R.E.M. 1982-1996 (5): Lifes Rich Pageant

Begin The Begin. These Days. Fall On Me. Cuyahoga. Hyena. Underneath The Bunker. The Flowers Of Guatemala. I Believe. What If We Give It Away?. Just A Touch. Swan Swan H. Superman.

I.R.S., luglio 1986 – Registrato presso il Belmont Mall di Belmont, Indiana, nell’aprile 1986 – Tecnici del suono: Greg Edward e Don Gehman – Produttore: Don Gehman.

Il pubblico del rock più sotterraneo si somiglia un po’ ovunque: dei suoi eroi ama innanzitutto la marginalità. Gli piace scovarli nell’oscurità e detesta dividere il piacere della scoperta. Incongruamente, adora anche lamentarsi del rio destino che fa sì che i suoi gruppi prediletti non vengano compresi dalle masse ignoranti. Ma se un bel dì le masse ricevono l’illuminazione, apriti cielo! L’artista che dai club degli estimatori della prima ora si è elevato alle zone alte delle classifiche viene accusato del più nefando dei crimini: essersi venduto. Che il successo sia o no stato ottenuto per tramite di compromessi è un particolare irrilevante nel processo che segue e, inevitabilmente, si conclude con il ripudio del traditore. Quando i R.E.M. entrarono in studio per registrare il loro quarto LP in buona parte dell’Europa erano ancora un gruppo di culto. Negli USA erano invece visti come una formazione prossima al passaggio dalla cadetteria alla massima serie e tanto bastava a un certo pubblico per allontanarsi da loro. Sulle fanzine che li avevano sempre portati in palmo di mano emergevano distinguo e qualche abiura. Che i Georgiani stessero giungendo al successo non in virtù di patti faustiani ma grazie a coerenza e qualità delle proposte non era neppure un’attenuante.

Piccati, i R.E.M. pensarono bene di dare ai loro detrattori qualcosa di solido di cui lagnarsi: affidarono allora la cura dei suoni del nuovo disco a un produttore quale Don Gehman, noto per una lunga collaborazione con John Cougar Mellencamp. Gehman, abituato a confezionare album di solido rock fatti su misura per i vertici delle classifiche, era inizialmente restio ad accettare la proposta della banda Stipe. Gli sembrava troppo iconoclasta la musica dei R.E.M. per potersi adattare al suo modo di lavorare. Un incontro fra lui e i Georgiani e soprattutto la riuscita di un demo di Fall On Me al quale pose mano lo persuasero che il matrimonio poteva farsi. Tanto la produzione di Joe Boyd era stata attenta al dettaglio, tanto quella di Don Gehman puntò tutto su un suono più compatto ed epidermico e, se vogliamo, più prossimo a quello che la formazione di Athens dispiegava usualmente sul palco. Quelle regole che si seguono quando si registra un disco rock e che i R.E.M. si erano sempre guardati dall’osservare furono questa volta poste in essere. Il suono della batteria, ad esempio, è potente e dettagliato nel contempo e disposto su una prospettiva profonda. Ne consegue che, ove “Fables Of The Reconstruction” risulta all’ascolto arcano, misterioso, un album da leggere su una serie infinita di livelli, “Lifes Rich Pageant” è duro e diretto, pop più di qualunque altra cosa incisa in precedenza dai R.E.M.

L’altra grande novità di questo LP è che quell’impegno politico, di cui si aveva avuto sentore solo in Green Grow The Rushes, oltre che in qualche intervista, emerge prepotente. Non che i R.E.M. di punto in bianco fossero diventati i Clash o dei Rage Against The Machine ante litteram, intendiamoci. Il loro modo di porsi era e resterà non ideologico ma umanistico e tipico di quella lunga tradizione americana liberale, libertaria ed ecologista che va da Thoreau alla Beat Generation e alla nazione hippie non ancora assorbita dal sistema e ridotta a folklore. Come logica conseguenza di ciò, la dizione di Stipe, sulla cui inintellegibilità erano stati scritti volumi, a partire da questo quarto album si fa più chiara, i suoi testi meno astratti e frammentari. “L’insurrezione è cominciata e tu te la sei persa” canta in quella Begin The Begin che introduce a passo di carica “Lifes Rich Pageant” e ne stabilisce il tono.

