Presi per il culto (23): Galaxie 500 – Today (Aurora, 1988)

Scorrendo il libretto allegato all’omonimo box quadruplo Rykodisc che nel ’96 radunava e riordinava l’opera omnia dei Galaxie 500 e leggendo la storia del gruppo bostoniano narrata dai tre punti di vista di coloro che gli diedero vita, ci si imbatte in due momenti illuminanti. State a sentire come il batterista Damon Krukowski rievoca il programma che si diede il neonato trio nell’estate ’87: “Rammento che eravamo tutti e tre da Bleecker e che Dean scovò nello scaffale delle offerte un 45 giri in cui suonava un nostro vecchio insegnante del liceo. Pensammo quanto sarebbe stato figo, e pure divertente, trovare un giorno un nostro singolo in uno scaffale di fuori catalogo e decidemmo che quello era l’obiettivo che dovevamo prefiggerci”. La bassista Naomi Yang racconta così la sera in cui ascoltò la cassetta con i missaggi definitivi del secondo LP: “Ricordo chiaramente che mi sdraiai sul letto della mia cameretta a casa dei miei genitori a New York, al buio. Per ascoltare il nastro non avevo che un portatile con le pile quasi scariche, e l’unica luce che illuminava la stanza era quella che veniva da fuori… Man mano che la cassetta scorreva, la situazione prese un che di magico. Ero così felice e orgogliosa di quello che avevamo fatto… sentivo che il mio modo di suonare il basso aveva infine una direzione e così il nostro modo di scrivere canzoni e il nostro suono. Suppongo che fu quello il momento di passaggio dall’innocenza (musicale) all’esperienza. Penso che allora fossimo felici insieme, ma chissà se era vero per tutti”. E conclude: “Ridevamo sempre di una recensione in cui Kramer (il loro produttore, n.d.a.) veniva definito ‘pseudo-leggendario’ e ci dicevamo ‘speriamo sia anche il nostro destino’. Forse, per quanto strano appaia, è ciò che è successo”. E difatti… Entrambi i sogni dei Galaxie 500 si sono avverati, ribadendo la saggezza di quel detto popolare che ammonisce a non desiderare nulla troppo intensamente, giacché potrebbe divenire realtà: presto fuori catalogo i loro dischi, i Bostoniani si sono ritrovati avvolti, per i pochi che li ascoltarono al tempo e gli ancora meno che li hanno scoperti successivamente (magari dopo avere comprato, ovviamente in offerta, qualcosa dei Luna del chitarrista Dean Wareham o di Damon & Naomi; magari e di recente dopo averli visti citati come antesignani del cosiddetto dream pop), da un alone di mito. Eppure era musica semplicissima la loro.

Fatta di niente, come sono fatti di niente gli haiku e come quelli di un’intensità e  un lirismo supremi. Quieta e lineare, mediazione di folk, psichedelia, Velvet Underground all’altezza del terzo album e Joy Division. Concepirono canzoni memorabili e fecero persino di meglio quando si confrontarono con creature altrui: il catalogo delle cover è tanto vario (Jonathan Richman, Yoko Ono, Velvet, George Harrison, Red Crayola, New Order, Neil Innes, Young Marble Giants, Beatles) quanto personale. Posti in mano ai Galaxie 500 i brani di altri venivano regolarmente trasfigurati e spesso migliorati. Basti come esempio Don’t Let Our Youth Go To Waste, episodio assolutamente minore del repertorio di Jonathan Richman che nella loro interpretazione si trasforma in un’incredibile peregrinazione lisergica alla ricerca dell’ipertono armonico perduto. E diventa indimenticabile.

Gli fanno compagnia, in quello che fu il primo di tre soli 33 giri dati alle stampe in altrettanti anni, otto composizioni autografe di un’eleganza e un’economia (persino nei titoli: l’unico strumentale si chiama… Instrumental) supreme. Fra la melodia piana distesa a marcia di Flowers e l’arazzo acido a trame larghe di Tugboat, fra la cantilena appesa a un arpeggio di Pictures e una It’s Getting Late appropriatamente crepuscolare, fra l’ossimoro di minimalismo epico di Parking Lot e l’ipnosi esultante di Temperature’s Rising, o ancora il post-folk-rock di Oblivious, sul subito apparentemente nulla sembra succedere. Non è così. Senza che tu te ne renda conto, nella mente un tarlo sta scavando e dalla tua testa questi brani sublimi non usciranno mai più. Scommettiamo?

2 commenti

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2 risposte a “Presi per il culto (23): Galaxie 500 – Today (Aurora, 1988)

  1. Visionary

    Un altro dei segreti meglio riposti di quel periodo d’oro che furono gli anni ’80. Grandissimo gruppo.
    Non c’entrano niente, ma quand’è che toccherà agli Steppes, Maestro? 🙂

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