Band Of Horses – Mirage Rock (Columbia)

Recensendo a suo tempo sulle pagine di “Audio Review” “Cease To Begin”, secondo e ultimo album per Sub Pop di un gruppo rimasto già a quell’altezza appannaggio unico di Ben Bridwell, scrivevo riguardo a una delle canzoni che più mi erano piaciute, Marry Song, che “declina quintessenza di Americana e ti vien voglia di togliere quel ‘Of Horses’ dopo ‘Band’”. Oggi, almeno per uno degli undici brani (sedici nell’ormai fastidiosamente usuale edizione deluxe) che sfilano nel secondo lavoro su Columbia della compagine di Seattle, la tentazione sarebbe quella di allungarla invece che di accorciarla la sua ragione sociale. Ascoltata già lo scorso giugno, quando era stata diffusa con ogni crisma di ufficialità su Facebook e YouTube, Dumpster World faceva incrociare tutte le dita disponibili e spingeva al perfido gioco di parole: Band Of Horses With No Name. Ma davvero abbiamo bisogno in questi anni ’10 dei “nuovi America”? Cazzo, no. Con tutta la fatica spesa evidentemente invano negli anni ’70/primi ’80 per provare a liberarci dagli originali.

La buona notizia è che “Mirage Rock” non ci propina null’altro di così programmaticamente e insieme maldestramente ruffiano. La cattiva è che è nella sua intierezza un album che racconta che quello che sarebbe potuto diventare un grande gruppo si accontenta di provare a diventare un grande successo. Ambizione assolutamente legittima, sia chiaro, e che nondimeno lo porta su traiettorie poco interessanti per – credo – la grande maggioranza di quanti mi stanno leggendo e certamente per me. Tutto molto caruccio, intendiamoci. Qualcosa pure di più e, dovendo masterizzare dei CD di classic rock per l’auto che non ho, due o tre canzoni da qui le caverei. Diciamo una A Little Biblical dalla ritmica moderatamente pestona e dalla melodia zuccherina che, coniugandosi, rimandano ai Fleetwood Mac di “Rumours”, che in ogni caso al massimo le avrebbero trovato posto su un lato B. Diciamo soprattutto una Shut-In Tourist che prova a trovare un punto di equilibrio fra Shins e Fleet Foxes e una Electric Music perfettamente mediana fra i Creedence Clearwater Revival e i Rolling Stones circa “Let It Bleed”. A proposito: era allora agli inizi la gloriosa carriera di Glyn Johns, che quel capolavoro della premiata ditta Jagger/Richards lo curava da ingegnere del suono, nell’attesa di venire promosso a produttore. E lo sapete chi ha firmato la regia di “Mirage Rock”? Esatto, proprio lui e che il disco suoni bene non si discute. Una meraviglia sotto il suddetto profilo il folk-rock fra Eagles e Heartbreakers di How To Live, idem una trasognata Slow Cruel Hands Of Time che l’avrebbe potuta registrare così Jonathan Wilson se disgraziatamente fosse venuto su ascoltando John Denver. O, ancora, una Long Vows mimetica – ma a livello di esercitazione scolastica – nei confronti di Stephen Stills per quanto attiene la scrittura e di Neil Young per l’interpretazione. Talento Bridwell ne ha e basta rimettere su i dischi prima per averne prova incontrovertibile, ma non lo sta usando al meglio. Secondo me.

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