Peter Tosh, a venticinque anni dalla morte

Venticinque anni fa a oggi veniva assassinato il secondo più celebre dei Wailers. Nel ventennale del tragico evento, così lo ricordavo sulle pagine del “Mucchio”.

Ben prima dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre era una data che suscitava un’eco luttuosa – con un’ulteriore e al pari sgradevole coda di interrogativi sulle meccaniche e le ragioni di quanto accaduto – nelle menti di una particolare categoria di persone: gli appassionati di reggae. A questo 11 di settembre saranno trascorsi vent’anni dacché mani omicide coglievano la vita del non ancora quarantatreenne Winston Hubert McIntosh, depredando la musica giamaicana di uno dei suoi talenti più limpidi e combattivi. Dando un colpo che parve mortale, a poco più di sei anni dall’ancora più prematura scomparsa di Bob Marley, al rapporto con il mainstream occidentale. Il reggae è sopravvissuto e pure brillantemente, infiltrandosi ovunque, seconda lingua franca dopo l’hip hop del pop globale, ma è nondimeno vero che Tosh fu la terza – dopo Jimmy Cliff e ovviamente Marley – delle sue… rockstar ed è rimasta l’ultima. Nessuno come lui dopo di lui, benché Buju Banton ci sia andato vicino. Certo pesava l’emozione nel Grammy Award, il primo assegnato a un artista reggae, che immeritatamente premiava l’anno dopo il mediocre “Nuclear War” e tuttavia l’impressione è che, dopo un lungo periodo di appannamento, la stella di Tosh sarebbe tornata a brillare comunque. Almeno giustizia venne fatta? Legittimo dubitarne. Del commando di tre uomini che fece irruzione nella casa del cantante (nell’assalto rimanevano uccisi anche i dj Doc Brown e Jeff “Free I” Dixon) uno solo fu identificato, processato e, al termine della camera di consiglio più breve nella storia dell’ex-colonia britannica (undici minuti!), condannato a morte, sentenza peraltro mai eseguita e commutata nel ’95 in ergastolo. Costui è tuttora in carcere, liberi gli altri, sempre che non abbia provveduto la legge del ghetto a punirli e in tal caso non lo sapremo mai. La versione ufficiale è che si trattò di una rapina andata male. Può darsi. Può pure darsi del resto che Pasolini fu ucciso per una storiaccia di sesso mercenario, ma ci credete voi? Ricordando quanto fosse malvisto l’ex-Wailer dalle autorità locali, censurato dalla radio, bersagliato dalla stampa sia di regime che d’opposizione, vessato dalla polizia e nel ’78 c’erano voluti trenta punti per ricucirlo dopo un pestaggio subito in cella. Una rapina, sicuro…

Ma dedicare anche solo una riga ancora alle circostanze drammatiche della dipartita del nostro uomo vorrebbe dire rubarla alla celebrazione di un’esistenza piena, pienissima. Per un favoloso quindicennio – dal 1964 di Simmer Down, primo atto discografico del sodalizio stretto con Bob Marley e Bunny Livingston, al 1979 dell’ultimo classico in proprio, “Mystic Man” – straordinariamente fruttuosa. Che torto che si fa a Tosh, quasi assassinandolo una seconda volta, riducendolo a quello meno talentuoso dei Wailers, quello invidioso, rissoso e antipatico. Nessuno può vincere il confronto con Marley perché è di un fuori categoria che si parla, ma il nostro eroe non si limitò a vivere di luce riflessa e si vada a controllare quanti e quali classici regalò alla premiata ditta prima della rottura. Si verifichi la qualità di una discografia solistica numericamente poco consistente – solamente sette album “veri” in studio – ma artisticamente formidabile – i primi quattro grandiosi,  giusto l’ultimo trascurabile. Nessuna collezione di reggae può fare a meno come minimo di “Bush Doctor”, il 33 giri che inaugurava nel 1978, dopo due LP per Virgin, il rapporto con la Rolling Stones Records: forte, oltre che del puttanesco duetto con Mick Jagger di Don’t Look Back (una cover dei Temptations), di una pastorale Pick Myself Up e di una supersoul I’m The Toughest, di una Moses The Prophet di afflato gospel e dell’antiproibizionista e orecchiabilissima traccia omonima. A proposito di inni alla maria e ai suoi derivati: e come rinunciare a quello che aveva battezzato, due anni prima, il debutto in proprio di Tosh? Talmente torpida e “stonata”, Legalize It, che nemmeno avrebbe bisogno di parole per trasmettere il messaggio. Però gli autentici capolavori di quell’album sono Till Your Well Runs Dry, che parte come una ballata di scuola Stax e arriva funk dopo avere viaggiato in levare, e Brand New Second Hand, che trasloca lo spiritual ai Caraibi. Così come il sorprendente apice dell’altro LP del Nostro che reputo imperdibile, ossia il quarto, “Mystic Man”, è una Buk-In-Hamm Palace che pulsa disco mentre si fa fustigare dagli ottoni.

