John Hiatt – Mystic Pinball (New West)

Lo scorso 20 agosto John Hiatt ha festeggiato un compleanno importante, il suo sessantesimo. Poco più di un mese dopo lo ha celebrato di nuovo mandando nei negozi l’album in studio numero ventuno (non venti, come ho scritto recensendolo per “Il Mucchio”; chiedo venia). Se ne accorgerà qualcuno? E lo lamenta, avvertendo nel farlo un certo senso di colpa, uno che dei predecessori è ben lungi dal possederne un numero accettabile e che, bizzarramente, nei quasi trent’anni trascorsi dacché cominciò a scrivere di musica di costui non si era mai occupato in precedenza. Hiatt resta un misconosciuto in patria e soprattutto fuori. Un rimosso, si potrebbe dire, se solo il suo migliore piazzamento in classifica a livello di album non fosse un numero 47, che premiava – insomma – “Perfectly Good Guitar” nel 1993, quando in Italia andava ormai svanendo il buon interesse suscitato fra l’87 e l’88 dall’accoppiata “Bring The Family”/“Slow Turning”. Negli USA da quel lavoro venivano tratti addirittura sei singoli, due dei quali entravano nella graduatoria principale di “Billboard” eguagliando il record stabilito da “Slow Turning”. Da allora quella classifica il nostro uomo non l’ha più vista manco in cartolina. Resta un artista “per artisti”, uno apprezzato più che dal pubblico dalla critica e più che dalla critica dai colleghi. Lo hanno coverizzato nei decenni, e per non citarne che alcuni, Nick Lowe e Ry Cooder (suoi complici nell’avventura Little Village), Bob Dylan ed Eric Clapton, Willy De Ville e Bonnie Raitt, B.B. King e Buddy Guy, Joe Cocker e Willie Nelson, Emmylou Harris, Aaron Neville e Iggy Pop. E scusate se è poco.

Se solo lo ingaggiasse la Anti (certificazione insuperabile di coolness dacché offrì domicilio a Tom Waits), John Hiatt lo scoprirebbero forse i venti-trentenni e tornerebbero a frequentarlo i quaranta-cinquantenni. Ne avesse firmato la regia Rick Rubin, “Mystic Pinball” avrebbe già collezionato copertine e raccolto ovazioni, altro che indifferenza. E in qualunque mondo decente (migliore di quello in cui viviamo, ci va proprio poco) l’irresistibile riffeggiare errebì di My Business risuonerebbe da ogni radio. Rubatene in qualche modo un ascolto e sappiatemi dire. E se vi è garbato sappiate che il disco non contiene altro di al pari travolgente ma in compenso non poco di brillantezza quasi paragonabile. Si tratti dell’intrecciarsi di DNA The Band e Little Feat di un’innodica We’re Alright Now o di una Wood Chipper che pare uscita dal catalogo di Stan Ridgway, dello sculettante rock’n’roll Bite Marks o di languide ballate quali I Just Don’t Know What To Say e I Know How To Lose You, di uno scintillante folk-rock da raccomandare a Springsteen intitolato You’re All The Reason I Need o del valzer No Wicked Grin, stupendo nella sua semplicità, o ancora del blues ebbro di wah wah One Of Them Damn Days. Conto. Ho segnalato in positivo nove canzoni su dodici. Avrei potuto spendere buone parole pure per le tre rimanenti.

3 commenti

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3 risposte a “John Hiatt – Mystic Pinball (New West)

  1. Orgio

    Bella idea richiamare l’attenzione su Hiatt, VMO. E’ un perdente di lusso, purtroppo per lui. Resta che “Slow Turning” e “Bring The Family” sono fantastici: chissà perché nessuno si è mai filato una “Have A Little Faith In Me” o una “Tennessee Plates”, tanto per dire. E sono certo che ascoltare questo suo nuovo disco sarà, di nuovo, “ridin’ with the king” (chi ha orecchie per intendere…)
    Saluti

  2. umile discepolo

    Gran bel disco, non c’è che dire! Il buon Hiatt è una sicurezza in questo senso.

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