I canti di redenzione di Bob Marley

E anche oggi mi è arrivata una mail in cui mi si chiede conto della presenza di quattro album di Bob Marley nel volume di Giunti 1000 dischi fondamentali. Giusto. Troppo pochi quattro, dico io, in rapporto al valore artistico e alla rilevanza politica (il più grande rivoluzionario che la popular music abbia mai espresso)di una figura che più passano gli anni dalla prematura scomparsa – trentuno ormai – e più giganteggia. Un articolo che scrissi per “Il Mucchio” quando di anni dalla morte del Robert Nesta ne erano trascorsi esattamente venti.

L’ultimo omaggio l’ha ricevuto mentre il ’900 sfumava nel nuovo millennio: la BBC ha indicato in One Love la canzone più significativa del XX secolo. Quasi poca cosa per un uomo che in vita ricevette una delle più alte onoreficenze dell’ONU, la medaglia per la pace, e venne chiamato a celebrare con un concerto la nascita di un nuovo stato, lo Zimbabwe. Tredici mesi dopo, l’11 maggio 1981, il mondo apprendeva, incredulo dacché poche notizie erano filtrate riguardo al male che lo stava rapidamente consumando, che ne era rimasto orfano. Vent’anni sono ormai trascorsi e l’icona Marley resiste inossidabile, più pervasiva che mai nonostante la musica di cui fu l’alfiere sia tornata di fatto, pur restando parte del vocabolario pop internazionale, in un alveo etnico/specialistico. Fu il primo cantante proveniente da una nazione (come si suol dire eufemisticamente) “in via di sviluppo” a diventare una star autenticamente internazionale ed è a tutt’oggi l’unico che ci sia riuscito. Impensabile che Khaled possa sfondare nel mercato americano, poco plausibile che Buju Banton, che pure ha tante qualità squisitamente marleyane, divenga mai fuor di Giamaica molto più che un artista di culto: il trono di Bob Marley è vacante e probabilmente lo rimarrà ancora a lungo. Per immensi meriti suoi assai più che per demeriti degli aspiranti eredi.

Sui perché della sua fama globale ci si interroga da quando nulla sembrava potesse fermarlo, successo andava dietro a successo, capolavoro a capolavoro. Questione certo di canzoni di straordinarie poesia e innodia e di una presenza scenica rimarchevole, ma soprattutto una faccenda di carisma. Predicatore sul palco con parole semplici che tutti potevano comprendere, eppure di una profondità tale da prestarsi a letture metaforiche. Portatore di una visione spirituale condivisibile come afflato anche da chi è lontano dalla (per tanti versi ingenua, per altri – almeno ai nostri occhi di occidentali – censurabile) fede rasta. Esempio insuperato del levarsi in piedi di quella parte di pianeta demograficamente dominatrice ed economicamente e culturalmente prevaricata che domanda che la sua dignità venga infine riconosciuta. Ecco perché, in Africa come in Asia o nell’America Latina, Robert Nesta Marley è un simbolo di riscatto prima ancora che un divo del pop. Tanto più potente, purtroppo, perché le redenzioni che sognò sono ancora a venire.

Infrastrutture, non sovrastrutture, di Mito che da noi inevitabilmente vanno in parte perse. Qui alla sua sopravvivenza hanno contribuito il fascino romantico dell’artista che muore giovane e la trasversalità di un repertorio capace di sedurre tipologie di pubblico distantissime fra loro. A cavallo fra ’70 e ’80 Marley era l’unico che metteva tutti d’accordo: veniva ballato in discoteca ed era amato dai punk che disprezzavano la dance ed erano stati catturati dal reggae via Clash, era colonna sonora di feste come di cortei, interiorizzato da ciascuno come tesoro personale, eppure capace di riempire gli stadi. Andarono in centomila ad ascoltarlo a San Siro nell’estate del 1980, il suo concerto più affollato e uno degli ultimi. Non credo che chi non c’era potrà mai capire appieno l’impatto che ebbe in quegli anni. Penso tuttavia che l’universalità del suo messaggio abbia trasceso il tempo, che chi si accosta alla sua musica oggi ne possa restare emozionato come chi ne fu stregato allora.

Impossibile spiegare Bob Marley in due pagine. Impossibile anche limitarsi a narrarne la storia, se non per sommissimi capi, e soffermarsi su ogni sua incisione di ciò meritevole. Valga questo breve omaggio come mera introduzione al neofita che avrà poi a disposizione innumerevoli strumenti per approfondire, in primis la biografia di Timothy White tradotta in Italia da Arcana (Una vita di fuoco, 1994), e come svelto ripasso per chi già conosce la materia.

