L’Età dell’Oro del reggae (1968-1981) – Una discografia minima

Quinto e ultimo recupero su VMO – dopo power pop, blues, soul e hip hop – di una delle otto discografie base di genere che compilai per “Il Mucchio” negli anni del settimanale. Le restanti tre – punk, new wave e krautrock – sono disponibili, per pochi giorni ancora, sul numero speciale della rivista (697, agosto) attualmente in edicola.

Due eventi caratterizzarono il 1966 giamaicano. Il 21 aprile – su invito di Michael Manley, leader del partito di opposizione, il People’s National Party, di tendenze socialiste – arrivava in visita l’Imperatore d’Etiopia Hailé Selassié, Re dei Re, Leone Conquistatore della tribù di Giuda e forse ignaro di essere considerato dai rastafari, in base alle profezie dettate da Marcus Garvey, una sorta di dio in terra. In centomila andavano ad accoglierlo all’aeroporto di Kingston, intonando la più corale Rivers Of Babylon che si ricordi. Terrorizzato dalla troppo entusiastica accoglienza, il Negus restava chiuso per ore nel suo aereo, rifiutandosi di scendere. Qualche mese dopo era l’estate a giungere: insopportabilmente calda anche per i torridi standard dell’isola. Impossibile ballare sulle cadenze frenetiche dello ska, stile dominante dall’inizio del decennio e derivato dalla giustapposizione di un ritmo singultante al jazz, al gospel, al soul, al rhythm’n’blues captabili in Giamaica puntando le antenne verso Miami e New Orleans. I musicisti si adeguavano e rallentavano il passo. Nasceva il rocksteady, subito celebrato da un’omonima canzone di Alton Ellis. Due anni più tardi, il ritmo scendeva ancora e si cominciava a parlare di reggae, termine che pare derivi da “streggae”, l’appellativo affibbiato alle prostitute nel ghetto. Ironico che il suo destino sia stato di etichettare il pop per molti versi più mistico di sempre.

Sono state impregnate di una profonda religiosità la vita e l’arte di Robest Nesta Marley che, già celeberrimo nel suo paese, nel 1972 portava i Wailers – con lui Peter Tosh e Bunny Livingstone – alla Island, casa discografica londinese fondata da un transfuga giamaicano, Chris Blackwell. Iniziava da lì l’ascesa di Marley allo stardom internazionale, unico artista del Terzo Mondo a conquistare una fama a tal punto diffusa ovunque che a giustificarla non basta la straordinaria qualità delle canzoni. Bisogna chiamare in causa quell’ineffabile qualità detta carisma. Con lui all’apogeo della popolarità, diversi altri autori e interpreti giamaicani si facevano strada nelle classifiche europee e il reggae si infiltrava nel rock, praticato dai Clash come dai Police, da Joe Jackson come dai Ruts o dai Bad Brains (ma già Paul Simon ed Eric Clapton avevano trafficato con la battuta in levare). Un’ascesa apparentemente irresistibile. Fin quando, l’11 maggio 1981, Bob Marley doveva arrendersi, appena trentaseienne, a un tumore al cervello. In molti scrissero allora che con lui era morto il reggae. Non era naturalmente vero. La musica giamaicana, ormai parte integrante del vocabolario del pop globale, ha continuato a godere di eccellente salute. Vero è d’altro canto che, tolto l’occasionale hit, è tornata appannaggio, lontano da casa sua, di un pubblico specializzato. Vero è che lo stile in essa prevalente, il vertiginoso scilinguagnolo su basi sempre più minimali del raggamuffin, è assai distante dalla sua forma classica, che comunque tanti praticano ancora e fra essi il solo plausibile erede che Marley abbia mai avuto, vale a dire (dopo gli esordi ragga) Buju Banton.

Ma siccome un limite temporale andava posto alla nostra indagine abbiamo deciso di fissarlo in quel funesto 1981. Fra i venti album a seguire non troverete né ska né dub (eccezione: la dub poetry di Linton Kwesi Johnson, che è altra cosa rispetto al dub canonico) e vi imbatterete in poche antologie, scelte solo quando il meglio degli artisti in questione sta nella produzione a 45 giri piuttosto che a 33. Due acquisti alquanto impegnativi vanno però anteposti a questi dieci (più dieci) titoli perché la panoramica risulti accettabile: il box di quattro CD della Island “Tougher Than Tough”, che racconta la musica giamaicana dal proto-ska dei Folkes Brothers (1958) al raggamuffin di Shaggy (1993), e il cofanetto, sempre quadruplo e Island, “Songs Of Freedom”, che segue Bob Marley dal primo sette pollici che pubblicò, nel 1962, all’ultima canzone che cantò nell’ultimo concerto della sua vita, il 23 settembre del 1980.

