Captain Beefheart: mai nessuno come lui

Ho già scritto più di una volta su VMO di quel bel colpo d’ingegno che ebbe Stefano Isidoro Bianchi inventandosi, nei primissimi anni di vita di una rivista (“Blow Up”) che ne ha ormai diciassette e nel mentre lo scrivo stento a crederci, una rubrichina a più mani chiamata Destroy Babylon. Laddove ci si divertiva a rimettere in discussione i grandi classici della storia del rock. Naturalmente, qualcuno li attaccava, qualcuno li difendeva, altri li esaltavano. Ma tutti senza rete. Quando fui chiamato a dire la mia sul Captain Beefheart più geniale e discusso di sempre non ebbi un secondo di esitazione riguardo a quale partito iscrivermi.

Da un paio di anni a questa parte – per la precisione da quando il chitarrista Bill Harkleroad ha detto la sua sul periodo trascorso fiancheggiando Cuor di Bue, in Lunar Notes: Zoot Horn Rollo’s Captain Beefheart Experience, evento cui ha fatto seguito la pubblicazione del mastondonte “Grow Fins” – sul Capitano si è ripreso a spargere inchiostro in abbondanza, della qual cosa non posso che essere lieto, avendone consumato io stesso a più riprese e cominciando in anni in cui non dico che ci si passasse i dischi del signor Don Van Vliet come dei congiurati che si scambiano informazioni riservate ma quasi. Tutto bene, dunque? Più o meno. Mi pare difatti che nel gran dibattito seguito all’uscita del succitato quintuplo, giustamente per la più parte incentrato sul terzo CD, quello con le versioni strumentali di poco più di metà dei brani poi finiti (riveduti, corretti e reincisi) su “Trout Mask Replica”, a furia di cavillare si siano smarriti l’oggetto del contendere e fors’anche il buon senso. Venire edotti infine nel dettaglio sul “come” si arrivò a tale capolavoro è stato indubbiamente interessante, ma l’avere conferme riguardo a quanto fosse organizzata l’apparente anarchia compositiva di Captain Beefheart non è certo stata una rivelazione epifanica. L’ascolto attento dei suoi album, e di quello – il più alieno – più di tutti, già lo rivelava a chiunque, anche ignaro delle sue biografia e mitologia, avesse semplicemente orecchie per intendere. Verificare un “work in progress”, quando l’approdo del viaggio è un capolavoro, può essere avvincente, ma non deve far dimenticare che di preparazione si tratta e ciò che conta davvero è solo il risultato ultimo. E possiamo simpatizzare umanamente con i componenti della Magic Band, tiranneggiati dal Capitano e alla fine pure defraudati (abbiamo però sentito soltanto una campana) di denaro e riconoscimenti, ma anche ciò non cambia di una virgola il giudizio sul “Trout Mask Replica” che abbiamo sempre conosciuto e che solamente in quella forma deve essere giudicato. Vero che di Picasso sono stati pubblicati pure gli schizzi di prova, ma c’è da dubitare che lui ne sarebbe stato contento. La discussione è stata insomma istruttiva, perlomeno per chi è cultore di lunga militanza, ma un po’ oziosa e vale soprattutto per avere attirato nuovi adepti.

A oltre tre decenni dall’uscita colpisce ancora innanzitutto, di questo doppio, l’assoluta modernità  datagli dall’essere in realtà fuori dal suo tempo e dunque invecchiato meglio (per niente, anzi) della quasi totalità dei dischi rock, anche dei più grandi, ad esso coevi. Ma se il corpus beefearthiano ha progenie certa – da lì arrivano i Pere Ubu come i P.I.L., il Pop Group come i Birthday Party, la no wave o Henry Kaiser; e dice l’ovvio, Jim O’Rourke, quando lo dichiara fondamentale per la sua formazione – ha genitori e fratelli non meno sicuri: il blues catacombale di Robert Johnson, il canto aspro di Howlin’ Wolf e la chitarra angolosa del suo sodale Hubert Sumlin, la New Thing di Albert Ayler, l’armolodico Ornette. L’immensità del Capitano di “Trout Mask Replica” deriva dal suo rapportarsi ad antenati e contemporanei usando lo stesso vocabolario ma una sintassi sua e solo sua. In questo senso – come il Joyce di Finnegans Wake aveva portato a definitiva, insuperabile evoluzione la forma romanzo – ha avuto sì figli, ma nessun erede. Resta unico. Tanto è vero che nemmeno Beefheart stesso è stato mai più così Beefheart.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.31, dicembre 2000.

3 commenti

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3 risposte a “Captain Beefheart: mai nessuno come lui

  1. paolo stradi

    Ecco i guasti che provoca la lettura giovanile di Bertoncelli!!!! Questo poi, scusa, non sono mai riuscito a farmelo piacere e quando, di rado (ma anche mezz’ora fa), mi capita di riascoltarlo il pensiero va al primo Fantozzi quando al Cineforum proiettano “La Corazzata Potemkin”. Credo ricorderai la memorabile battuta che pronunciò…Vecchio discorso poi Eddy..non sono i dischi ad invecchiare ma noi. Il nostro “orecchio” cambia e succede che incolpiamo loro (i dischi)…quelli nascono e poi vivono il loro tempo, quello nel quale sono pensati e concepiti. Tornando a Bertoncelli è uno che, per carità, scrive molto bene ma io mi tengo caro (con altri, non tantissimi…) il titolare di questo blog e, a proposito, (ri)cito una tua “esemplare” e meravigliosa recensione sul Mucchio Selvaggio n. 95 (pag 45). Era un disco dei 10000 Maniacs, The Wishing Chair…nel tuo excursus sugli anni ’80 ricordatene! Un’ultima cosa, sull’ultimo Mucchio citi tra i tuoi ascolti d’inizio Millennio le 69 Canzoni d’Amore: non riesco a capire se sia un capolavoro (letteralmente) straordinario, come io penso, o un gigantesco “taglia-incolla”? Al Maestro l’ardua sentenza!

    • Ammesso e rigorosamente NON concesso che la lettura giovanile di Bertoncelli possa provocare dei danni, posso dirti che per quanto mi riguarda non ne provocò nessuno per il semplice fatto che, per una questione generazionale, a Bertoncelli arrivai quando già io stesso scrivevo di musica. E quindi l’ottimo Riccardo nulla c’entra con il fatto che io – ad ogni buon conto in numerosa compagnia – consideri “Trout Mask Replica” uno dei massimi capolavori non solo del rock ma della musica tutta del Novecento. E questo sin dalla prima volta che lo ascoltai per intero e doveva essere l’82.
      Quanto alle “69 Love Songs”: veramente in tutt’altro ambito, classico totale secondo me. L’unica cosa che mi lascia perplesso è che il suo artefice non abbia fatto null’altro, né prima né dopo, che avvicini anche lontanamente quei vertici. Copia-e-incolla? Anche, naturalmente, ma a dei livelli di genialità assoluta.

  2. Francesco

    VM, da beefhartinao in servizio permanete effettivo colgo nel paragone joyciano la summa dell’arte di quest’uomo. Il Finnegan’s wake porta il romanzo al suo limite estremo (Burroghs et similia neppure ci si avvicinano) dopo di che c’è la dissoluzione, si va nell’entropia. Qui è la stessa cosa, è un limite insuperabile ma, come il FW più ciato che letto/ascoltato, perchè ci vuole dedizione per arrivare in fondo a questo disco- Ossequi

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