Di cuori d’oro ed Heroin rurali: il Neil Young di “Harvest”

Nell’attesa tremebonda dell’ennesimo nuovo album del Canadese (una “Psychedelic Pill” che c’è ragionevolmente da temere indigesta) qualche mia riflessione, in un Destroy Babylon! d’annata, sul disco di Neil Young che per molti è “il” disco di Neil Young.

C’è chi afferma che “Silver & Gold” sia il nuovo “Harvest”, il terzo cioè dopo quello vero e “Harvest Moon”. Altri (Sylvie Simmons sulle pagine di “Mojo”) sostengono sia piuttosto un altro “Comes A Time”, che era poi di “Harvest” una versione spogliata di ogni drammaticità, con il bucolico che si sostituiva al campagnolo. Sia quel che sia, e in special modo se vale la seconda ipotesi, la faccenda non mi eccita. Credo che lascerò “Silver & Gold” nei negozi. È un fatto che da quando nel 1989 “Freedom” – seguito l’anno dopo da “Ragged Glory” e quello dopo ancora dal live “Weld”, trittico di bellezza sublime e possenza monumentale – cancellò un decennio in cui il nostro uomo aveva dato tristissimo spettacolo di sé, mettendo in fila uno dopo l’altro dischi di bruttezza imbarazzante, non si trova uno disposto a pronunciare una cattiva parola su di lui. Meglio: una parola obiettiva. Che resti allora fra me e voi che, sebbene nessuno fra essi possa essere detto scadente e con la notevole eccezione di “Mirrorball” (imbevuto di linfa giovane dai Pearl Jam), gli album post-“Weld” del Canadese sono irrilevanti. Che da un certo punto di vista è peggio che se fossero orrendi. Voglio dire: almeno “Everybody’s Rockin’” era talmente ridicolo che si faceva notare. “Silver & Gold” è invece un altro disco di Neil Young. Un altro disco acustico di Neil Young, ove il sunnominato trittico era elettrico.

Del Neil Young unplugged “Harvest” costituisce, con il precedente e più bello “After The Gold Rush”, l’archetipo. Fra l’uno e l’altro il quartetto con Crosby, Stills e Nash era assurto a popolarità beatlesiana, ma sono vicende di cui potete leggere su ogni enciclopedia e che probabilmente racconta almeno uno fra i miei compagni di rubrica, e allora ve le risparmio, e vado al centro delle cose: il Canadese è uno e bino. C’è un Neil Young dal cuore d’oro – Heart Of Gold, ma va! – che sciorina country zuccherino, pieno di buoni sentimenti e di valori americani. Non a caso è quello che vende di più e difatti “Harvest” è stato l’unico numero uno di un’ultratrentennale carriera. Poi c’è l’altro, colmo di lirico furore rockista e disposto alla cavalcata a briglie sciolte, a fare impennare la sei corde, cadere e rialzarsi e scagliare l’urlo verso il cielo. Uno dei numi tutelari del grunge. Uno degli idoli dei Sonic Youth. Ma siccome c’è sempre un po’ del dottor Jekyll nel signor Hyde e viceversa, pochi dei suoi dischi acustici sono del tutto acustici e lo stesso vale per il contrario. A rendere questo album superiore ai suoi succedanei sono uno sbuffo o due di elettricità. L’invettiva politica di Alabama. Il ringhio smorzato di Words.

Ma è soprattutto l’inquietudine che lo sottende, ovunque, anche in quel dolcissimo valzerone che lo intitola e che tempo quattro versi fa rimare “pain” con “rain”, a redimere “Harvest” dalla dannazione del buonismo alla torta di mele. Se le orchestrazioni insieme roboanti e bolse di A Man Needs A Maid e There’s A World restano imperdonabili, se l’orecchiabilità di Heart Of Gold e Are You Ready For The Country sfiora la carineria, il languore moderato di Out On The Weekend e il mosso dialogo intergenerazionale di Old Man offrono un riscatto. È però The Needle And The Damage Done,  che arriva quasi alla fine, a chiarire che almeno mezzo grande disco in “Harvest” c’è. Una Heroin rurale carica di presagi di morte. Prima che quel 1972 finisse, l’ago bucò per l’ultima volta la pelle del Cavallo Pazzo, e amico fraterno di Young, Danny Whitten.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.26/27, luglio/agosto 2000.

