Archivi del mese: ottobre 2012

Continuavano a chiamarlo Trinità: il genio uno e bino di Brian Auger

È passato qualche giorno fa dalle nostre parti, per una singola data torinese cui purtroppo non ho potuto presenziare, il grande Brian Auger, maestro di Hammond come pochi ve ne sono stati e nel rock forse nessun altro. Baldo settantatreenne che non si è ancora stancato di suonare in giro per il mondo, né di fare dischi e difatti la sua ultima fatica in studio è faccenda dello scorso agosto. Un paio di volte mi è capitato di scrivere abbastanza estesamente di costui, la prima per “Rumore” nel decennio che fu anche di quell’acid jazz di cui certamente va annoverato fra i padri.

Non vi è storia del rock che non si soffermi su quanto accadde al “Newport Folk Festival” il 25 luglio 1965. Bob Dylan, presentatosi alla ribalta con la sezione ritmica della Paul Butterfield Blues Band e con una strumentazione elettrica, venne contestato dal pubblico e lasciò il palco dopo sole quattro canzoni. Qualcosa di simile accadrà a Brian Auger nel ’68, quando salve di fischi saluteranno la sua apparizione al Berlin Jazz Festival. Ma Auger non si fece intimidire: dialogò con la platea e dopo che a parole la conquistò con il suo Hammond B3. Non paia delitto di lesa maiestatis nei confronti di Dylan l’accostare i due episodi, poiché per i jazzofili il “tradimento” di Auger fu altrettanto scioccante di quello di Zimmie per gli integralisti del folk. Soprattutto, perché ha avuto conseguenze appena meno rilevanti. Si sta parlando, insomma, di uno dei momenti di svolta della musica di questo secolo.

Dopo un decennio, gli ’80, in cui sembrava destinato all’oblio, Brian Auger sta godendosi un ritorno di popolarità tanto più gradito perché inatteso. Ancora nel 1994 girava con Eric Burdon, proponendo a un pubblico di nostalgici un malinconico jukebox del tempo che fu. Il repertorio è rimasto quello e sarebbe illogico attendersi da Auger, che ha cinquantotto anni ed è sulle scene da trentasette, nulla più che il mantenimento di un profilo dignitoso. A essere cambiata è la platea, fatta ora di giovani che, a furia di sentirlo citare da gente come i Beastie Boys o i Brand New Heavies, incuriositi gli si sono accostati. Nel luglio 1995 Brian Auger è stato uno dei protagonisti del “Phoenix Festival”, accompagnato da una formazione che comprendeva, oltre al figlio Karma alla batteria, Matt Deighton e Neil Cocoron dei Mother Earth e Donald Gamble del gruppo di Jamiroquai. Gente che gli deve poco meno che tutto.

Contemporaneamente usciva, su Tongue & Groove, “Augerization”, raccolta succinta e succosa che faceva capolino nelle classifiche indipendenti britanniche. Nel 1996 ha visto la luce, auspice stavolta il gigante Polygram, il doppio “Best Of Brian Auger’s Oblivion Express”. Per l’autunno di quest’anno è prevista la pubblicazione di un altro doppio CD antologico, incentrato questo sui Trinity, e di un LP di remix in cui discepoli illustri di area acid jazz e trip-hop renderanno omaggio al maestro. Intanto, dopo che la One Way (leggesi Polygram) aveva provveduto alla bisogna per il mercato americano, la Flying sta ristampando per quello europeo il catalogo augeriano dal 1970 in avanti.

Stati Uniti ed Europa continentale, Italia in particolare: là Auger raccolse un successo dopo l’altro con gli Oblivion Express; qui, in precedenza, venne accolta a braccia aperte l’esperienza Trinity e il seguito dei fedelissimi si è sempre mantenuto cospicuo. In patria Auger fu profeta soltanto agli inizi di carriera. Era il 1960 quando lasciò l’impiego di tipografo per tentare la carta del professionismo in musica. Aveva già ottenuto, diciannovenne, una scrittura importante, al Cottage Club. Da lì al ’63 altri ingaggi seguirono nei più prestigiosi locali jazz di Londra, il Ronnie Scott, il Flamingo, il Marquee. Nel referendum di inizio 1964, “Melody Maker” lo proclamò migliore pianista jazz in circolazione. Clamorosamente in ritardo sugli eventi.

