Rickie Lee Jones – The Devil You Know (Concord)

Quanto ho amato Rickie Lee Jones! Ovviamente per un’immagine impossibilmente seducente – presa da Tom Waits sul cofano di un’auto sul retrocopertina di “Blue Valentine” e quanto lo invidierò sempre per questo; bacalliana sul davanti di un omonimo debutto indimenticabile a partire da quello scatto – e altrettanto ovviamente per la qualità e la poesia dei primi capitoli di un romanzo ormai ultratrentennale: arduo scegliere fra l’esordio del ’79 e il successivo di due anni “Pirates” quale sia più capolavoro. Esempi da manuale di una canzone d’autore raffinata ma non esangue, imbevuta di jazz e di blues, capace di giocare con il folk e il pop, di darsi al boogie come al folk, fra esuberanze, temperati romanticismi (se la contraddizione in termini è concessa) e dissolvenze in albe solitarie. Ho amato davvero tantissimo Rickie Lee e poi l’ho persa di vista senza che ciò mi facesse sentire in colpa, giacché a sua volta andava perdendosi lei, sciaguratamente, affondata nelle sabbie mobili di una crisi esistenziale e di cattive abitudini che nei tardi ’80 fecero temere che difficilmente ne sarebbe emersa. Bella cosa ogni tanto venire smentiti. Colto splendidamente di sorpresa nel 2003 da “The Evening Of My Best Day”, ho ripreso da lì a frequentarla e non mi ha più deluso. Nelle ultime foto promozionali è addirittura di nuovo bellissima, in un modo più soprannaturale che innaturale per una donna alle soglie dei cinquantotto anni che ha passato quello che ha passato lei.

Tutto ciò premesso, sulla carta “The Devil You Know” non era la più eccitante delle proposte. È che a tre anni dall’ottimo “Balm In Gilead” avevo voglia di canzoni nuove dalla ragazza e non di una collezione ancora – la quarta dopo “Girl At Her Volcano” dell’83, “Pop Pop” del ’91 e “It’s Like This” del 2000 – di cover. Per quanto proprio quegli album  ne avessero magnificato le doti di interprete, Rickie Lee Jones la preferisco nelle vesti innanzitutto di autrice. Sbadigli di fronte a una scaletta con Sympathy For The Devil sistemata come prima: che mai si potrà cavarne ancora? E poi è partita e sono rimasto a bocca aperta, per i suoi interi sei minuti e mezzo. Arazzo a trame larghissime di corde felpate e saltellanti intrecciate a un tambureggiare rado, l’originale grido di ribellione rock’n’roll si fa qui riflessione lucidamente stralunata sulla banalità del male e dopo lo sbalordimento scatta l’applauso. Sarà quasi parimenti caloroso per l’altro articolo pescato nel catalogo Stones, una Play With Fire persino più scarna e fantasmatica, sull’orlo del catatonico. Altri momenti mirabili: una St. James Infirmary nella quale si disvelano le radici di Blind Willie McTell; una Reason To Believe (Tim Hardin) girata Irish e resa così più Van The Man di quella Comfort You che la precede ninnaneggiando; una Catch The Wind (Donovan) che esibisce consonanze con Chimes Of Freedom. Non mi sembra del medesimo livello il resto – non, per dire, una Only Love Can Break Your Heart (Neil Young) in moviola senza che ciò le doni una personalità sua propria; non una The Weight (The Band) messa fuori registro da un’esibita accoratezza che lambisce il melodramma – e dovessi dare un voto in decimi al disco opterei per un bel sette, non di più. Condizionato anche dall’impressione, benché non si tratti certo di easy listening e semmai l’opposto, che sia uno di quei lavori che colpiscono parecchio sul subito ma dopo un tot di ascolti invece che crescere ulteriormente si ridimensionano. Nondimeno due, tre, quattro interpretazioni sono sul serio da antologia.

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