Gli anni del soul: 1959-1972 – I dieci (più dieci) album fondamentali

Dopo power pop e blues, terza a essere recuperata su VMO fra le otto discografie basilari di genere che curai per “Il Mucchio” negli anni in cui era settimanale è questa carrellata sull’età aurea del soul. Per la serie “pubblicità e progresso”, ricordo che sul numero speciale del mensile attualmente in edicola (697, agosto) sono presenti quelle di punk, new wave e krautrock che, per ovvi motivi, non riprenderò qui. Faccio presente che diverse fra le antologie che consigliavo nell’ormai lontano 2001 restano bellissime ma sono state rese obsolete da successive uscite più corpose e spesso più economiche. Volendo sapere quali titoli puntare invece oggi, non dovrete che porre mano (“pubblicità e progresso 2”) al volume Giunti Rock – 1000 dischi fondamentali di ancora fresca pubblicazione.

Nel battesimo l’essenza: soul, anima. Ha mai avuto una musica un nome più pregno di significati? E non è stato il soul, per un decennio almeno, la più poetica e insieme fedele rappresentazione dell’anima dell’Afroamericano? Unione di sacro e profano, di gospel, al cui vocalismo è andato a scuola, e di blues, da cui prende la carnalità di un orgasmo trattenuto e la spiritualità dolorosa della sconfitta per troppo tempo implicita nel nascere nero. E poi: discendente dalla ballata jazz come dal rauco urlo del rhythm’n’blues, pronipote come il funk del battito del tamburo africano, santo rito vudù travestito da cristianesimo. Primitivo e sofisticato, capace di flirt di ineguagliabile seduzione con il pop adolescenziale e per certi versi vicino a quello che, nella sua forma migliore, è il suo controaltare bianco, ossia il country. Grande era lo stupore nel 1962 quando Ray Charles, con “Modern Sounds In Country & Western Music”, evidenziava le affinità. Ma contrariamente a quanto troppi pensano il mondo non è bianco o nero, ma bastardo. Se rari sono gli artisti country di colore e non molti i cantanti bianchi di soul, nelle vicende di questo hanno avuto ruoli chiave autori come Dan Penn e turnisti come Steve Cropper e Duck Dunn, per non dire di tanti discografici. Negli anni ’60 è negli studi di registrazione che bianchi e neri per la prima volta, nel Sud degli Stati Uniti, lavorano fianco a fianco su un piano paritario apportando ciascuno le sue prospettive e le sue esperienze, assai lontane in partenza benché medesimi siano i luoghi in cui sono cresciuti. E le distanze si accorciano, i mondi entrano in comunicazione, quell’integrazione per la quale molti stanno scendendo in strada e qualcuno sta perdendo la vita trova ridotta ma quantomai significativa attuazione. Così che, oltre che specchio dell’America nera, soul è anche utopia di un’America senza più colori che i bianchi che lo suonano (pochi) e lo ascoltano (sempre di più) condividono. Nella sua forma classica, prodotto della sua epoca a tal punto da essere inconcepibile scisso da essa. Il mutare dei fattori politici e sociali – l’apatia da un lato, la radicalizzazione dall’altro indotte dall’arrestarsi a metà strada della rivoluzione innescata dal movimento per i diritti civili; e naturalmente la tragedia del Vietnam – si rifletterà nella musica. Se con gli Impressions nel 1965 Curtis Mayfield poteva invitare, in People Get Ready, alla speranza con toni biblici, cinque anni dopo aprirà il debutto da solista con la sconsolata rabbia di (Don’t Worry) If There’s A Hell Below We’re All Gonna Go.

Abbiamo deciso di fare iniziare la nostra esplorazione dal 1959, l’anno in cui Ray Charles colse il suo ultimo successo per la Atlantic con l’errebì di taglio gospel di What I’d Say. Scelta arbitraria – si sarebbe potuti partire dal 1957, dall’inaudito primo posto sia nella classifica R&B che in quella pop di You Send Me di Sam Cooke – ma volta a sottolineare la pari dignità nel soul dell’Età dell’Oro di ritmo e melodia, ove di solito si tende a privilegiare l’ultima. Obbligata invece la decisione di arrestarci all’alba dei ’70: in “What’s Going On” di Marvin Gaye e ancora di più in “There’s A Riot Goin’ On” di Sly & The Family Stone il sogno è divenuto incubo. Mentre al cinema l’empito progressista trasfigura in edonismo delinquenziale nei film del filone blaxploitation. E ancora: le scansioni si fanno più squadrate, il funk un po’ meccanico, gli arrangiamenti orchestrali assumono sempre maggiore rilevanza. Il pubblico del rock se ne allontana e la disco è all’orizzonte.

