Natural Born Losers

Una piccola collezione di stupendi perdenti che misi assieme qualche anno fa per “Il Mucchio” a corredo di un’intervista di Aurelio Pasini a Dan Sartain. Possiamo dire che fummo involontariamente profetici? Esauritisi i suoi… manco quindici… cinque minuti di minuscola fama, Sartain è tornato fra i ranghi di quegli artisti che a dirli “di culto” a momenti si esagera per quanto pochi sono i cultori. Il suo disco più recente è di qualche mese fa. Se lo sono filato in quattro. Forse in tre.

C’è modo e modo di non farsi filare. D’accordo: non sei mai entrato neanche nell’anticamera di una classifica di vendita. D’accordo: i tuoi dischi finivano fuori catalogo prima ancora che arrivassero in edicola le riviste che li recensivano. D’accordo: di te si ricordano quasi solo gli enciclopedisti, che naturalmente ti citano però nella scheda di quell’altro gruppo, quello che non era il tuo, quello da cui sei passato per un attimo e per sbaglio prima di fare quelle mille altre cose che nessuno ricorda e sarebbe del resto strano così non fosse, visto che nessuno si è mai accorto che le stessi facendo. Ma a tutto c’è un limite. E quando persino uno dei pochissimi che sanno chi sei (avendo in genere acquistato uno o più dei tuoi dischi all’equivalente di qualche decina di centesimi di dollaro cadauno) ti prende in giro, per quanto affettuosamente, scrivendo che avevi un grande cuore rock’n’roll ma non sei mai andato oltre una certa fermata della metropolitana di Boston, allora il segno è stato passato. Anche perché – e che cazzo! – non è mica vero. Fino a New York sei arrivato. Addirittura, ti sei spinto fino in Francia e lì, terra generosa dove a uno sfigato non si nega mai asilo, non è che fossi proprio una star ma insomma: qualche cultore più che in patria lo avevi.

Nelle storie del rock Willie “Loco” Alexander è puntualmente citato giusto come lo sconsiderato che accettò di prendere il posto di Lou Reed nei Velvet Underground. Vedi tu che può succedere a fare un favore a un amico, in questo caso Doug Yule. Ma prima di farsi coinvolgere in uno dei più infausti casi di accanimento terapeutico di sempre il buon Willie un futuro ce l’aveva e sembrava luminoso. Passato indenne per una breve ubriacatura folk con il duo Baba & Willie Loco, aveva dato vita ai garagisti Lost e con quelli era arrivato a incidere alcuni singoli per la Capitol, nientemeno, e ad aprire alcune date dei Beach Boys, perdindirindina. Dopo i Velvet impiegherà quei sei anni, fino al 1978, a convincere una casa discografica a dargli fiducia, solo che la MCA ci ripenserà quasi subito. Ma cercatelo il suo primo album, “Willie Alexander And The Boom Boom Band”, e fatene tesoro, ché è uno di quei classici – a partire dalla copertina omaggiante gli Stones – dimenticati sui cui solchi lasci brandelli di cuore a ogni passaggio. Favolosa collana di romantici rock’n’roll (nel migliore dei mondi possibili Radio Heart è stata di sicuro un hit) e ballatone (Everybody Knows da lacrima sul ciglio) da qualche parte fra New York Dolls, Elliott Murphy e Mink De Ville. Fra l’altro: Willie è ancora vivo e combatte con noi, intatto un ammirevole sense of humour. Faccenda di pochi mesi fa una rimpatriata della Boom Boom Band e un CD su Last Call, “Dog Bar Yacht Club”, dalla copertina ricalcata su quella del debutto, a parte che i ragazzi oggi sono dei vecchietti. Ha avuto recensioni estasiate e – per ora! – è in catalogo. Amalo, pazzo Willie.

