Irvine Welsh: un uligano in libreria

C’è stato un tempo – alcuni anni a cavallo fra i ’90 e i 2000 – in cui mi riusciva di scrivere con buona frequenza di romanzi e romanzieri ed era bello potere così interrompere la routine di recensioni e monografie di musica, musica, musica e ancora musica. Oggi non potrei più perché, semplicemente, mi manca il tempo per leggere e quando riesco a inventarmelo il più delle volte è comunque di argomenti musicali che, volente o nolente, mi tocca leggere. Oggi non potrei più – e mi dispiace moltissimo – scrivere un articolo come questo, che mi venne commissionato da “Il Mucchio” nel febbraio 2002 e che, a contorno di un’intervista, conquistò pure la copertina del numero in cui venne pubblicato.

Allo “scegli la vita” di tante campagne antidroga nella migliore delle ipotesi al massimo benintenzionate il più celebre degli eroi senza qualità welshiani, il Mark Renton perno di Trainspotting, risponde decidendo di scegliere di non scegliere. Che potrebbe anche essere opzione con una sua dignità se la tirata anticonsumista per la quale più resta nella memoria (se non avete il libro a portata di mano, per darle una ripassata vi basterà il libretto della colonna sonora del film) non fosse nichilismo da suburbia con alla fine della strada – qualunque fine abbia: i protagonisti del romanzo se ne trovano dinnanzi delle più varie e tutte ugualmente disprezzabili – esattamente ciò che si millanta di rifuggire. Welsh, beninteso, si è ben guardato dal non scegliere la vita. Ne ha scelta semmai pure troppa, come dimostra la sua biffa di quarantenne rovinato, e sarà per questo che le sue storie e i suoi personaggi hanno lo spessore e l’acre odore (diciamo quello del sudore di un tossico in crisi di astinenza) della vita vera. Li ha conosciuti bene lui questi (uso il suo stesso vocabolario) spurghi, ha diviso con loro concerti punk e rave, risse da stadio ed eroina. È insomma stato uno di loro e non sarà quella milionata di sterline all’anno che guadagna dacché Trainspotting lo mise al centro di una scandalizzata scena letteraria a fargli calare l’empatia per questa sozza, proletaria umanità con la sfiga nel codice genetico. Perlomeno non è ancora accaduto e valgano come prova le oltre cinquecento pagine del fresco di stampa Colla, non il più ambizioso dei sei volumi dati finora alle stampe, siccome Il lercio e soprattutto Tolleranza zero azzardavano molto di più sul piano della sperimentazione, ma quello in cui l’articolazione del narrare, sparso oltretutto su un piano temporale esteso come mai a oggi, è più sapiente e la padronanza del punto di vista multiplo massima. Che Welsh sia sempre ben disposto all’épater le bourgeois (non più tardi di tre anni or sono faceva sobbalzare sulle loro costose poltroncine i vip accorsi alla prima del lavoro teatrale You’ll Have Had Your Hole con una scena di stupro con sodomia) non dovrebbe far passare in secondo piano né la straordinaria qualità del suo affabulare né l’ancora più notevole padronanza di una lingua gergale inconfondibile che modella il racconto fino a farsi racconto essa stessa.

