La Old Skool dell’hip hop: 1981-1991 – I dieci (più dieci) album fondamentali

Quarto e penultimo recupero su VMO di una delle otto discografie base di genere che compilai per “Il Mucchio” negli anni del settimanale.

Provvede la prima pagina della Genesi a chiarirlo: le cose non esistono fin quando non hai dato loro un nome. In principio era la parola. Messa in rima da poeti itineranti costituiva il fulcro della cultura orale delle genti d’Africa. Infranta la loro unità da trasferimenti coatti di massa oltre Atlantico, stante la proibizione del tamburo in quasi tutto il Nord America (faceva eccezione New Orleans, che non a caso sarà  mamma del jazz e  nonna del rock), gli schiavi non avranno  modo per difendere la propria identità che continuare a passarsi storie. Ci sono logica e poesia nel fatto che coloro che sono considerati i primi rapper, i newyorkesi Last Poets, appoggiassero i loro versi a minimali fondali percussivi. Loro controaltare a Ovest, i losangeleni Watts Prophets rinunciavano a volte a ogni orpello strumentale. Una parte del programma del misconosciuto “Rappin’ Black In A White World”, del 1971, è di sole voci. In principio era il rap.

Ma, benché siano spesso usati indifferentemente, “rap” e “hip hop” non sono sinonimi. Il primo è una delle quattro discipline che danno vita al secondo, essendo le altre turntablism, ballo e graffiti. Per ovvie ragioni, non ci occuperemo qui della terza e della quarta, concentrandoci sugli aspetti musicali di un fenomeno di cui abbiamo designato il 1981 a data di nascita. Non il ’70, perché quello di Last Poets e Watts Prophets era rap, non hip hop. Non il ’79, anno in cui la Sugarhill Gang mandava in classifica i 14’10” di Rapper’s Delight, perché la base di quel brano era suonata da un gruppo e quel gruppo era una creatura di studio, non un prodotto di quelle feste danzanti in cui una trimurti di dj andava da qualche tempo cambiando le regole del mettere dischi. I loro nomi? Clive Campbell, Joseph Saddler, Kevin Donovan. In arte: Kool Herc, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa. Furono i primi a notare che i ballerini erano sensibili a certi stacchi di batteria (i break) e ad avere l’idea di prolungarli suonando insieme due copie dello stesso vinile; i primi a usare tali stacchi per unire frammenti anche brevissimi; i primi a sfruttare l’effetto, detto “scratching”, che si produce riportando indietro un disco sotto la puntina. Degli anni pionieristici dell’hip hop, la seconda metà dei ’70, quelli dell’incontro fra il Giradischi e la Parola, non esiste documentazione fonografica. Era una faccenda newyorkese e del qui e ora. Come le jam nel jazz. La Sugarhill Gang ebbe se non altro il merito di portarlo fuori dal Bronx. Il primo a ricostruire questo coraggioso mondo nuovo su vinile fu però il Grandmaster Flash di Wheels Of Steel, brano che di cento canzoni vecchie ne fa una che più nuova non si potrebbe.

1981: anno uno di uno stile si farà onnipervasivo, nuova rivoluzione dopo il rock’n’roll. Creato e fruito da neri fino all’incontro con il pubblico del rock passata la metà del decennio. Sarà allora, quando impatterà con la gioventù bianca, che inizierà a fare paura. Gi anni dall’86 all’89 restano artisticamente i più fulgidi della sua storia, con un florilegio di creatività senza pari, fra i suoni terroristici dei Public Enemy e quelli gentili dei De La Soul, fra i riff dei Beastie Boys e l’eleganza hardcore di Eric B. & Rakim. L’hip hop dei ’90 smarrirà  il rapporto con il giradischi, preferendogli il campionatore. È nondimeno un’altra la ragione che ci ha spinto a stabilire nel 1991 lo spartiacque. Il 4 marzo di quell’anno, a Los Angeles, un automobilista di colore veniva picchiato da poliziotti razzisti. Ordinaria amministrazione, non fosse che un video li inchiodava. La loro assoluzione, tredici mesi dopo, causava una rivolta al termine della quale si contavano cinquantotto morti. Incredibilmente, a pagare veniva chiamato l’hip hop, criminalizzato da politici e media per essere stato specchio fedele dei mali della società. Invece che a operare per ridurre il disagio sociale, ci si dedicava a censurare. Paradossali gli effetti: “The Chronic” di Dr. Dre, detonatore nel ‘92 del cosiddetto gangsta-rap (commercialmente fortunatissimo), sta a “Straight Outta Compton” degli N.W.A come un film a un telegiornale. Del resto, Hollywood è lì a due passi, no?