Sorvolo su infanzia e adolescenza del Nostro, segnate da una dignitosa povertà e dall’assenza della figura paterna, un ufficiale anglo-giamaicano bianco di trentadue anni più anziano della madre Cedella Booker, appena diciottenne quando Robert Nesta nacque, il 6 febbraio 1945. Mi limito ad annotare che l’amicizia stretta alle elementari con Neville O’Riley Livingstone, detto Bunny, di due anni più giovane di lui, venne cementata dal rapporto sentimentale intrecciato da Cedella con il genitore di costui, sicché i due ragazzetti divennero fratellastri. Ciò che più li accomunava era la passione per quanto dalle lontane antenne di una stazione radio di New Orleans arrivava fin sull’isola: doo wop e gospel, soul e rhythm’n’blues. Erano le musiche d’importazione che andavano più forte in Giamaica, ove gli stili locali più popolari erano, sul finire degli anni ’50, mento e calypso. Un nuovo genere stava però proprio allora prendendo piede, lo ska. Ne rispetta i dettami Judge Not, primo pezzo inciso da Bob Marley, in un imprecisato giorno del 1962. La voce è ancora, inevitabilmente, acerba, ma l’incedere gagliardo e sbarazzino. Un buon debutto, anche se la grandezza a venire è inimmaginabile sulla scorta di quei due minuti e mezzo scarsi. Il diciassettenne era stato notato dal cantante Joe Higgs, all’epoca una delle figure centrali della musica giamaicana, e raccomandato a uno dei principali produttori e discografici, Leslie Kong. Judge Not usciva a 45 giri per la sua Beverley ma pochi se ne accorgevano e stessa sorte toccava al singolo successivo, One Cup Of Coffee. Una falsa partenza, dunque.

Il brano con il quale decolla la carriera di Bob Marley è Simmer Down, impresso su vinile sul finire del 1963. Non è più solo il ragazzo, bensì figura principale dei neonati Wailing Wailers, sestetto vocale che vede con lui l’inseparabile Bunny (poi noto come Bunny Wailer), Winston Hubert McIntosh (ossia Peter Tosh), Junior Braithwaite, Beverley Kelso e Cherry Smith. Modello? Quei campioni del soul chiamati Impressions in cui si sta facendo le ossa Curtis Mayfield. È però l’argomento locale – un invito alle bande giovanili a rinunciare alla violenza che certifica una coscienza sociale viva prima ancora della conversione, da lì a tre anni, alla dottrina rastafari – a fare breccia nel pubblico. Nel gennaio ’64 il 45 giri raggiunge il numero uno nelle classifiche giamaicane e arriverà a vendere ottantamila copie, cifra stupefacente per un mercato così piccolo. Nell’arco di un triennio e sempre per i tipi della Coxsone di Clement Dodd, Marley e i suoi mettono in fila una quindicina di singoli di eccellente qualità e apprezzabile successo. Ma nonostante ciò i soldi sono appena quanto basta a sopravvivere e anche meno. Braithwaite, Kelso e Smith lasciano. Per qualche mese lascia persino Marley, che raggiunge la madre negli USA e lì lavora da operaio. Parentesi per fortuna breve siccome, accorciato il nome in Wailers, Marley, Tosh e Livingstone ripartono come trio e fondano persino un’etichetta, la Wail’N’Soul, che però fallirà presto. Sarà l’incontro con un altro produttore geniale, Lee “Scratch” Perry, a rilanciarli.