Ha raccontato qualche tempo fa a “Fly! Music Magazine” il Nostro: “Vivevo a Sheperd’s Bush e il mio negozio di musica locale era W.G Stores. Qualunque cosa suonassero si sentiva anche da fuori. Un giorno stavo passando lì davanti e sentii questi suoni stupefacenti. Inutile dire che mi precipitai dentro e acquistai subito il disco”. I suoni stupefacenti erano quelli dell’Hammond di Jimmy Smith, il migliore organista jazz di sempre. Qualche tempo dopo a Auger venne chiesto di sostituire Georgie Fame, malato, al Flamingo. Solo quando si presentò scoprì che non c’era pianoforte e avrebbe dovuto suonare un organo elettrico. Come era accaduto per lo stesso Jimmy Smith, il suo passaggio da uno strumento all’altro fu dunque tanto casuale quanto provvidenziale. Provvidenziale fu anche che ciò avvenne in corrispondenza con il divampare della passione del giovanotto per due grandi iconoclasti del jazz quali John Coltrane e Miles Davis e con la fioritura culturale della Londra in ginocchio davanti ai Beatles, agli Stones e al blues revival.

In “The First Supergroup”, raccolta di demo datati 1965 che è l’unica testimonianza rimastaci degli Steampacket, l’Hammond di Auger è grezzo e swingante e si amalgama meravigliosamente con le voci roche di Long John Baldry e di Rod Stewart e con quella gospel, ma capace di delicatezze folk, di Julie Driscoll. I quattro brani in cui è costei a cantare furono l’inizio di un sodalizio artistico incostante ma fruttuoso.

Già nel ’60 la band che accompagnava Auger si era battezzata Trinity. Fu in realtà sempre un gruppo in cui la gente andava e veniva e non merita qui sprecare spazio elencando quelli che ci passarono (a parte, noblesse oblige, un imberbe John Mc Laughlin). Quel che preme sottolineare è che fu con l’arrivo della Driscoll che i Trinity saltarono definitivamente il fosso passando dal jazz a uno stile ibrido in cui convergevano jazz, funky, soul, gospel, rhythm & blues, folk, pop, beat e persino la tradizione del music hall inglese. Tale particolarissima miscela incontrò più fra il pubblico francese, tedesco e in special modo italiano che fra quello britannico. Sulla prima facciata di “Open”, esordio a 33 giri datato 1967 di Brian Auger & The Trinity & Julie Driscoll, Auger ringrazia i tanti fans nostrani esibendosi in italiano in Black Cat, graziosa canzonetta registrata dal vivo al Bang Bang di Milano. Non è ciò che rende imperdibile il disco: è per le interpretazioni che la Driscoll offre di Tramp di Lowell Fulsom e di Season Of The Witch di Donovan che vale la pena di mettere mano al portafoglio.

Del 1968 sono “Jools & Brian”, raccolta di 45 giri con in scaletta l’unico momento di gloria in patria di Auger (una versione di This Wheel’s On Fire di Dylan che scalò le classifiche fino al numero uno), e “Definitely What”, secondo vero album dei Trinity, orfani in tale occasione di Julie. Un’assenza che quasi non si sente e basti ciò a chiarire quanto sia stellare la performance offerta da Brian e soci (nemmeno una kitschissima rilettura di John Brown’s Body la sminuisce). È però il successivo di un anno “Streetnoise” il capolavoro che consegna i nostri eroi alla storia del pop. Di tutto e di più nelle sue quattro facciate: l’omaggio alla primavera di Praga, struggente fino alle lacrime, di Czechoslovakia e il travolgente gospel di Take Me To The Water, già di Nina Simone; un’incredibile rilettura in moviola di Light My Fire dei Doors e una versione di Indian Rope Man di Ritchie Havens che in 3’22” inventa il James Taylor Quartet e i Charlatans; una solenne When I Was Young che media jazz e folk e una All Blues, di Miles Davis, lisergicamente iridescente.

È uno di quei rari dischi che non stancano mai “Streetnoise”. Lo ascoltò molto, si dice, Miles Davis, subito prima di porre mano all’epocale “Bitches Brew”. Offesi come siamo tuttora dalla memoria di troppa paccottiglia fusion venuta dietro ai Weather Report e ai Return To Forever, abbiamo smarrito la memoria storica di quanto fu elettrizzante l’incontro fra jazz e rock inscenato da LP come i due di cui sopra. È tempo di recuperarla.