GRANDMASTER FLASH & THE FURIOUS FIVE “Greatest Messages” (Sugarhill, 1983) – Più raccolta che album, “Greatest Messages” contiene i tre brani chiave del Vangelo secondo Joseph Saddler: The Adventures Of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel, colossale metabrano ricavato da citazioni di Blondie, Queen, Chic, Incredible Bongo Band e cento altri; The Message, il più incisivo ritratto mai disegnato dell’America di Reagan; White Lines, crociata anticocaina propulsa da un basso scippato ai new wavers Liquid Liquid. Non vi serve altro.

LL COOL J “Radio” (Def Jam, 1985) – James Todd Smith ha sedici anni quando pubblica questo classico. Basi scarne quanto sono guascone rime e posa. Ladies Love Cool James? I ragazzi anche. Inno definitivo del b-boy, I Can’t Live Without My Radio è uno dei momenti che più hanno contribuito a formare la cultura hip hop.

RUN-D.M.C. “Raising Hell” (Profile, 1986) – Già idolatrati dal pubblico di colore per l’epocale singolo It’s Like That/Sucker MC’s e per album come l’omonimo debutto e il seguente “King Of Rock”, i Run-D.M.C. sono i primi a portare il rap nell’arena mainstream, con la cover, massiccia e swingante, di Walk This Way degli Aerosmith. Resuscitando incidentalmente la carriera di questi ultimi.

BEASTIE BOYS “Licensed To Ill” (Def Jam, 1986) – È bianco il primo 33 giri hip hop a capeggiare le classifiche USA. Quasi una parodia a sentirlo con orecchio distratto, fra una cafonata da collegiali ubriachi e in foia e un riffone hard, “Licensed To Ill” svela a più attento scrutinio una conoscenza profonda dello stile praticato e rispetto per le sue radici nere.

PUBLIC ENEMY “Yo! Bum Rush The Show” (Def Jam, 1987) – Il Funk che si fa Rumore. Caotico ma organizzato, denso ai limiti della claustrofobia, martellante, abrasivo, il suono di “Yo! Bum Rush The Show” è uno shock da cui il pop impiegherà anni a ripigliarsi. Impalcatura di un immaginario e una filosofia di vita non meno radicali, progenie delle Pantere Nere piuttosto che di Martin Luther King. CNN dei neri su cui i bianchi saranno lesti a sintonizzarsi.

ERIC B. & RAKIM “Paid In Full” (4th & Broadway, 1987) – La più bella canzone hip hop di sempre? Per molti Paid In Full  nel Coldcut remix incluso nella colonna sonora di Colors. Qui c’è l’originale, con a corona gemme come My Melody e Eric B. Is President. Basi asciutte ma di straordinaria efficacia (Eric B.), rapping porto con una finezza che sarà imitatissima ma resterà inimitabile (Rakim). Merito di I Know You Got Soul se le giovani generazioni riscopriranno James Brown. Il Padrino, irriconoscente, farà causa.

N.W.A “Straight Outta Compton” (Ruthless, 1988) – Il primo grande hip hop a giungere dalla West Coast è quello forgiato da questa ghenga di malavitosi provocatoria sin dal nome (l’acronimo sta per Niggers With Attitude). Suoni di una forza da far concorrenza ai Public Enemy, testi che sono cronache dal ghetto di una crudezza inaudita, tuttavia distanti da quella che sarà la pantomina gangsta. Fuck Tha Police, recita un titolo. La polizia prenderà nota.

DE LA SOUL “3 Feet High And Rising” (Tommy Boy, 1989) – Agli antipodi, per collocazione geografica e sociale, rispetto alla posse di Compton, il trio di Amityville riprende iconografie da figli dei fiori e fa girare canzoncine svagate su campioni che fra un Otis Redding e un George Clinton infilano una lezione di francese e scampoli di cartoni animati. L’effetto è surreale e irresistibile.

A TRIBE CALLED QUEST “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” (Jive, 1990) – Battezzatisi Native Tongues, Jungle Brothers, De La Soul e A Tribe Called Quest al crepuscolo di decennio formano quella che più che una scena è una fratellanza. Ultimi a debuttare in lungo, A Tribe Called Quest coniugano tensione umanistica, rapping fluido, ritmi sofisticati e una scelta di campionamenti (da Stevie Wonder a Lou Reed) sorprendente.

GANG STARR “Step In The Arena” (Chrysalis, 1991) – Accoppiata alla Eric B. & Rakim: un rapper di classe immane (Guru), un dj di cultura e tecnica ineccepibili (DJ Premier). Insieme portano l’hip hop vicino al jazz come mai era stato. Il primo finirà, con il progetto Jazzmatazz, per giocare, e bene, fuori casa.

