Cody ChesnuTT – Landing On A Hundred (One Little Indian)

Nel video della beffarda e sexy Look Good In Leather offerto (con alcuni stralci di esibizioni live) come bonus multimediale nel secondo dei due CD che formavano nel 2002 il suo monumentale esordio, Cody ChesnuTT esibisce faccia da schiaffi da premio Oscar: abbigliato come il pappa che già giocava a essere in alcuni brani (da Serve This Royalty: “Thank you Jesus for my mama/thank you bitches for my money”), con pantaloni arancioni e stecchino pendulo dalle labbra carnose, suona per strada circondato da una folla coloratissima come lui e multirazziale, in gran parte composta da bellezze mozzafiato che ballano, ammiccano, spesso e volentieri gli si strusciano addosso. Scena che pare venire, come la musica, da un qualche film di fine ’60 o inizio ’70. Scena interpretata da uno che nella sua testa evidentissimamente si reputava una star e chi mai lo aveva sentito nominare prima dell’uscita di “The Headphone Masterpiece”? Anzi! Fino a diversi mesi dopo una pubblicazione che risale all’ottobre 2002, giacché negli Stati Uniti l’album passava del tutto inosservato fino alla primavera seguente, ossia più o meno fintanto che non trovava una qualche distribuzione europea. Se non sotto il profilo delle vendite (a oggi l’unico successo vero il Nostro lo ha colto per interposta persona, per tramite dei Roots) sotto quello della rilevanza, l’artista di Atlanta era ad ogni buon conto nel vero e nel giusto: lui la più grande stella espressa dalla musica nera (hip hop escluso) dacché Prince ci bagnò con una pioggia color porpora; lui come Prince capace di trascenderla, la musica nera, e potenzialmente in grado di entusiasmare ampie platee bianche come a Woodstock quello Sly Stone cui si ispira non solo esteticamente. Negli incredibili novantotto minuti del debutto centrifugava di tutto un po’, dal funk al folk, dal blues al vaudeville, dal pop al soul, del gospel al rap, da Gil Scott-Heron ai Kraftwerk passando, via Ben Harper e Lenny Kravitz, per i Beatles e gli Stones. Non vendeva chissà che ma preparava il terreno per un secondo album che, fosse sopraggiunto sollecitamente, avrebbe potuto guadagnare all’artefice fama vera, mica soltanto la venerazione dei critici e al più di alcune decine di migliaia di cultori. Bene: “Landing On A Hundred” lo abbiamo aspettato tutto questo tempo. Alzi la mano chi davvero era sicuro che un bel dì si sarebbe materializzato.

Materializzato a dire il vero non si è ancora (sono file audio che girano sul mio stereo – ossessivamente – da settimane, non un CD) e tuttavia, con la macchina promozionale che gira a pieno regime (questa domenica, prima di uno showcase acustico in un locale milanese, il nostro eroe sarà ospite su Rai 2 a “Quelli che il calcio”: da non credersi) non sembra possibile che possa svanire nel nulla. Come già successo, prima di “The Headphone Masterpiece”, al fantomatico album dei semileggendari Crosswalk e poi, nel 2006, a “The Live Release” (non un disco dal vivo, a dispetto del titolo). Azzardo un pronostico: paradossalmente – siccome è sulla carta assai meno ecumenico del predecessore, molto più spiccatamente black e quasi per niente rock – “Landing On A Hundred” potrebbe sfondare soprattutto proprio presso quest’ultimo pubblico, rendendo ininfluente un silenzio lunghissimo che avrebbe ammazzato qualunque carriera, venendo percepito come una sorta di secondo esordio. Decisamente più compatto (cinquantaquattro minuti: volano) del debutto, decolla propulso dal funk ludicamente invincibile di ’Till I Met Thee e lungo il percorso che porta a un’egualmente incalzante Scroll Call sistema non meno di altri cinque o sei brani (su un totale di dodici) da antologia: una I’ve Been Life ficcante ed esultante; una What Kind Of Cool viceversa languidissima; una Don’t Follow Me e una Love Is More Than A Wedding Day delle quali Marvin Gaye sarebbe stato orgoglioso; una Don’t Go The Other Way schiacciasassi subito seguita da una Chip’s Down (In No Landfill) dal confidenziale al lussurioso. In Everybody’s Brother Cody canta “I used to smoke crack back in the day” e uno si augura che non sia autobiografico, che non sia quella la ragione per la quale abbiamo atteso tanto a lungo “Landing On A Hundred”. Sia come sia: è tornato. Speriamo di non dovere essere più così pazienti in futuro.

“Landing On A Hundred” sarà nei negozi a fine mese.

3 commenti

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3 risposte a “Cody ChesnuTT – Landing On A Hundred (One Little Indian)

  1. Alfonso

    Di solito preferisco far decantare – leggasi scendere di prezzo – una nuova uscita prima di mettermela in casa, ma dopo nove anni di attesa credo che lo farò mio immediatamente.
    ps parlando di blocchi dello scrittore salingeriani, ma D’Angelo? L’anno scorso avevo sentito di un suo giro di concerti in Europa e di un album quasi pronto, poi più nulla… E qui gli anni senza dar seguito all’ultima fatica sono dodici!

  2. Anonimo

    ho letto che Cody ChessnuTT è presente nel ultimo lavoro di Me’Shell Ndegéocello:Pour Une Âme Souveraine: A Dedication to Nina Simone e volevo chiederti se hai già avuto modo di ascoltare questo tributo e cosa ne pensi

    • L’ho recensito per “Il Mucchio” di novembre. Idea di fondo (reinterpretare un’interprete) spericolata e realizzazione nel complesso riuscita. ChesnuTT è uno dei tanti ospiti.

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