20 commenti

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20 risposte a “Di cuori d’oro ed Heroin rurali: il Neil Young di “Harvest”

  1. Rusty

    Con Neil Young la discussione è aperta, perennemente. Sono troppi “i” Neil Young per avere un quadro definito e unanime, perciò, data la carriera debordante, ciascuno saprà ricavarsi la propria nicchia. L’accusa di manierismo, per i dischi del dopo Weld, non è nuova. Quella di riciclaggio nemmeno. Pe rme rimane uno dei personaggi più affascinanti del rock americano.

  2. Alfonso

    Il padre di Neil Young che si congratulò col figlio per il suo secondo numero uno in classifica dopo Heart of Gold, ovvero A horse with no name, non è troppo da biasimare. In certi momenti Harvest pare proprio perfetto per arricchire il repertorio degli America. Per fortuna che poi venne On the beach. E Tonight’s the night. E Zuma.

  3. Giancarlo Turra

    No, dai. Diciamo che si ferma un passo prima degli esecrabili America. Che stavano al suono California anni ’70 come i Bush al grunge, grossomodo…

    Però è singolare, questa cosa: nel pubblico italiano “medio”, Neil Young è quello di “Harvest”, e Dylan è quello di “Desire”. Stanno lì, infilati tra un “Breakfast of the century” e un “Dark side of the moon”; ogni tanto chissà se si parlano, e se accade, chissà che dicono…

  4. Alfonso

    Ok il giudizio è un tantino ingiusto lo ammetto, è che con Harvest ho un conto in sospeso perché è il disco col quale ho conosciuto Neil Young e a causa del quale non ho subito amato alla follia Neil Young. E poi sì, mi dà fastidio vederlo presenziare fisso nelle scarne discoteche del vero nemico, non quello che della musica se ne frega ma quello che crede di saperla lunga perché ha in casa mezza discografia dei Pink Floyd (il primo, ovviamente, sempre escluso) e Rock’n’roll animal pur schifando gli album che di quello contenevano le versioni originali.
    P.s. ma Breakfast of the century è una chicca a me ignota o intendevi Breakfast in America?
    P.p.s. ma era tuo il pezzo su Bolan nell’ultimo Extra? No perché in quel caso complimenti e grazie infinite!

    • Giancarlo Turra

      1) non so da dove sia uscito Breakfast of the century, era ovvio che intendevo “… in America”. Come titolo è una figata, però.

      2) sì, sono l’autore dell’articolo su Bolan; e di un tot di altri sia di “Extra” che del “Mucchio” mensile, e ringrazio io te per i complimenti 🙂

      • Alfonso

        L’articolone su Bolan l’ho letto e riletto, per me lo supera giusto quello dedicato a Nick Drake – spero di non fare gaffe, mi pare l’avessi scritto tu!

      • Giancarlo Turra

        Mio pure Drake, sì. Pensa che sono tra gli articoli di cui sono più soddisfatto. Buon segno 😀

  5. Michael Rove

    Per certa gioventù di provincia di fine anni settanta “Harvest” era come un elemento di tappezzeria, presente ovunque. Eddy Cilìa, che se non erro appartiene a quella generazione e nelle case di quei ragazzi ci è entrato, forse lo potrà confermare: se uno nella vita comprava dieci vinile di sicuro “Harvest” era uno di questi (altri 4/10 fissi erano Doors, Pink Floyd, Led Zeppelin e Eagles). Il Neil di “Harvest” parlava un linguaggio universale e misterioso che, a differenza di quanto accadde con un Vasco Rossi appena successivo, innalzava l’ascoltatore medio a livelli mai più raggiunti.
    Bob Dylan, lo cito visto che è stato tirato in ballo, non fu nulla di tutto ciò e io non lo paragonerei mai a Young.