ARTISTI VARI “The Harder They Come” (Island, 1972) – Prima dell’esplosione di Marley era Jimmy Cliff il reggaeman più noto al popolo del rock, grazie a una bella sensibilità pop. Fu così lui a essere chiamato a interpretare il protagonista di The Harder They Come, vicenda di ghetto in stile blaxploitation e grande successo al botteghino. Anche una colonna sonora esemplare in cui il nostro uomo canta il tema conduttore e altri tre classici, dando spazio pure a Scotty, Melodians, Maytals, Slickers e Desmond Dekker.

BLACK UHURU “Sinsemilla” (Island, 1981) – L’ultimo dei grandi trii vocali (un organico ricorrente nella storia del reggae; gli stessi Wailers erano in origine un trio vocale) nasce nel 1974 con un nome che vuol dire (dal swahili) Libertà Nera e l’impegno iscritto nel DNA. Diversi cambi di formazione e 45 giri dopo, e a quattro anni da un gagliardo debutto a 33 giri, licenzia un capolavoro (doppiato pochi mesi più tardi dal quasi altrettanto memorabile “Red”) che celebra nel titolo la pianta sacra ai rasta.

KEN BOOTHE “The Ken Boothe Collection” (Trojan, 1987) – Ovvero: “Eighteen Classic Songs”. Il meglio di questo Sam Cooke di Giamaica (stupenda la versione di You Send Me) sta qui. Voce d’usignolo e incedere languido, il più incantevole fra i molti interpreti reggae (dovreste conoscere come minimo, fra quelli  non in questo elenco, Alton Ellis, John Holt e Delroy Wilson) totalmente devoti al soul.

DENNIS BROWN “No Man Is An Island” (Studio One, 1970) – Altre seriche corde vocali a bagno nel rhythm’n’blues. Si stenta a crederlo, ma quando incise questo album, in bilico fra rocksteady e reggae, Dennis Brown (scomparso di recente) aveva dodici anni. Chiesto chi fosse il suo cantante preferito, Bob Marley indicò il suo nome. Se la nostra non vi basta, fidatevi almeno della sua di raccomandazione.

BURNING SPEAR “Marcus Garvey” (Island, 1975) – Nati come trio vocale, Burning Spear diventano negli anni più che altro lo pseudonimo dietro cui si cela Winston Rodney, profeta di un ritorno all’Africa visto come unica possibilità di redenzione terrena per i neri d’America. A Marcus Garvey, primo teorico di tale viaggio, dedica un LP dal piglio aspro e dai toni drammatici. L’edizione su CD lo accoppia alla sua versione, sicché in un colpo solo vi portate a casa uno dei dieci capisaldi del reggae e una della dieci pietre miliari del dub.

LINTON KWESI JOHNSON “Bass Culture” (Island, 1980) –  Giamaicano trapiantato a Londra e intellettuale prestato alla musica, Linton Kwesi Johnson sulle formidabili basi allestite dal fido Dennis Bovell distende poemi inneggianti alla consapevolezza e agli ideali del socialismo, ma anche impagabili quadretti di vita quotidiana. È lo zenit della dub poetry, ideata dallo stesso Johnson nei precedenti “Dread, Beat’n’Blood” e “Forces Of Victory” e che troverà un controaltare al femminile nell’ottima Jean Binta Breeze.

BOB MARLEY & THE WAILERS “Natty Dread” (Island, 1975) – Arduo scegliere nell’ambito del fenomenale trittico “Natty Dread”/“Rastaman Vibration”/“Exodus”. Si impone il primo per due ragioni: vinse la sfida di dare ai Wailers un futuro all’indomani dell’abbandono di Peter Tosh e Bunny Wailer e pochi altri album di qualunque genere si presentano con due canzoni della forza di Lively Up Yourself e No Woman No Cry.