Peter Tosh seppe bastardizzare il reggae come nemmeno all’ecumenico ex-compare riuscì, contribuendo così assai alla sua diffusione e lo ricorda bene chi quegli anni li visse. Una memoria che era giusto condividere e rinfrescare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

3 commenti

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3 risposte a “Peter Tosh, a venticinque anni dalla morte

  1. Anonimo

    Mi ha fatto venire in mente una canzone degli Squallor…

    – Hai fatto qualcosa?
    – Adesso sono arrivato al fondo.
    – Ahia.
    – Sì, la tata è arrivata.
    – Bene, bene.
    – L’ho messa a battere, ma non piglia una lira, perché è mostruosa.
    – Come mai? Come mai?
    – Quella quando aveva sedici anni era carina, adesso vuoi perché ha il dente cariato, vuoi perché si è un po’ sviluppata di seno, vuoi perché c’ha la chiappa un po’ addovà…
    – Eh eh eh eh…
    – …vuoi una ventimila lire…
    – Sì…
    – …insomma, qua nelle Antille non se la chiava nessuno, neanche Peter Tosh.
    – E’ uno scandalo, Pierpaolo, cosa ti è successo…
    – Eh, lo so, Papi, hai ragione, ma questa è veramente una mmerda.
    – Sono d’accordo con te.
    – E prendetela una tata nuova, datela in permuta…

    🙂

  2. stefano campodonico

    Ricordo quel giorno,ero di ritorno dal concerto di Bob Dylan con Tom Petty a Modena, quando ascoltai la notizia alla radio, ma allora il reggae non era ancora,per me, quella grande passione che da lì a poco sarebbe diventato
    Di Peter Tosh ho sempre amato quel suo vocione inconfondibile e i suoi primi 4 lp sono quanto di meglio nel genere.Ma gli lp in studio sono 7,dopo vengono WANTED DREAD AND ALIVE,con la fondamentale rastafari is,poi MAMA AFRICA con la cover di johnny b. goode e poi il deludente NO NUCLEAR WAR con forse la sola testify a essere degna di nota.
    Ma quella buk-in-hamm palace che pulsa disco mentre si fa fustigare dagli ottoni(meraviglioso!!) è una vera bomba! Oltre ai live notevole è anche il postumo THE TOUGHEST diviso tra Coxsone Dodd e Lee Perry

    • Ach… errore d’epoca di cui ristampando non mi sono accorto. Grazie mille per la segnalazione, ho provveduto a correggere.
      Per quanto mi riguarda ricordo che forse la sera stessa del giorno in cui giunse la notizia, o in una di quelle immediatamente successive, a Torino suonava Billy Bragg, che gli dedicò un pezzo. Ma non chiedermi quale, gli anni sono quelli che sono. 😦

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