Gli album successivi di Auger hanno una cattiva fama assolutamente immeritata. I puristi del jazz, che non avevano apprezzato neppure “Streetnoise”, li stroncarono prendendo proprio quell’irripetibile disco a pietra di paragone. I critici rock avranno sempre difficoltà a confrontarsi con un musicista che negli Stati Uniti attirava platee per metà nere. Alla faccia loro “Befour”, quarto e ultimo 33 giri dei Trinity, di nuovo senza la Driscoll, è un buon disco con echi di Traffic e giusto un paio di tocchi alla Nice (Pavane e Adagio per archi e organo) che infastidiscono. Anche meglio sono i primi tre LP a nome Oblivion Express, l’omonimo e “A Better Land”, del ’71, e “Second Wind” del ’72. Fra Davis, il migliore Santana e influenze hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo.

È da “Closer To It!” in avanti che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni album riserverà ancora qualche gemma. E Auger non diventerà mai, bontà sua, un George Benson bianco. Nel 1978 “Encore” rimetterà in scena il sodalizio con la Driscoll, ora Julie Tippett: con decoro.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.64, maggio 1997.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (12)

The Neville Brothers – With God On Our Side (da “Yellow Moon”, A&M, 1989)

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Il Mucchio n.700

È in edicola il numero 700 del “Mucchio”. Sono presenti mie recensioni degli ultimi album di Datsuns, Mark Eitzel, Rickie Lee Jones, Meshell Ndegeocello e Jason Molina. Nella sezione “Classic Rock” firmo un articolo su Jerry Lee Lewis e mi occupo inoltre dell’antologia “Cumbia Beat Vol.2” e di recenti ristampe di André Cymone, Mamas & The Papas, Nine Below Zero, Demis Roussos e Ray Stinnett.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (13)

Edie Brickell & New Bohemians – A Hard Rain’s A-Gonna Fall (dalla colonna sonora di Born On The Fourth Of July, MCA, 1989)

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Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic Pill (Reprise)

Che Neil Young sia pazzo (crazy) come un cavallo (horse) lo sapevamo da ben prima che si desse alternativamente al rockabilly o all’elettronica. Direi che il sospetto era balenato una prima volta quei tondi quattro decenni fa, quando a quello che resta il suo successo commerciale più grande di sempre, “Harvest”, faceva andare dietro quel pateracchio insensato di “Journey Through The Past”. Nondimeno mai il giovanotto (sessantasette anni il prossimo 12 novembre) era riuscito – per quanto mi riguarda – nell’impresa di dare alle stampe nell’arco di sei mesi scarsi un candidato certo a un’eventuale lista dei peggiori album dell’anno, vale a dire “Americana”, e uno probabile alla lista dei migliori, ossia “Psychedelic Pill”. Che mi è piaciuto assai e di cui mi appresto a scrivere di conseguenza, con buona pace di quanti al giro prima (a memoria la recensione di “Americana” è a oggi il post più commentato nella breve storia di questo blog) gridarono alla lesa maestà. Che tutto ciò non abbia una logica è evidente, oppure no: che non indica forse che in questa follia ci sia del metodo il fatto che i complici del nostro eroe siano i medesimi?

Opera di grandi, clamorosi numeri la “Pillola Psichedelica”. Ad “Uncut” si sono divertiti a stilare la classifica dei venti articoli più lunghi nello sterminato catalogo del Canadese e Driftin’ Back con i suoi 27’37” stravince, lasciandosi dietro di oltre nove minuti quella Ordinary People che il nostro uomo nel 2007 aveva designato a promuovere nelle radio (!) “Chrome Dreams II”. Titoli contenuti in “Psychedelic Pill”, Ramada Inn e Walk Like A Giant, occupano anche la terza e la quarta posizione, rispettivamente sfiorando i diciassette minuti e superando di slancio i sedici, e uno ancora – She’s Always Dancing: 8’33” – ha mancato di una manciata di secondi l’ingresso nella speciale graduatoria. Per intendersi: Driftin’ Back dura il triplo dei due brani, Down By The River e Cowgirl In The Sand, cui a oggi pensavamo immancabilmente come insuperabili modelli ogni volta che nella stessa frase si ritrovavano “Neil Young” e “cavalcata elettrica”. Quelli chiudevano le due facciate di “Everybody Knows This Is Nowhere”, questo inaugura “Psychedelic Pill”. Una gara di resistenza, subito, per chiarire che così è se gli pare.