THE MAYTALS “Do The Reggae 1966-1970” (Attack, 1989) – Era il 1968 quando un brano dei Maytals battezzava un nuovo genere musicale: Do The Reggay. Lo trovate qui, in compagnia di altre quindici canzoni schiette e ruspanti fra le quali spicca la trascinante 54-46 That’s My Number, ispirata da un processo per possesso di marijuana al leader Toots Hibberts. Che, assunto in seguito il pieno controllo del gruppo e rinominatolo Toots & The Maytals, nel 1976 darà alle stampe una meraviglia chiamata “Funky Kingston”.

JUNIOR MURVIN “Police & Thieves” (Island, 1977) – Ascoltatolo, i Clash si innamorarono a tal punto della title-track da coverizzarla subito nel loro esordio adulto e così, per tramite loro, la generazione punk si accostò alla musica giamaicana. Ma il resto della prodigiosa scaletta non vale di meno. Produce Lee Perry, da par suo. Quanto a Murvin, canta inni di battaglia con una voce da efebo, inconfondibile.

STEEL PULSE “Handsworth Revolution” (Island, 1978) – I maestri del reggae britannico, che troverà altri esponenti di vaglia negli Aswad, emergono con il punk e con il punk hanno frequenti commerci, dividendo sovente le platee con i suoi gruppi. Altri problemi ha il ghetto di Handsworth (Birmingham) rispetto a quello di Kingston ma medesimo è il modo di uscirne, non dimenticandosi mai da dove si viene. Melodie incisive, testi combattivi, un invincibile dondolare.

Ne voglio ancora!

BIG YOUTH “Natty Cultural Dread” (Trojan, 1976) – Sarebbe forse più opportuno procurarsi piuttosto il triplo antologico “Natty Universal Dread”, di cui abbiamo scritto lo scorso mese (n. 419), ma se proprio volete risparmiare…

CONGOS “Heart Of The Congos” (Black Ark, 1977) – Un disco per quasi vent’anni leggendario per la sua irreperibilità e poi, dopo la ristampa Blood And Fire, per la sua bellezza. Lee Perry è in cabina di regia, presenziano Gregory Isaacs, Ernest Ranglin, Sly Dunbar: fra Marvin Gaye e l’Africa.

CULTURE “Two Sevens Clash” (Joe Gibbs, 1976) – La colonna sonora dei disordini di Notting Hill Gate che ratificarono l’incontro fra la gente del reggae e quella del punk. Vi basta?

ETHIOPIANS “Original Reggae Hit Sound” (Trojan, 1986) – Gli Etiopici si muovono al confine con il rocksteady, facendo loro le difficili platee skin. Armonie innodiche e una passione per i treni: Train To Skaville, Train To Glory. E ricordate: The Word Is Love.

HEPTONES “The Meaning Of Life” (Trojan, 1999) – Meglio di quello dei Monthy Python: venticinque impeccabili esempi di soul con la battuta in levare, con originali strepitosi e una manciata di cover persino superiori.

MISTY IN ROOTS “Live At The Counter Eurovision 79” (People Unite, 1979) – Un altro esempio sublime di reggae politicizzato britannico.

MAX ROMEO “War Ina Babylon” (Island, 1976) – Partito dal doo wop e passato per il soul, Max Romeo approda al rastafarianesimo militante. Indimenticabile, in toto e cominciando dal brano che lo intitola.

PETER TOSH “Mystic Man” (Rolling Stones, 1979) – Un brutto finale di carriera solistica ha fatto dimenticare che l’ex-socio di Marley aveva inciso, sul principio di codesta, un poker spettacolare. Questo l’ultimo asso calato.

U-ROY “Dread In A Babylon” (Virgin, 1975) – Con Big Youth, il migliore dei dj. Non a caso soprannominato The Originator.

BUNNY WAILER “Protest” (Island, 1977) – Il capolavoro del terzo Wailer è l’immortale “Liberation”, datato però 1988. Ma “Protest” sta lì.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.423, 19 dicembre 2000.

3 commenti

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3 risposte a “L’Età dell’Oro del reggae (1968-1981) – Una discografia minima

  1. stefano campodonico

    Grande Maestro,tutti i titoli da te citati sono imperdibili,però dovendone scegliere proprio venti, un posto a Satta Massagana degli Abyssinians e Wild Suspense degli Wailing Souls l’avrei trovato.Che ne pensi?

  2. stefano campodonico

    Forse al posto di No Man Is An Island e Protest, ma è solo questone di gusti,per carità!

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