R.E.M. 1982-1996 (1): Chronic Town

Esattamente tre decenni fa a oggi un oscuro quartetto di Athens, Georgia, dal nome indecifrabile senza relativa spiegazione licenziava un mini dalla copertina tanto suggestiva quanto fuorviante (alzi la mano chi c’era e non pensò a un gruppo dark), intitolato “Chronic Town”. Nulla per il rock americano sarebbe più stato lo stesso, ma ovviamente nessuno poteva saperlo. Per celebrare i trent’anni del primo quasi-LP di una band che per sciogliersi ha aspettato di compierne trentuno  ho deciso di riprendere su VMO quasi integralmente (cronologia eccettuata), e naturalmente a puntate, un libretto che diedi alle stampe per Giunti nel ’97. Per fortunata oppure sfortunata coincidenza, in quel testo che dei nostri eroi raccontava i primi quindici anni c’erano già tutti gli album pubblicati nella formazione classica a quattro. I R.E.M. senza Bill Berry – lo sappiamo tutti, anche se spiace ammetterlo – saranno altra e tanto meno gloriosa (dignitosa però sì: sempre) faccenda.

Wolves, Lower. Gardening At Night. Carnival Of Sorts (Boxcars). 1,000,000. Stumble.

I.R.S., agosto 1982 – Registrato presso il Drive-In Studio di Winston-Salem, North Carolina, nell’ottobre 1981 e nel gennaio 1982 – Tecnico del suono: Mitch Easter – Produttori: Mitch Easter e R.E.M.

In una sua poesia breve come un haiku, bellissima e terribile, Thomas Eliot ci ammonì che non con una deflagrazione il mondo finirà, ma con un mormorio. Nell’autunno del 1987 i R.E.M. obbietteranno con la fragorosa It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine): è la fine del mondo così come l’abbiamo conosciuto e io sto benone, cantava Michael Stipe, e aveva un mucchio di buone ragioni per sentirsi da dio. Fu quello il momento in cui la rivoluzione che la banda dei quattro di Athens aveva iniziato a sobillare nel luglio 1981, con un 45 giri venduto in cinquemila esemplari, passò il punto del non ritorno. Ci saranno album dei R.E.M. molto più gettonati di “Document”, dopo, e nel 1991 un LP chiamato “Nevermind” cambierà per sempre le carte in tavola nel business discografico a stelle e strisce, ma senza i R.E.M. i Nirvana non avrebbero mai avuto la possibilità di uscire dall’underground. Come avremo modo di raccontare, a grandi linee, dicendo nel contempo dei loro dischi, Stipe e soci alla fine del mondo del rock americano così come l’abbiamo conosciuto hanno offerto un contributo di rilevanza prossima all’incommensurabile. Sono stati il motore del cambiamento.

La fine del mondo inscenata dai R.E.M. ebbe però inizio, dando ragione a Eliot, con un mormorio e un equivoco. Il suono impastato del 45 giri su Hib-Tone, dovuto a un errore di pressaggio, venne scambiato dai più per un gesto di protesta contro le sonorità rifinite fino alla frigidità dei dischi, rock e non, che al tempo dominavano le classifiche statunitensi. Il punk era passato senza lasciare traccia negli USA, giusto i Ramones avevano mosso un numero di copie sufficiente a impressionare favorevolmente l’industria, e anche le cifre di vendita dei gruppi new wave più popolari (pensiamo ai B-52’s, illustri concittadini dei R.E.M.) erano poco significative se rapportate ai Fleetwood Mac di turno. I R.E.M. cominciarono a cambiare questo stato di cose senza alcun piano prestabilito, semplicemente essendo loro stessi. Nel momento in cui i video stavano iniziando ad avere un’importanza decisiva, rendendo possibile per la prima volta la scalata delle classifiche senza estenuanti e ripetuti tour da costa a costa a artisti non ancora consolidati e a tanti bluff, soprattutto britannici, i R.E.M. presero a costruirsi un seguito di fedelissimi con una fitta attività concertistica. Quando uscì Radio Free Europe la banda di Athens era già, a quindici mesi dal debutto live, un piccolo mito nella cittadina georgiana e nella vicina Atlanta. Due tirature del dischetto andarono esaurite senza altra promozione che i concerti.

Non ci sono altri casi, nella storia del rock americano, di un 45 giri con una tiratura così bassa che esercita una simile influenza, replicando, in piccolo ma con effetti molto più immediati, il caso Velvet Underground. Il primo album del complesso di Lou Reed aveva venduto poco, tre lustri prima, ma un numero congruo di quanti l’avevano acquistato negli anni aveva poi a sua volta fondato gruppi (Peter Buck, ad esempio). Già fra la pubblicazione di Radio Free Europe e quella di “Chronic Town” (con “Murmur” il fenomeno era tanto imponente da attirare l’attenzione della stampa nazionale) gli Stati Uniti furono invasi da una marea di gruppi che ai R.E.M. si richiamavano per suoni e/o comportamenti. Gruppi con chitarre jingle-jangle e ritmiche new wave ma soprattutto gruppi che uscivano dai confini del loro stato e suonavano in qualunque locale glielo permettesse, che resistevano alle lusinghe della major di turno e pretendevano e ottenevano, quando firmavano un contratto, un controllo artistico totale sul prodotto finito. I Replacements, gli Hüsker Dü, i Meat Puppets, i Sonic Youth – vale a dire coloro che, con i quattro di Athens, hanno cambiato la faccia del rock americano nello scorso decennio – presero esempio dai R.E.M.