Anche l’impianto grafico di copertina è più semplice rispetto a “Fables Of The Reconstruction”. Dietro una lastra fotografica sulla quale è impressa, a ben guardare, l’immagine di due bisonti (primo riferimento al modo ignobile in cui il popolo americano ha trattato l’eden che si era conquistato rubandolo alle tribù indigene) emerge il volto di Bill Berry, reso inconfondibile dalla folta arcata sopracciliare (“Lo volli nel gruppo per via delle sue sopracciglia”, dichiarò scherzosamente Stipe una volta; Berry confermò). Sul retro è riprodotta un’immagine di gusto cartonistico di Juanita Rogers, un’artista georgiana che dipinge con il fango.

Begin The Begin apre (è proprio il caso di dirlo) le danze con un’andatura fra funky e hard memore della lezione degli Aerosmith. Il ritmo si mantiene elevato pure nella successiva These Days, della quale si potrebbe dire che è punk ma non nel senso che diamo al termine dal 1977 ma in quello datogli da Lenny Kaye nelle note di copertina di “Nuggets”, la doppia raccolta nella quale, nel 1972, il futuro chitarrista di Patti Smith aveva raccolto una selezione del suono garagista USA dei ’60. Una certa somiglianza con un brano di uno dei gruppi di quel tempo, I’m Not Trying To Hurt You degli Outsiders, è ravvisabile. Fall On Me, il primo 45 giri estratto dall’album, gioca sugli incastri di batteria e chitarra e sulle bellissime trame vocali disegnate da Stipe e Mills e affronta il problema delle piogge acide. Cuyahoga è la prima canzone che non sarebbe risultata fuori posto sul precedente LP: è folkeggiante e, all’inizio, scarna. Stipe invita i giovani americani a “mettere insieme le nostre menti… fondare un nuovo paese”. Di Hyena si può dire che, se sono i Byrds, sono dei Byrds imbottiti di eccitanti e preda di premonizioni settantasettine. Il finale di facciata è bislacco: Underneath The Bunker mischia surf, folk e umori circensi. Un divertimento e nulla più.

Il secondo lato si presenta con la canzone forse più memorabile di “Lifes Rich Pageant”. Sospinta da una chitarra che ricorda quella di I’ll Be Your Mirror (Velvet Underground), The Flowers Of Guatemala dopo un avvio melanconico si fa nel prosieguo più solare, distesa. Le ingerenze statunitensi in Centro America sono, ancora una volta, il suo tema. I Believe è country-punk illuminato di immenso dal ritornello irresistibile. What If We Give It Away? viaggia su un fluido groove di basso e batteria cui si aggiunge una chitarra parsimoniosa. Just A Touch è un caracollante punk-rock che un cigolante Farfisa e un piano alla Jerry Lee Lewis portano a livelli di eccitazione che sfiorano l’ubriacatura. Swan Swan H è la Wendell Gee di questo album. Superman la prima cover inserita in un LP da un gruppo che di brani altrui è solito disseminare i 45 giri. È un garage tanto pop da rasentare la bubblegum music e la prima delle rare incisioni dei R.E.M. in cui la voce solista è quella di Mike Mills. L’originale è dei Clique, un gruppo texano dei tardi anni ’60  e potete rintracciarlo (buona fortuna!) sull’album “Sugar On Sunday” (White Whale, 1969).

Scrisse all’epoca un recensore che l’unica cosa che manca a “Lifes Rich Pageant” è l’apostrofo fra la “e” e la “s” nel titolo. Si potrebbe sottoscrivere.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

2 commenti

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2 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (5): Lifes Rich Pageant

  1. Sonica

    Il trittico d’apertura è d’antologia. Disco stupendo, racchiude tutta la poetica REM.

  2. Greg

    Comprato per la strana copertina, è stato il mio disco d’approccio ai REM, che sconoscevo.
    Il ricordo è ancora vivido. Messo sul piatto, non riuscivo ad andare oltre il terzo pezzo.
    Erano talmente belli già i primi tre brani che ero costretto a tornare indietro per riascoltarli…ed ancora non avevo sentito il resto.
    Bei tempi e bella “innocenza” da parte mia.
    Oggi ho ascoltato per la prima volta la versione in alta risoluzione (da Hdtracks).
    Una vera meraviglia !
    Per non parlare di Murmur e Reckoning….che spettacolo !
    Qualcuno di voi li ha sentiti in hd ?
    Impressioni ?

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