Ne voglio ancora!

AFRIKA BAMBAATAA & THE SOULSONIC FORCE “Planet Rock – The Album” (Tommy Boy, 1986) – Tutti i suoi cavalli di battaglia in un’antologia che prende il nome dal primo e più grande: la mimesi Kraftwerk atto di nascita della electro.

BOOGIE DOWN PRODUCTIONS “By All Means Necessary” (Jive, 1988) – In posa in copertina come Malcolm X, KRS-One piange l’amico  Scott La Rock e comincia a delineare il concetto dell’edutainment. Brutto ma funzionale neologismo che sta per “istruzione + intrattenimento”.

CYPRESS HILL “Cypress Hill” (Columbia, 1991) – L’anima latina dell’hip hop ha nei Cypress Hill i rappresentanti più noti. Ritmi e versi che più “dopati” non si potrebbe in un esordio che li farà subito popolari anche fra la platea rock.

JUNGLE BROTHERS “Done By The Forces Of Nature” (Warner Bros, 1989) – Afrocentrismo spinto, bassi grassi, melodie di fantastico popappiglio in uno degli album più trascinanti della storia del genere. Variegato e nondimeno incredibilmente coeso.

LEADERS OF THE NEW SCHOOL “A Future Without A Past” (Elektra, 1991) – Gli eredi della tribù Native Tongues ne seguono le orme appena quella fa mostra di battere altre strade. Fa gavetta con loro il giovanissimo Busta Rhymes.

QUEEN LATIFAH “All Hail The Queen” (Tommy Boy, 1989) – Classe limpida, simpatia cui non si può dire no e insieme portamento regale come pseudonimo impone. Solo diciannove anni e già può permettersi di fare da genitrice ai De La Soul nell’esilarante Mama Gave Birth To The Soul Children.

SLICK RICK “The Great Adventures Of” (Def Jam, 1988) – Britannico trapiantato nella Big Apple, Ricky Walters detta le regole del perfetto rapper in un disco da mandare a memoria. Se ne gode poco il successo, dacché finisce in galera per tentato omicidio.

STETSASONIC “In Full Gear” (Tommy Boy, 1988) – Si definiscono una “hip hop band” e a giradischi e campionatori affiancano gli strumenti della tradizione. Declinano il funk e corteggiano il jazz come pochi.

3RD BASS “The Cactus Al/bum” (Def Jam, 1989) – Altri newyorkesi di pelle bianca e origini ebraiche che guardano con sense of humour alla propria carenza di melanina. Prince Paul (Stetsasonic) e la Bomb Squad (Public Enemy) dichiarano rispetto contribuendo da produttori.

TONE LOC “Loc-ed After Dark” (Delicious Vinyl 1989) – Wild Thing sfrutta un campionamento dei Van Halen, Funky Cold Medina rubacchia genialmente ai Free, Cheeba Cheeba muezzineggia da urlo. Gli ’80 si congedano e Los Angeles non ha più nulla da invidiare a New York.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.454, 18 settembre 2001.

6 commenti

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6 risposte a “La Old Skool dell’hip hop: 1981-1991 – I dieci (più dieci) album fondamentali

  1. roberto

    Volevo dirlo già ieri ma…ecco:un incipit così,che dire;eccitante.Punto.
    Salute VM

  2. Orgio

    VMO, mi chiedevo come mai dei Public Enemy hai scelto di includere “Yo! Bum Rush The Show” e non “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back”, normalmente considerato il loro apice. Per inciso, condivido la tua scelta, preferendo “Yo!” (anche perché un disco in cui suona Vernon Reid non può essere brutto).

    • Scelta sempre ardua fra i due. Se si giudica sotto il profilo squisitamente musicale, “It Takes A Nation” vale quello zero virgola qualcosa in più e difatti quello ho scelto per l’inclusione fra i 1000 fondamentali Giunti. La rivoluzione però la fece – ovviamente, visto che fu il primo – “Yo! Bum Rush The Show”.

      • Orgio

        Ma come fai ad avere sempre la risposta pronta? Ad ogni modo, mi piacerebbe conoscere la tua opinione su “Fear Of A Black Planet”, che molti trovano di massimo livello ma che a me pare fuori fuoco, nonostante qualche apice assoluto come “911 Is a Joke” e “Burn Hollywood Burn”.

      • Imprescindibile quasi quanto i due predecessori. E secondo me anche “Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black” appartiene al novero degli irrinunciabili.

  3. stefano

    La radio di ll cool j ha il suono delle origini, l’esordio dei public enemy pure bello tosto, quello dei de la soul un discone ancora oggi, a tribe called quest stilosissimi e cypress hill contaminati e imprescindibili 🙂

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