Chi non fondò un gruppo o un’etichetta indipendente aprì un negozio di dischi underground, o diede alle stampe una fanzine. Altri divennero dj nel circuito delle radio universitarie e, rifiutando le scalette disegnate dalle pressioni delle grandi case discografiche e dando spazio a gruppi sconosciuti alle masse, cominciarono a modificare radicalmente i gusti di queste. Il college rock, padre del rock cosiddetto “alternativo” di questi anni ’90, è una non programmata invenzione dei R.E.M.

Come rileva Anthony DeCurtis nella sua bella introduzione a R.E.M. – The Rolling Stone Files (Hyperion, New York, 1995), “persino la foto sul retro di copertina (di Radio Free Europe, N.d.A.), nella quale nessuno dei membri del gruppo guarda in macchina, si rivelerà un’enorme influenza. Per anni quasi ogni busta di 45 giri pubblicato da un’indipendente avrà l’aria di citarla”.

Il demone dall’aria un po’ beffarda, giocondianamente, e un po’ perplessa che campeggia sul davanti di copertina di “Chronic Town” non suscitò altrettanta emulazione ma bene riflette le atmosfere, oscure e però non pessimistiche, che si respirano nel disco, con i suoi cinque brani per venti minuti complessivi di durata una via di mezzo fra un EP e un album. Ci sarebbe stato, anche non contando le decine di brani che Stipe, Buck, Mills e Berry avevano composto e a volte pure inciso, e poi buttato via, nel primo anno e mezzo di vita del complesso (non andò perduta, naturalmente, la pratica alla scrittura ingenerata da tali esercizi), materiale a sufficienza per un LP vero e proprio: le canzoni messe su nastro durante le sedute nelle quali si pescò per confezionare il disco erano difatti otto. Escludendone tre – due delle quali, Ages Of You e White Tornado, chiaramente minori, finiranno su retri di 45 giri mentre la terza, Shaking Through, sarà inclusa in “Murmur” in una versione meno acerba – il gruppo di Athens si dimostrò, ancora poco più che neonato, abbbastanza maturo da afferrare l’importanza di un controllo di qualità severo sulla propria opera. Dalle esclusioni “Chronic Town” guadagnò in compattezza e in caratura, ché delle rimandate la sola Shaking Through valeva le promosse.

Fin dai primi secondi del brano che inaugura il disco, Wolves, Lower, gli stilemi del sound dei primi R.E.M. vengono perfettamente delineati. La chitarra di Buck è folky e circolare, elementare ai limiti dello strimpellamento, eppure singolarmente efficace e funzionale all’insieme. In conseguenza del suo uso in chiave prevalentemente ritmica sono il basso di Mills e la voce di Stipe, che il bassista doppia puntualmente in ritornelli di notevole incisività, a assumersi il compito di delineare e sostenere la melodia. La batteria di Bill Berry è asciutta, essenziale e nel contempo invero elegante, sia quando prende il proscenio che quando fa da spalla al fluido incedere del quattro corde. Su tutto domina la voce di Stipe: usata a mo’ di strumento, ieratica e intelligibile solo con notevole sforzo (anche per gli anglofoni), e non sempre. Lo sforzo necessario a decifrare i testi, che oltretutto non narrano storie ma sono costruiti a flash e con un frequente uso della tecnica, mutuata da William Burroughs, del cut up, contribuì enormemente a fare di Michael Stipe, figura già carismatica e dalla peculiare presenza scenica, un autentico guru per i suoi coetanei. Da quasi tre lustri ormai il cantante dei R.E.M. ha un seguito, le cui fila si sono via via ingrossate, di esegeti (detti, con delizioso gioco fonetico sulla parola “disciples”, vale a dire discepoli, distipeles) che partendo dai suoi testi hanno costruito le teorie più bizzarre.

Diffida di te stesso, diffida di te stesso, non farti intrappolare”, canta a ogni buon conto Stipe in Wolves, Lower, prima che la canzone si apra in un coro a bocca chiusa che sarà presto uno dei tratti distintivi dello stile dei Georgiani. Il brano è ossessivo e un po’ sbilenco, come se i suoi elementi costitutivi fossero stati assemblati casualmente e altrettanto casualmente mantenessero la coesione. Nella successiva Gardening At Night l’elemento folk è più accentuato. Alla Rickenbacker elettrica (di più, sul tormentone in voga nei primi anni ’80 “i R.E.M. sono i nuovi Byrds”, nel prossimo capitolo) si contrappone una chitarra acustica, creando un effetto che i R.E.M. useranno spesso. Carnival Of Sorts (Boxcars) è melodica (splendido il ritornello) ma pure nervosa, alla maniera dei Feelies, un gruppo di cui Buck si è sempre detto estimatore e di cui sarà anche, anni dopo, il produttore. 1,000,000 ha il basso più marcatamente new wave, con una propensione all’algido funk di marca Gang Of Four, del lotto, mentre del tour de force conclusivo di Stumble sono protagonisti assoluti una batteria insolitamente tonitruante e la voce di Stipe, che canta, parla, gigioneggia da par suo.

Per quanto niente in esso potesse fare intuire che ci si trovava di fronte a un gruppo che avrebbe cambiato la storia del rock, “Chronic Town” fu un buon prologo per un romanzo che, con l’accumularsi dei capitoli, si sarebbe fatto sempre più appassionante.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

1 Commento

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Una risposta a “R.E.M. 1982-1996 (1): Chronic Town

  1. paolo stradi

    Quel libretto, in formato CD, era un felice compendio della loro carriera in formazione originale. Poi, come tu sottolinei, intervenne il “mestiere”, nel loro caso in senso letterale, e nobile. Grandi artigiani sempre in grado di guizzi di classe: chi del resto può creare capolavori per trent’anni e più? Con sempre, come rilevavi nella tua recensione di REVEAL sul Mucchio Extra, la capacità quasi “innaturale” di creare melodie affascinanti e indimenticabili. Applausi…

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