Oggi il soul è dappertutto, in certa house o nella drum’n’bass come in molto rock, nell’hip hop che seguita a campionarlo come, con davanti l’aggettivo “modern”, nelle graduatorie di vendita. Ma è altra cosa, al più un nipote, rispetto a una musica la cui storia (conclusa; il resto è filologia) potrebbe cominciare con le prime parole del discorso più celebre del Reverendo Martin Luther King: “I had a dream”.

JAMES BROWN & THE FAMOUS FLAMES “Live At The Apollo” (King, 1963) – Appena due mesi dopo Mr. Dynamite registrerà un album di ballate orchestrali ispirate al Sam Cooke più decolorato, “Prisoner Of Love”. Ma la sera del 24 ottobre 1962, all’Apollo Theater di Harlem, anche i brani più lenti sono sudati e tesi. Paradossalmente, a conquistare il pubblico bianco  non sarà “Prisoner Of Love” ma proprio “Live At The Apollo”: il 33 giri più acquistato dai giovani americani nel 1963, dopo “Surfin USA” dei Beach Boys.

RAY CHARLES “Anthology” (WEA/Rhino, 1989) – Persa la vista bambino, Ray Charles nella scuola per ciechi che frequenta si distingue come pianista. Cresce amando il jazz e Nat King Cole e trova una sua voce con l’esuberante rielaborazione gospel, nel ’54, di I Got A Woman. Seguiranno in scia classici come Hallelujah I Love Her So, The Right Time, What’d I Say, ove Hit The Road Jack sarà essenza di Crescent City e Georgia On My Mind soffuso incantesimo.

SAM COOKE “The Man And His Music” (RCA, 1986) – Forse il più grande, certamente il più elegante. Seriche corde vocali che trasformano in oro persino il melenso pop impostogli dai discografici e raggiungono l’indicibile quando servono la penna di Cooke stesso, nel passo travolgente delle festaiole Shake, Having A Party, Twistin’ The Night Away come nella bluesata Bring It On Home To Me e in quello straordinario inno alla speranza chiamato A Change Is Gonna Come.

ARETHA FRANKLIN “I Never Loved A Man The Way I Love You” (Atlantic, 1967) – “Lady Soul” si chiamerà un altro (parimenti meraviglioso) LP e davvero Aretha merita il titolo come nessun’altra. È questo il suo esordio per la Atlantic dopo nove album su Columbia. Là non l’avevano capita, sballottandola fra un catalogo senza personalità redento solo da una voce formidabile. Altra cosa “I Never Loved A Man”. Apre la Respect di Otis Redding fatta apologo femminista. Chiude A Change Is Gonna Come: parve allora una certezza.

MARVIN GAYE “What’s Going On” (Tamla, 1971) – Disseminati gli anni ’60 di pietre miliari in forma di singoli (monumentale I Heard It Through The Grapevine), Marvin Gaye proclama la sua indipendenza artistica dal boss della Motown (nonché suocero) Berry Gordy con un 33 giri concept stiloso e drammatico, vero e proprio discorso sullo Stato dell’Unione che affronta la guerra del Vietnam come il razzismo e il disastro ecologico avvolgendo orchestrazioni lussuriose attorno a un pulsare funk.

ISAAC HAYES “Hot Buttered Soul” (Enterprise, 1969) – Avendo già scritto con David Porter paccate di classici per altri (soprattutto per Sam & Dave), Isaac Hayes si mette in proprio. Dopo le prove tecniche di “Presenting”, con “Hot Buttered Soul” è subito capolavoro. Quattro brani, uno (la versione definitiva di By The Time I Get To Phoenix di Jim Webb) prossimo ai diciannove minuti.  Soul psichedelico come non se ne udrà più, gonfio di elettriche e archi e dominato dalla voce più sexy di questo e un altro paio di universi.

IMPRESSIONS “Definitive” (Kent, 1994) – È Jerry Butler a iniziare alla fama gli Impressions, con Your Precious Love, ma sono l’angelico falsetto di Curtis Mayfield e la sua chitarra latina (prima di farsi acida)  a condurli per un decennio di successi fra doo wop, gospel e un soul mediano fra il rhythm’n’blues di scuola Stax e il gusto pop della Motown. People Get Ready è istantanea d’epoca di rara efficacia, It’s All Right inno alla gioia che lascia tuttora senza fiato.

OTIS REDDING “Otis Blue” (Volt, 1965) – La storia del soul sarebbe stata diversa se un incidente aereo non le avesse rubato il ventiseienne Otis Redding nel dicembre 1967. Pochi mesi prima il “Monterey Pop Festival” lo aveva elevato, con Hendrix, a vertici di popolarità mai raggiunti in precedenza da un nero fra il pubblico bianco. The Dock Of The Bay invece che il trionfo ne sarà il testamento. Restano, a testimoniarne il talento, alcune decine di canzoni da brividi. A detta di molti il più grande album soul di sempre, “Otis Blue” ne regala undici.

