tanpura e assortite percussioni. Già avrete intuito che nei suoi solchi c’è ancora tanta India, ma è da una Addis presumibilmente Abeba che prende le mosse, fra i vocalizzi arabeggianti di una donna e trame alate di violoncello e tamburi che disegnano alla lunga un trasparente tappeto psych, un viaggio con l’unico difetto di durare troppo poco. Non si arriva ai tre quarti d’ora ed è il minutaggio medio elevato del singolo brano a dare all’opera il respiro ampio che le si confà. Residui sostanziali di passato solamente nel mostruoso riff che irrompe dopo una quarantina di secondi in State Of Non-Return. Un cantato malevolo contribuisce la sua parte a tenere il brano in un canone hard fintanto che il tutto non si quieta in un incantesimo che si vorrebbe prolungare all’infinito. E in un certo qual modo si prolunga con il sinuoso levitare, lo struggersi d’archi, la batteria spezzata e il gusto di raga sempre più preminente di Gethsemane. Dieci minuti ed è come fosse il primo movimento di una suite di mezz’ora che si sviluppa fra i bordoni sui quali si innestano voci salmodianti di Sinai e gli sconfinati pianori etno-lisergici di Haqq al-Yaqin. Aggirandosi per i quali più che a “Paranoid” viene da pensare a certi scorci di “Ummagumma”. A un film di Herzog, colonna sonora indovinate di chi.

6 commenti

Archiviato in recensioni

6 risposte a “Om – Advaitic Songs (Drag City)

  1. Orgio

    Solo un genio poteva partorire una definizione sorniona di una musica, il doom, che di sornione non ha proprio nulla del tenore di “i primi Black Sabbath passati in moviola fino a un nulla dal fermo immagine”. Chapeau.

  2. Uh..pure Sorge sull’ultimo Rumore ha chiuso la rece degli Om con sta cosa di Herzog, vi ha proprio presi così eh?
    Cmq a me non ha ancora convinto appieno, lo ascolterò ancora ma per me vince al momento il precedente.

  3. CliffSteele

    Caro Eddy, ho preso Advatic Songs e mi è piaciuto moltissimo. Cosa mi consigli nello stesso tipo. Oltre a God Is Good ovviamente.

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