Negli anni ’80 Mr. Alexander fu a lungo compagno di etichetta – New Rose: ça va sans dire – di un altro americano che un po’ di America la trovò in Francia: Gustav Anthony Miller, meglio noto (noto?) come Tav Falco. Uno che oggi è considerato un antesignano della Jon Spencer Blues Explosion e degli White Stripes ma al tempo veniva guardato come un revivalista del rockabilly, magari più selvatico e meno filologico nell’approccio, oltre che più eclettico, rispetto agli Stray Cats e per questo con meno possibilità di ottenere riscontri commerciali importanti. Infatti: se Willie “Loco” almeno un piede sulla soglia del grande business lo mise, il buon Gustavo da un quarto di secolo fa dischi per un’etichetta più indie dell’altra, Rough Trade piuttosto che New Rose, Triple X, Sympathy For The Record Industry o In The Red (fra l’altro: l’ultimo è di quattro anni fa e su Last Call e sono dunque di nuovo sotto lo stesso tetto, lui e Willie Alexander). Nativo dell’Arkansas ma adottato da Memphis, faccia da Charlot psicopatico, scoperto come i Cramps da Alex Chilton, scambiato per un naïf quando invece è persona coltissima (autore di apprezzati documentari, si è distinto anche nell’ambito delle arti figurative), è un Re Mida che trasforma in psychobilly tutto ciò che tocca e ne tocca di cose: jazz tradizionale, blues, folk, boogie, country, robe da musical e da music hall, assortite musiche latine. Persino Totò! Ascoltare per credere, in “Return Of The Blue Panther” (del 1990, sia su New Rose che su Triple X), due versioni strumentali di Malafemmina. In “Shadow Dancer” (Last Call, 1995) rivendicherà ulteriormente le origini italiane (siculu sugnu…) con letture in lingua di Guarda che luna e Quando vedrai la mia ragazza. Di livello uniformemente alto, la sua discografia può essere attaccata indifferentemente da questo o quel titolo. Se proprio ne volete uno solo, esemplare, puntate l’esordio datato 1981 su Frenzi/Rough Trade, “Behind The Magnolia Curtain”.

Tutto si tiene. Se Tav Falco oggi è compagno di etichetta di Willie Alexander, dieci anni fa lo era, chez Sympathy For The Record Industry, di Jeffrey Evans, un omaccione che è facile immaginare alla guida di un tir sulle autostrade d’oltre Atlantico. Spazzatura bianca con un cuore da negro (ma come con Falco gratti la patina primitiva e ci trovi molto, sotto), Evans ha scoperto in tenera età di essere malato di blues e non è mai guarito. Omeopaticamente, ha preso a praticarlo una ventina di anni or sono e continua. C’erano una volta a Columbus, Ohio, i Gibson Bros, feroci minimalisti (quanto feroci e minimalisti? abbastanza da far sembrare gli White Stripes tipo i Genesis) che facevano a pezzi, ululando come lupi mannari, il blues più sferragliante che si sia udito dacché Bo Diddley un giorno si svegliò e scoprì di essersi trasformato in R.L. Burnside. Mai trangugiare bevande di colore verde. Pure in questo caso, valga il debutto come esempio paradigmatico: “Big Pine Boogie”, un OKra (immediatamente ristampato Homestead) dell’88. Scioltisi i Brothers (in spirito c’è da immaginare, visto che di fratelli in formazione non ce n’era l’ombra) Monsieur Jeffrey Evans ha dato vita agli appena (un 1-2% circa) più civilizzati ’68 Comeback. Favoloso l’esordio (SFTRI, 1994) “Mr. Downchild”, che mette subito le cose in chiaro con Bo Diddley 1969 e ti trascina quindi per la collottola, su una Tobacco Road, a farti conoscere Otto Wood, The Bandit e una Boogie Woogie Country Girl. Ma è forse ancora meglio, se non altro per il minutaggio generoso, una “Golden Rogues Collection” (stesso anno, stessa label) che raccoglie singoli, versioni alternative, inediti. Poco prima di metà scaletta sbuca una rauca A Long Time Ago, di Charlie Feathers, uno cui Evans sostiene di avere dedicato un altare domestico, e ti viene da farlo tu un altare, ad Evans. Da non ascoltare, oppure sì, quando c’è la luna piena.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

1 Commento

Archiviato in archivi

Una risposta a “Natural Born Losers

  1. posilliposonica

    Ho visto i ’68 Comeback di Jeffrey Evans nel 1995 a Seattle.
    Per la serie ” a casa non ho nessun album post-millenovecento-
    sessantaqualcosa” !

Rispondi a posilliposonica Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.