R.E.M. 1982-1996 (7): Document

Finest Worksong. Welcome To The Occupation. Exhuming McCarthy. Disturbance At The Heron House. Strange. It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine). The One I Love. Fireplace. Lightnin’ Hopkins. King Of Birds. Oddfellows Local 151.

I.R.S., settembre 1987 – Registrato presso i Sound Emporium Studios di Nashville, Tennessee, nel giugno 1987 – Tecnico del suono: Scott Litt – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Con “Lifes Rich Pageant” si chiuse una fase della vita dei R.E.M. La formazione di Athens non era più il gruppo underground più riverito d’America ma uno dei gruppi maggiormente seguiti tout court. L’album aveva mancato di un niente i Top 20 e conquistato il primo disco d’oro. Il tour che ne aveva seguito l’uscita, relativamente breve (tre mesi scarsi) e concentrato questa volta, tolte alcune date canadesi, sui soli Stati Uniti aveva segnato il definitivo passaggio dei Georgiani dai club e dai piccoli teatri alle sale concertistiche più grandi e ai palasport. Ma per quanto ogni LP della banda Stipe avesse venduto più dei precedenti niente poteva preparare al boom di “Document”, al milione abbondante di copie assorbite in pochi mesi dal mercato USA (primo disco di platino, dunque) e al primo successo a 45 giri, The One I Love, di un gruppo i cui 45 giri precedenti non si erano mai affacciati nelle zone alte delle classifiche. Non era ancora nulla rispetto a quanto accadrà all’altezza del tour di “Green” e, soprattutto, quando vedrà la luce “Out Of Time”, ma per Stipe e compagni era nondimeno piacevolmente sconvolgente. Il fatto che venissero ora riconosciuti per strada non soltanto ad Athens ma in ogni città d’America venne accolto dai Nostri con un misto di imbarazzo e di euforia. Si torna al punto da cui eravamo partiti: era la fine del mondo e i R.E.M. si sentivano (quasi) a loro agio.

Come spesso capita, il successo giunse a premiare il lavoro di anni e una canzone di impatto, non un LP particolarmente riuscito. Pur essendo opera di valore, della discografia I.R.S. dei Georgiani questo è il capitolo meno persuasivo. È un disco frammentario e caotico. Se è vero che quest’ultima caratteristica venne cercata, ché “Document” voleva rispecchiare l’era di confusione e di perdita di valori (il polemico titolo di lavorazione era “Last Train To Disneyland”) che l’America stava vivendo, il risultato andò oltre le intenzioni. Come lo scatto sul davanti di copertina, che ferma un Michael Stipe a stento riconoscibile dietro un cavalletto sul quale è montata una macchina fotografica (una citazione di “This Years Model” di Costello?), “Document” è sovraesposto, però intrigante.

L’ironia del testo di Finest Worksong, obliquo ma mordace commento all’epoca del rampantismo yuppie, è in stridente contrasto con le immagini del retro di copertina e della busta, che sembrano uscite da una galleria di manifesti sindacali degli anni ’30. Non così la musica, che è massiccia e solenne, attraversata da una chitarra hard e da una ritmica marziale. Con Welcome To The Occupation, una ballata dai sapori campagnoli, siamo al terzo paragrafo della disamina stipeana della politica predatoria degli Stati Uniti in Centro America. Exhuming McCarthy (il senatore protagonista della caccia ai rossi negli anni ’50) si apre con rumori come di macchina da scrivere e prosegue con un basso e una chitarra marcatamente funky e una batteria pestona come se appartenesse all’ultimo dei gruppi punk. È un brano sbilenco nella cui trama si inseriscono tocchi di piano e poi un organo e un sax. La voce di Mills appare un corpo estraneo. La confusione sotto il cielo, insomma, è tanta e non magnifica. Con il ritorno ai familiari sentieri folk-rock di Disturbance At The Heron House l’album si rimette in carreggiata e ci resta con l’eccellente rilettura di Strange, un brano tratto da “Pink Flag”, epocale esordio, nell’anno di vera grazia 1977, dei britannici Wire. Rispetto all’originale la versione dei Georgiani è più veloce e concisa, filtrata attraverso un’ottica Television (cfr. cover di See No Evil sul 45 giri natalizio del 1988). La cosa migliore del primo lato è la traccia conclusiva, la gioiosa apocalisse, frenetica e fragorosa, di It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine). Viaggiando su un treno di chitarre jingle jangle e ritmo di scuola Bo Diddley, la voce di Michael Stipe sgrana un chilometrico testo che ne fa la Subterranean Homesick Blues dei R.E.M.

La cosa migliore di una seconda facciata superiore alla prima sta invece in apertura: è The One I Love, il primo dei tre 45 giri tratti da “Document” (gli altri erano It’s The End Of The World e Finest Worksong), nonché il primo 45 giri della formazione di Athens a violare i Top 10 statunitensi. Successe, oltre che per le virtù melodiche del pezzo, per un fantastico equivoco: la maggioranza degli ascoltatori si fermò ai primi due versi – “Questa è per colei che amo, colei che mi sono lasciato dietro” – e la scambiò per una serenata amorosa. Il terzo verso recita: “Un semplice oggetto (“prop”, letteralmente “puntello”) per occupare il mio tempo”. Lo si è già detto: con i R.E.M. non sempre le cose sono quello che sembrano. Eppure, anche la chitarra di Buck che si infiamma quando Stipe urla “Fire!” avrebbe dovuto chiarire che non sull’amore fa perno la canzone ma su abbandono, senso di colpa, dolore, e una punta di disprezzo per la lei di turno.

Fireplace (“Il fuoco è l’argomento dell’intero LP, il fuoco che distrugge e che purifica”, dichiarò al tempo Michael Stipe a Bill Flanagan di “Musician”; e il secondo titolo del disco è “File Under Fire”) è una ballata da giudizio universale. La melodia è morbida, le chitarre dure, la batteria secca. Il sax di Steve Berlin (Blasters, poi Los Lobos) fa capolino più volte. Lightnin’ Hopkins vorrebbe essere un omaggio al bluesman più amato da Peter Buck, ma nel suo incedere da parata, sottolineato da un basso funky e da una chitarra hardelica, di musica del diavolo non vi è traccia. Una figura ritmica non dissimile sorregge anche King Of Birds, che si apre con una chitarra che pare un sitar, è densa di umori lisergici e dispiega un ritornello dolente. Oddfellows Local 151 chiude l’album con una solennità e una tristezza ancora più marcate.

Con “Document” si esauriva il contratto I.R.S. dei R.E.M. Se aveva stupito, cinque anni prima, che una casa discografica di quelle dimensioni ingaggiasse degli sconosciuti apparentemente privi di appeal commerciale, un rinnovo del contratto da parte dei Georgiani sarebbe stato adesso ancora più sorprendente, poiché l’etichetta di Miles Copeland non sembrava in grado di garantire una promozione, fuori dagli USA, adeguata a un gruppo con un disco d’oro e uno di platino all’attivo. Che il rapporto fosse destinato a concludersi alla I.R.S. dovettero capirlo prima ancora che The One I Love sfondasse, quando i R.E.M. non vollero lanciarsi nel primo tour mondiale e gli preferirono due mesi (poco, per i loro standard) di concerti solo americani. L’assalto in grande stile al resto del mondo era rinviato al successivo LP. Nel frattempo, era cominciato l’assalto delle multinazionali del disco ai R.E.M. Fuori dall’ufficio di Jefferson Holt c’era la coda.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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