Che poi abbia avuto un’esistenza assai più movimentata della media degli scrittori è argomento ineludibile. Svelto riepilogo? Nasce a Leith da padre operaio nei cantieri portuali e madre cameriera, cresce fra Edimburgo e un incubotico agglomerato di case popolari chiamato Muirhouse, si infiamma per il pallone e gli Hibernians (per la Heather de Gli invitti la goccia che farà traboccare il vaso del disastro matrimoniale sarà il cambio di fede calcistica del consorte), per il punk (approdato a Londra nel 1978 lo pratica grattuggiando la chitarra in due gruppetti amatoriali), per le sostanze psichedeliche (assunte con gusto da bastian contrario perché il maschio medio scozzese preferisce ingozzarsi di birra). Poi prova l’eroina, ci resta infognato per un anno e mezzo e uscitone senza per questo essere diventato un bravo ragazzo si dà, ossequiando lo spirito degli ’80, al capitalismo rampante (toh! ecco Mark Renton). Specula nell’edilizia, guadagna, studia, apre un’agenzia di consulenza in materia di computer e si trova, da uligano di borgata quale era,  a collaborare con il comune di Edimburgo quando questo informatizza la sua burocrazia. Si sposa anche. Testa a posto? Macché! Sul finire del decennio si immerge nella scena rave e partecipa appieno alla novella – prolungata – Estate dell’Amore che il dilagare dell’ecstasy ha messo in essere. Formidabile lassativo emozionale, le colorate pasticche cambiano la gioventù isolana in pensieri, parole, opere con un impatto che da allora si sta ancora cercando di misurare. Welsh se la spassa, fa collidere l’esperienza con i ricordi della fauna diversamente drogata frequentata in precedenza, saltabecca fra Edimburgo e Londra, Amsterdam e Manchester, Los Angeles e Monaco di Baviera e comincia a produrre. Un po’ di palestra nella fanzine di Kevin Williamson (sorta di Malcom McLaren letterario) “Rebel Inc.” e poi i ventuno racconti di Acid House (1994), ben più che semplici prove tecniche di trasmissione. Se Marabou Stork Nightmares (1995; tradotto in Italia solo sei anni dopo con il titolo reso con un discutibile Tolleranza zero) eccede in slalom avanguardistici, Trainspotting è già perfetto ed epocale. E il resto come si suol dire è storia, universalmente nota. Adottato come un divo del pop dalla stampa giovanile e giovanilistica britannica, corteggiato con cautela dalla cultura “ufficiale”, il nostro uomo si gode la parte da rockstar – “poeta della generazione chimica” lo ha laureato il modaiolo “The Face” – e presto pure i guadagni (oltre che un discusso singolo con i Primal Scream in cui fa un’apologia della teppa irredentista scozzese), visto che da Trainspotting viene tratto un film campione di incassi e che Ecstasy (1996) e Il lercio (1998) lo seguono nelle classifiche di vendita. Così Colla, per il quale tanto per cambiare, poiché nel frattempo anche Acid House ha avuto una trasposizione su pellicola, si battaglia per i diritti cinematografici. Successo travolgente a dispetto di una scrittura di decifrazione a volte ardua e di un atteggiamento così fieramente incompromissorio da rischiare il cliché.

Ma come appuntavo prima non è buona cosa che le luci della ribalta abbaglino distogliendo dalla sostanza, che c’è ed è tanta, di ciò che accade in scena. Persino nel Welsh “minore” che è quello dei racconti. Nelle due decine abbondanti di Acid House ci sono sì pezzi che non vanno oltre il divertissement e altri in cui la tendenza allo stereotipo informa che di debuttante trattasi, ma anche, fra estemporanee puntate da Ballard incontra Dalì (Formalina) ed esercizi di surrealismo (Wayne Foster), e a partire da… massì… dalla title-track, un uso funzionalissimo dell’artifizio grafico che farà furore in Tolleranza Zero e ancora di più ne Il lercio. Di Acid House il racconto colpisce come un indubbio virtuosismo tecnico sia al servizio di un’idea fulminante, lo scambio di personalità fra un ultrà fottuto dall’acido e un neonato, sviluppata con malevolenza pari all’indimenticabile Ray Bradbury de Il piccolo assassino. Di Acid House il volume come in nuce molta parte della poetica welshiana stia già qui: il sesso vissuto con una solipsistica avidità che ha al centro un nucleo di disperazione, meccanico scambio di fluidi piuttosto che intimità condivisa (solo l’alterazione chimica libera emotivamente i personaggi); la tossicodipendenza che alimenta delinquenza spicciola già nutrita dall’insopportabile squallore delle periferie urbane; inferni domestici. E c’è pure all’opera un umorismo cattivo che transitando dal grottesco (Vecchio tossico di nonna tua) al mordace (I due filosofi) approda a un’irresistibile parabola kafkiana (La causa del Granton Star) ove un Dio bastardo (non sto bestemmiando: leggete e mi direte) si fa strumento di rovina per il più memorabile degli sfigati in cui possiate imbattervi.