    • Giancarlo Turra

      Il paragone era da riferire alla categoria “dischi che trovi ovunque o quasi” di un determinato artista. Ascoltatori meno – per così dire – “avvertiti” hanno in casa gistappunto i dischi che ho citato, magari a fianco del live degli Eagles, e finisce che conoscono solo quelli e poco altro; cioè, per loro bastano quei dischi lì a raccontare uno young o un Dylan. Giuro che ho visto un sacco di salotti in cui “harvest” sta a fianco di “desire” e ambedue sono circondati da pessime compagnie di rocchettino mainstream…

  6. Michael Rove

    Sì, hai ragione anche tu. Nel senso che il tempo ci ha detto questo: le camerette dei seventies sono diventate, per chi è sopravvissuto, dei salotti con tanto di Desire e Eagles live (en passant, due dischi che avevo anch’io, e che ho consumato). Tuttavia ritengo che Dylan non abbia mai avuto quella capacità di conquistare l’ascoltatore “meno avvertito” che invece possiede Neil (e non è un giudizio di valore, of course).

    • Giancarlo Turra

      Concordo. La mia opinione è che in tanti, in Italia, siano arrivati a “Desire” a ritroso, partendo dalla “traduzione” di De André di “Romance in Durango”. Poi ci sono quelli che nei ’60 lo avranno conosciuto, in differita come sempre per il nostro paese, ma quello è un altro discorso.

      • Michael Rove

        Ti confesso, per ultimo, che per me Dylan è un personaggio letteralmente insopportabile, l’equivalente, per me jazzofilo, del solitario scassacoglioni giramondo Mr. Keith Jarrett (artisti immensi, ma da cui prescindo volentieri visto che il mio lavoro è ascoltare, e non è che i nostri eroi negli ultimi anni propongano chissà che cosa). Tuttavia Desire è uno dei pochi dischi del divino Robert che amo, e che ascolto ancora oggi (e se questo mi fa entrare di diritto in quel salotto di cui parlavi più sopra pazienza, spero almeno si mangi bene).
        Ciao,
        Michael.

    • Alfonso

      Hai ragione, troppo incomprensibili i testi, mal pronunciati e pieni di allusioni, citazioni e rimandi a cose d’America per rendere Dylan potabile alle orecchie del pubblico medio italiano. Però negli anni Sessanta, in Inghilterra e Stati Uniti almeno, è stato un fenomeno di massa pure tra gli adolescenti.

      • Alfonso

        Oddio detta così sembra che non mi piaccia Dylan. Interessa solo a me però lo specifico, io adoro Dylan.

  7. Giancarlo Turra

    Il commento sul “rock da salotto” era a prescindere dal valore del disco, eh, intendiamoci. Che messo a fianco dei compagni di scaffale con cui lo trovi regolarmente fa un figurone, per quanto io lo trovi inferiore a “Blood On The Tracks”, restando nell’ambito del Dylan anni ’70. L’accostamento a Jarrett l’ho trovato molto ma molto divertente :D. Sono un amante del jazz pure io, e no, il “Koeln Concert” non lo posseggo più…

    • Michael Rove

      Il Koln Concert no, Giancarlo. Quello non si può dare via. Metti che un giorno qualcuna, mettiamo bionda giovane e innocente, ti chieda: “Giancarlo, tu che te ne intendi, me lo consigli un disco jazz da ascoltare?”
      Tu che rispondi? Jerry “Roll” Morton?

      • Giancarlo Turra

        Sarebbe mica male, dato il significato in slang di “jellyroll”… di certo non le proporrei Ayler, Ornette o l’Art Ensemble of Chicago.
        Starei su una cosa raffinata ma col cuore: “kind of blue” o “chet baker in new york”. Poi si vede come regisce. Tra l’altro, preferisco le more e le rosse… 😀

  8. Rusty

    Bella discussione, però Harvest non è poi così male, dai. Young subì accuse di rammollimento per quel disco, ma successivamente si costruì la leggendaria fama di artista “puro” facendo uscire la famosa trilogia dolorosa invece di lucrare con le schitarrate e i violini (lo fece poi con Comes a Time: bizzarro sì, ma fesso no).

  9. Daniele

    Il video di Walk Like A Giant (su disco durerà quattro volte tanto).

  10. Marco

    Non state a dire cazzate gli album di neil anche quelli di poco successo gli adoro tutti perché tutti riflettono le varie sfaccettature della vita e dello stato d’animo di uno dei più grandi country rocker della storia.quindi se non apprezzate quei dischi in ogni singola nota accordo e parola voldire che non apprezzate questo grandissimo musicista che ci ha fatto vivere momenti non solo della sua musica ma anche della sua vita.

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