Lo ska nel frattempo ha rallentato il suo battito, facendosi dapprima rocksteady, quindi reggae. Se rimane palpabile l’influenza della nera statunitense, la musica giamaicana ha caratteristiche sempre più peculiari ma per il momento soltanto due mercati: quello locale e quello del Regno Unito, dove può contare su una folta colonia di emigrati e raccoglie adepti anche fra gli skinhead. Lungo il percorso che porta i Wailers a Londra nella primavera del 1972. Ci sono stati gli anni del felicissimo sodalizio con Lee Perry, punteggiati da una sequenza di classici, da Duppy Conqueror a Lively Up Yourself, da Easy Skanking a Kaya, da 400 Years a One Love, che in altre, più levigate versioni conquisteranno da lì a poco il mondo intero. C’è stato, per interposta persona, il primo hit internazionale, una versione di Stir It Up del cantante americano Johnny Nash. E una sezione ritmica formidabile, quella formata dai fratelli Aston e Carlton Barrett, si è unita in pianta stabile ai tre cantanti (erano basso e batteria in precedenza degli Upsetters di Lee Perry; proprio lo scippo determinò la rottura fra lui e il Robert Nesta). I Wailers si troverebbero nella capitale britannica, in teoria, per promuovere un 45 giri per la CBS, Reggae On Broadway, ma scoprono che l’etichetta non sa che farsene di loro. È la disperazione a far bussare Marley alla porta di Chris Blackwell. Costui è un giamaicano bianco che dopo avere fondato una casa discografica in patria sul crepuscolo dei ’50 ha avuto una grande intuizione, capendo che trasferirsi a Londra lo avrebbe reso socio di tutti coloro che sull’isola erano invece suoi concorrenti. Rifondata nel 1962, la sua Island ha colto un clamoroso successo due anni dopo con My Boy Lollipop di Millie, gioiello ska di abbacinante splendore pop. L’apertura al rock nella seconda metà del decennio e l’eccezionale intuito del suo proprietario – che ha portato agli ingaggi di Traffic e Jethro Tull, King Crimson, Free, Fairport Convention e Cat Stevens – l’hanno resa l’indipendente di maggiore prestigio e fortuna. Blackwell, che ha già colto nel segno con Jimmy Cliff, capisce che Bob Marley ha le qualità giuste per piacere a un pubblico assai più vasto di quello del reggae e si comporta di conseguenza. I Wailers sono trattati come se fossero un complesso rock. Viene offerto loro un contratto adeguato, vengono registrati a regola d’arte e il loro esordio a 33 giri inglese, “Catch A Fire”, è ben confezionato e ancora meglio pubblicizzato. Una scaletta che va, come quella del successore “Burnin’”, a colpo sicuro, recuperando sperimentati cavalli di battaglia ignoti in Europa, fa il resto. È nata una stella. Due anzi, dal momento che Peter Tosh se ne va, optando per una carriera solistica che sarà interrotta nel 1987 da mani assassine. E sarebbero tre se Bunny Wailer, pur’egli dimissionario, fosse più ambizioso. Farà album splendidi, ma non li promozionerà mai a dovere.

Il seguito è stato narrato talmente tante volte che posso permettermi di presumerlo noto anche al lettore più giovane: l’aggiunta ai Wailers di una sezione vocale femminile; l’epocale trittico, con in mezzo lo strepitoso “Live!”, “Natty Dread”/”Rastaman Vibration”/”Exodus”; la flessione di “Kaya” e il subitaneo ritorno in quota con un altro album dal vivo, “Babylon By Bus”, e i due LP in studio più politicizzati, “Survival” e “Uprising”. Fu questo l’ultimo 33 giri pubblicato da Marley in vita. Lo chiude la toccante, in prospettiva, e profetica Redemption Song. È la medesima canzone (ma in una versione di insopportabile pregnanza tratta dall’ultimo concerto del nostro eroe) con la quale si congeda il box di quattro CD “Songs Of Freedom”, uscito nel 1992 e a oggi il migliore compendio mai pubblicato dell’arte marleyana, l’unico a raccontarla dal primo singolo al tour di addio.  Chi volesse approfondire il periodo giamaicano può indirizzarsi a due raccolte di recente pubblicazione, “Climb The Ladder” (Heartbeat) e il doppio “Sun Is Shining” (Trojan). Fermo restando che “Natty Dread”, “Rastaman Vibration” ed “Exodus”rimangono irrinunciabili.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 443, 22 maggio 2001.

4 commenti

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4 risposte a “I canti di redenzione di Bob Marley

  1. Orgio

    Impossibile non rispettare Marley, a prescindere da gusti musicali e opinioni politiche.

  2. Alfonso

    Però ogni volta che penso all’eredità di Marley non posso fare a meno di concludere che la sua rivoluzione è rimasta incompiuta (almeno rispetto alle enormi aspettative che aveva creato). Nessuno può ridimensionare la rilevanza storica e la bellezza incontaminata – e pure la perfezione formale, per strano che possa sembrare – di quegli album, ma dopo di lui non è venuta nessuna invasione della musica “altra” nel pop internazionale (se non con la mediazione un po’ invadente di artisti occidentali), quasi mai più la canzone si è fatta politica senza perdere in incisività e piacevolezza, e il raggae è subito tornato roba per pochi, e infatti anche all’appassionato medio quando dici reggae quello ti risponde Natty Dread. E basta. Non so, è un’impressione personale, magari facilmente smentibile da chi è più addentro alle storie di musica, però a me sembra che oggi Marley sia ancora re, ma il suo regno sia stato dimenticato.

    • Il problema è che non si è affacciato alla ribalta nessuno con canzoni e carisma anche lontanamente paragonabili, nel reggae o in Africa o in Sudamerica. Khaled, Ali Farka Toure, Youssou N’Dour, Nusrat Fateh Ali Khan per quanto grandissimi artisti non sono mai stati – né in nessun modo potevano essere – altrettanto ecumenici. Però la musica “altra” nel pop internazionale, sebbene senza troppo parere, un po’ si è infiltrata comunque. E, dopo Marley, la diamo per scontata, come prima di Marley era inimmaginabile.

      • Alfonso

        Non faccio fatica a darti ragione, sarà che – per fortuna – un mondo musicale pre-Marley e tutto anglo ed eurocentrico non riesco a rappresentarmelo.

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