SMOKEY ROBINSON & THE MIRACLES “The Ultimate Collection” (Uni/Motown 1998) – Cantante, compositore, produttore, Robinson è fra coloro che disegnano il suono Tamla Motown, vestendo il soul di melodie lievi e tematiche adolescenziali senza razza: operazione che trasforma Detroit in Hitsville USA. Si permette di regalare ai Temptations My Girl, tenendo per i Miracles robetta come I Second That Emotion, Tracks Of My Tears o Tears Of A Clown. Vale a dire le canzoni che stabiliscono il canone della ballata soul-pop.

SLY & THE FAMILY STONE “There’s A Riot Goin’ On” (Epic, 1971) – A Woodstock (di cui furono i  trionfatori) Sly & The Family Stone con il loro semplice essere uomini e donne, bianchi, latini e neri insieme sul palco a coniugare una musica frutto di cento influenze erano sembrati l’annuncio di un mondo nuovo. Due anni dopo l’amore si è fatto paranoia. Sta per prendere fuoco la bandiera americana in copertina, accesa dal napalm di un funky livido. Il Family Affair non più faccenda di fratellanza ma di mafia.

Ne voglio ancora!

SOLOMON BURKE “The Best Of” (Atlantic, 1966) – Lo chiamano il Vescovo e lui predica come seduce, con una voce capace di passare dal tuono al sussurro lascivo.

JAMES CARR “The Essential” (BMG, 1995) – Non fosse che per la canzone che meglio di ogni altra ha descritto il dramma dell’amore celato, l’immortale At The Dark End Of The Street. Ma è tutto indimenticabile e, tristemente, dimenticato.

LEE DORSEY “Gohn Be Funky” (Charly, 1980) – Il migliore rappresentante della scuola di New Orleans, la più legata alle radici africane. Note di copertina di Joe Strummer.

CURTIS MAYFIELD “Superfly” (Curtom, 1972) – Con “Shaft” di Isaac Hayes, la più memorabile colonna sonora blaxploitation, zeppa di chitarre distorte e un organo e un funk invincibili.

GARNET MIMMS “Cry Baby/The Best Of” (EMI, 1993) – Della title-track dovreste conoscere la versione di Janis Joplin. È tempo di mandare a memoria il resto.

WILSON PICKETT “The Exciting Wilson Pickett” (Atlantic, 1966) – Il titolo non mente. Primo brano della prima facciata: Land Of 1000 Dances. Primo brano della seconda: In The Midnight Hour. Serve aggiungere altro?

SAM & DAVE “Soul Men” (Stax, 1967) – “Double Dynamite” e “Hold On, I’m Comin’” non valgono meno (cioè tantissimo), ma Soul Men si impone inevitabilmente per l’innodia insuperabile della canzone (quasi) omonima.

THE TEMPTATIONS “Anthology” (Motown, 1995) – Dal doo wop alla funkadelia, i Temptations traversano per intero i ’60 black restando sempre ai vertici.

IKE & TINA TURNER “River Deep, Mountain High” (Philles, 1966) – Il wall of sound spectoriano applicato al soul. Vendette così poco che Phil Spector, offeso, si ritirò.

JACKIE WILSON “The Jackie Wilson Story” (Epic, 1983) – Ci sarà un motivo se Van Morrison gli ha dedicato una delle sue canzoni più gioiosamente incisive.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.459, 23 ottobre 2001.

10 commenti

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10 risposte a “Gli anni del soul: 1959-1972 – I dieci (più dieci) album fondamentali

  1. stefano piredda

    Ou, questi dischi ce li ho tutti: grazie, o Venerato Maestro!

    (e ho pure Rock – 1000 dischi fondamentali, ça va sans dire: e l’ho pure regalato e lo regalerò)

  2. Francesco

    VM, ma two steps from the blues dov’è??? Ah, la maledizione di Bobby Bland continua, ne di qua ne di la..

  3. stefano piredda

    Pure Two Steps… me lo consigliò, al tempo, il VM.

  4. Francesco

    il VM è tale anche in virtù dei grandi consigli per gli acquisti! Chi toglierei, uhm io dico, e non sembri un’eresia, River deep Mountain High, lo so è grossa, ma io prefersico di gran lunga Two Steps From the Blues. Sparate al petto ma salvate il volto, please. Ossequi

    • Per mio gusto potrebbe anche starci, ma quando metto mano a liste di dischi cerco, per quanto umanamente possibile, di non far pesare troppo le mie preferenze personali.

  5. marco cheli

    consiglio anche swomp dogg,poco conosciuto ma molto bravo e coinvolgente- x i gruppi mi piacciono molto i four tops.non dimenticate trma thomas e martha reeves

  6. Anonimo

    MA SECONDO VOI I MASSIMI ESPONENTI DEL SOUL IN ITALIA CHI SONO?

  7. Anonimo

    bella discografia, ne ho 3 di quelli che ho visto: marvin gaye,sly & family stone e otis. bravo.

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