Nonostante abbia molte più pagine Gli invitti, il primo dei tre racconti lunghi o se preferite romanzi brevi in cui si articola Ecstasy, ha maggiormente l’aria dell’esercizio preparatorio a lavori più impegnativi. Lo sballone Lloyd e la giovane moglie delusa Heather scovano in qualche manciata di pilloline affinità elettive inattese e forse vivranno felici e contenti. Meglio l’intrigo tendente allo splatter di La fortuna sta sempre nascosta e diceva bene il compianto Claudio Galuzzi quando osservava che, rispetto agli altri racconti in cui si gira a vuoto (“più o meno Estasiati ma a vuoto”), c’è qui uno scarto importante nel senso che uno scopo – e quale scopo! – c’è eccome. Meglio ancora il pastiche pulp, con tanto di pratiche zoofile e necrofile e un felice alternarsi di stili, di Lorraine va a Livingston, interessante anche perché per la prima volta Welsh getta sulle classi alte un occhio che non è quello dello scassinatore gonfio di rancore, alcool, schifezze farmaceutiche assortite.

E il Welsh “maggiore”? Trainspotting ovviamente, di cui non dirò perché tanto tutti hanno come minimo visto il film e se ne è forse scritto fin troppo. Non Tolleranza zero, che è un fallimento ma perlomeno uno di quelli interessanti e gloriosi, con la sua struttura a flashback, un coma a scatenare uragani emozionali in luogo delle solite droghe e il primo affacciarsi di un tema, quello delle molestie ai bambini, che tornerà e cui sorprendentemente pochissima attenzione è stata dedicata. Certamente Il lercio, in cui la sperimentazione linguistico/visiva si spinge fino a rendere volutamente illeggibili alcune pagine e che ha come protagonisti un poliziotto più corrotto e bestiale dei criminali cui dà la caccia e la tenia che lo divora da dentro, metaforicamente e non. Certissimamente Colla, sorta di Trainspotting temporalmente espanso alla cui recensione (MS 475) rimando, limitandomi qui ad annotare che nell’universo welshiano si insinua una moralità (che non è quella feroce di La fortuna sta sempre nascosta) che in qualche modo, senza affatto consolare, redime.

Non mi restano che poche righe per un omaggio. Potendo sarebbe sempre buona cosa (anche se poi di rado lo si fa, per pigrizia) gustare film e libri nella lingua in cui sono stati concepiti. Misurarsi con Welsh in originale è però impresa che presto sgomenta, a meno che non abbiate intuizione per l’invenzione linguistica e dimestichezza con lo slang di strada scozzese. Siamo grati allora a Massimo Bocchiola, traduttore di quasi tutto il Welsh disponibile nel Bel Paese, per la sensazionale maestrìa con cui lo ha reso in italiano. Grati e ammiratissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.477, 12 marzo 2002.

3 commenti

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3 risposte a “Irvine Welsh: un uligano in libreria

  1. umile discepolo

    A proposito di articoli extra musicali: qualche anno fa mi pare di aver letto qualcosa riguardo un tuo articolo su Marilyn Monroe che era stato pubblicato con molte – forse troppe, per i tuoi gusti – modifiche rispetto all’originale. Se non ho preso una cantonata, come temo, c’è la possibilità che tu possa riproporlo, magari in entrambe le versioni?

    • La prima versione, sempre che ancora esista, è una copia battuta a macchina con la carta carbone del pezzo che venne spedito al giornale. Impensabile ribatterla. La seconda mi fece girare parecchio le scatole. Non l’ho mai più riletta da allora.

  2. Gian Luigi Bona

    Ah ma allora te ne intendi anche di letteratura !!!!
    Diavolo di un Eddy…

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