Mumford & Sons – Babel (Island)

Ci sono generazioni più fortunate (ad esempio la mia) per quanto riguarda la musica e altre meno, molto meno. A qualcuno sono toccati in sorte i Pogues, i Men They Couldn’t Hang, certi U2, i Waterboys di un’Età dell’Oro tanto breve quanto indimenticabile. E voi, miei giovani amici la cui gioventù da tanti punti di vista e per iniziare da questo non invidio per nulla, beccatevi i Mumford & Sons. Che per inciso, e prima che pensiate che andrò avanti sino alla fine massacrandoli, mi stanno anche simpatici. Mi pare che un po’ di talento ce l’abbiano pure, che se no una canzone di istantanea memorabilità come I Will Wait non la scrivi mica. Sono convinto che sarebbero i primi a schermirsi se qualcuno paragonasse “Babel” a – che so? – “Rum Sodomy & The Lash”. A riconoscere il loro essere arrivati dopo (che poi non è una colpa bensì una sfiga), non nani a fronte di giganti ma in ogni caso individui di corporatura media trovatisi, per qualche inspiegabile congiunzione astrale, a issarsi sulle spalle dei colossi di cui sopra. “Babel” è fuori da una settimana e nei soli Stati Uniti ha venduto 600.000 copie. Ve lo scrivo anche in lettere: seicentomila. Nella prima settimana. Numero uno, ovviamente. Migliore piazzamento mai ottenuto colà dai Pogues, un numero 88. Scommetterei che da quelle parti seicentomila dischi venduti in tutto non sono arrivati a totalizzarli, MacGowan e soci.

No, guardate, lo ripeto: a me Marcus Mumford, Ben Lovett, Winston Marshall e Ted Dwane stanno simpatici sul serio. Il genuino candore con il quale si guardano attorno stupefatti per quanto accaduto loro negli ultimi tre anni, dacché uscì l’esordio “Sigh No More”, è irresistibile almeno quanto l’innodia della summenzionata I Will Wait, il suo attacco esplosivo, la singultante apoteosi di cantabilità propulsa da corde anfetaminiche. Stiamo parlando di ragazzotti che un giorno suonavano al pub e il giorno dopo si sono ritrovati a farlo alla Casa Bianca. Che hanno accompagnato Bob Dylan ai Grammy Awards. Che un bel dì assistevano a un concerto di Bruce Springsteen e non solo li ha riconosciuti ma li ha invitati a suonare con lui Hungry Heart. Che in questo nuovo disco rifanno The Boxer e l’autore, tal Paul Simon, si presta a figurarvi da ospite. I ragazzi si guardano attorno e ridono, non si sa se più imbarazzati o felici. Ma sta davvero succedendo a noi?

A chi ha ascoltato il predecessore, “Babel” non regalerà una singola sorpresa, un unico sussulto. È precisamente lo stesso tipo di album, medesimo il ruspante stile folk più che folk-rock (del rock c’è l’attitudine, quella sì), identico l’alternarsi di passi di marcia e slarghi di ballata e che nessuna marcia sia tale al 100%, nessuna ballata idem. È uno stop & go continuo per tutti i suoi (prendo in considerazione l’edizione espansa) 52’17”. Se a volte si ha l’impressione che il gruppo abbia messo il pilota automatico, più spesso se ne viene trascinati con una leggerezza e insieme una convinzione impossibili a non apprezzarsi. Alcuni bei momenti: una Whispers In The Dark dall’accorato al fremente e ritorno; una Holland Road che il Mike Scott d’antan avrebbe scritto nel tempo che ci va a suonarla, ma che oggi pagherebbe per scriverla; il Paul Simon (ma va!) traslocato in Irlanda di Lover Of The Light; una Lover’s Eyes fra serenata e preghiera; il mulinare di banjo sul quale decolla la fragilità di Not With Haste. Ma allora: believe the hype? Giusto un pochino.

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