Parte ingannevolmente morbida e acustica, Driftin’ Back, ma è questione di un minuto e una ventina di secondi e, in capo a un florilegio di armonie vocali degno di quando il Neil faceva comunella con quegli altri tre lì, gli amplificatori si accendono e le sei corde spiccano il più liricamente epico dei voli, mentre la lingua batte – concedendosi estese afasie – dove vecchie ossessioni dolgono. È un susseguirsi come di onde cui non vale provare a resistere se non si vuole – annoiandosi – affogare. Ma provate a cavalcarle e un senso come di euforia vi prenderà progressivamente. Non dico arriverete in fondo, all’approdo a una traccia omonima viceversa tascabile e perfetta nel suo distillare travolgente stralunatezza, senza accorgervene ma… quasi. Pronti dopo per farvi cullare dal languore nostalgico tuttavia con propensione al graffio di Ramada Inn, dal cantilenare ipnotico di Born In Ontario, dal viaggio lungo strade dove le pietre avevano appena iniziato a rotolare di Twisted Road. E la sapete una cosa? Il meglio non lo avete ancora ascoltato. Sta nell’attacco corale e nel dipanarsi denso e squillante come un uragano di She’s Always Dancing, nello struggersi di For The Love Of Man, soprattutto – soprattutto – in una Walk Like A Giant dalla ritmica a tratti schiacciasassi e per il resto favolosamente melodica prima di dissolversi in una trama di noise dalle maglie via via più larghe. Ecco: minimo questa in una qualunque futura antologia elettrica del Nostro non potrà mai, mai, mai mancare.

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Terry Callier (1945-2012)

Ho scritto un’infinità di volte di Terry Callier, ma davvero un’infinità, dedicandogli fra l’altro un capitolo nel 2007 in Scritti nell’anima. L’ultima fu tre anni or sono, quando recensivo da varie parti l’ottimo “Hidden Conversations”, e giacché era trascorso un po’ di tempo pregustavo ormai la possibilità di occuparmi di un nuovo album dell’artista chicagoano. Certo non mi attendevo che una grigia domenica ottobrina sarebbe stata resa ancora più grigia dalla notizia della sua scomparsa. Se n’è andato un musicista immane e sola consolazione è che, dopo avere patito tanta sfortuna e un ingiusto oblio, negli ultimi tre lustri si sia goduto un trionfo via l’altro.

Sessantaquattro anni compiuti da poco e portati alla grande, Terry Callier non vuole proprio saperne di ritirarsi – sarebbe la terza volta – e dunque apporre la parola “fine” in calce a quella che parimenti si potrebbe etichettare come la sua terza giovinezza. O quarta? A ben contare. Dopo una prima (mezzi ’60) in cui facendo incontrare Bob Dylan e Ornette Coleman inventò Nick Drake; una seconda (primi ’70)  in cui mise d’accordo Love, Van Morrison e Marvin Gaye; una terza (inizio ’90) in cui, riscoperto prima dai giri dell’acid jazz e poi da quelli del trip-hop, tornò a esibirsi dal vivo e a frequentare, ma allora solo per ospitate da Riverito Maestro, le sale d’incisione. Rompeva gli indugi nel ’98, pubblicando un album nuovo a ben diciannove anni dal precedente, e per fortuna sua e nostra non ha più smesso di regalarci dischi assolutamente all’altezza di quelli delle ere auree. Fra l’altro (tantopiù risultano rimarchevoli per questo): affatto diversi almeno in un senso e vale a dire nel loro recuperare tutti gli stili magistralmente sintetizzati in passato aggiungendo nel contempo ulteriori elementi alla formula.

Copertina che fa molto Sun Ra, “Hidden Conversations” è l’ennesima dimostrazione che, se non in politica, in musica quello che chiamerei (sembra ormai una parolaccia) “veltronismo” può funzionare. A patto di fondere davvero, invece che accatastare e basta. Qui c’è – unito armoniosamente – quanto si diceva sopra e tanto di più:  jazz ma anche reggae, funk ma anche gospel, country ma anche rap, ma anche delle batucade. Qui incontri lo spirito infine redento di Gil Scott-Heron e lo sorprendi in conversazione con un redivivo John Lee Hooker: titolo di uno dei due brani scritti da Callier con Robert Del Naja dei Massive Attack e non aggiungo altro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, giugno 2009.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (14)

Nina Simone – Just Like A Woman (da “Here Comes The Sun”, RCA Victor, 1971)

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