Barry, il mio nome è John Barry

Momento perfetto, mi sembra, per ripescare negli archivi questo articolo che dedicai, ormai sedici anni or sono, al compositore che ha firmato tutti i temi più classici dei film di James Bond. Il suo più grande contributo, ma certamente non l’unico, alla storia della musica – popolare e non – del Novecento. L’uomo che per tre anni poté presentare Jane Birkin come sua moglie ci ha lasciati nel gennaio 2011, settantasettenne.

1. Se non è da escludere – ed è anzi probabile – che a molti fra voi il suo nome non dica nulla, è pressoché impossibile (affermazione che per la maggioranza di coloro di cui si scrive qui, dandone per scontata la conoscenza, non si potrebbe fare) che ci sia qualcuno che non ha mai sentito una sua composizione. Vi basta avere visto uno dei tredici James Bond (su sedici) di cui ha curato la colonna sonora o, per dire giusto di alcuni titoli recenti, Cotton Club, Balla coi lupi, Proposta indecente o La lettera scarlatta per avere ascoltato qualcosa di John Barry. E, nell’improbabile caso che abbiate per il cinema un’assoluta idiosincrasia, praticando il mondo del pop – sappiatelo – potete imbattervi comunque con impressionante frequenza in gente che ha debiti nei confronti di questo sessantaduenne di York: il ‘twang’ tipico delle sue chitarre e il modo in cui queste vanno a porsi in primo piano nella prospettiva sonora è stato metabolizzato da musicisti fra loro distantissimi come i Cramps e Ronald Shannon Jackson, gli Specials e Fred Frith, John Zorn e Sly & Robbie; i suoi fondali d’archi insegnarono molto a Marvin Gaye e sono stati riportati in auge dai Portishead; certe sue pesantezze filo-wagneriane sono state riprese pari pari da Jim Steinman (leggesi Meat Loaf); e si sta perdendo il conto dei brani trip-hop nelle cui trame si celano campionamenti di questa o di quella delle sue partiture. Uno dei complessi pop più in auge al momento gli è debitore persino del nome: i giapponesi Pizzicato Five omaggiano difatti nella loro ragione sociale un effetto ricorrente negli spartiti d’archi del Nostro.

È insomma, John Barry Prendergast, il compositore di colonne sonore che più ha influenzato il rock e i suoi dintorni negli ultimi trent’anni. Secondo neppure al Sommo Ennio Morricone.

2. Mentre molti fra quanti scrivono musica per il cinema (poco importa che vengano dalla classica, dal jazz o dal rock) vedono tale occupazione come un ripiego o comunque come puro artigianato piuttosto che arte, Barry ne rivendica la piena dignità. In un bell’articolo apparso alcuni mesi or sono su “The Wire” diceva: “La musica da film ha un suo peso specifico. Ciò che mi piace di più dello scrivere per il cinema è che una volta che il pubblico collega un motivo a un’azione drammatica lo ricorda per sempre. Ho amato da subito questo lavoro, non l’ho mai considerato un qualcosa di minore. Per farlo bene bisogna avere grandi qualità. Ci sono temi conduttori bellissimi, colonne sonore meravigliose. Se Wagner fosse vivo oggi, comporrebbe per il cinema”.

Con il magico mondo del grande schermo John Barry ha avuto a che fare sin da infante. Suo padre era proprietario di una catena di sale nel nord dell’Inghilterra e il Nostro a malapena camminava quando iniziò ad aggirarsi per cabine di proiezione. Quasi altrettanto precoce fu il suo approccio al piano, che cominciò a studiare su spartiti di classica a nove anni. Poco più tardi, sotto la guida di Bill Russo, uno dei membri dell’orchestra di Stan Kenton, iniziò a confrontarsi con composizione, armonia e orchestrazione jazz. Nei primi anni ’50, mentre prestava servizio di leva, dapprima in Egitto, poi a Cipro, fondò con alcuni commilitoni un combo elettrico che sarebbe qualche tempo dopo divenuto famoso con il nome di John Barry Seven. Fu alla guida di questo complesso che per la prima volta cominciò a esercitare un’apprezzabile influenza sulla scena musicale inglese. Etichettato, dal titolo di un album su Columbia del ’61, stringbeat, il particolarissimo suono dei Johnny Barry Seven fu una rivoluzione nel pop albionico pre-Beatles. In esso gli arrangiamenti d’archi facevano da contorno alla sezione ritmica senza mai prevaricarla. Come nel rock’n’roll primigenio, basso e batteria restavano il centro di tutto. Brani come The Seven e Hit Or Miss (a lungo sigla del programma della BBC “Juke Box Jury”) segnarono un’epoca. In quello stesso periodo, Barry conquistò le classifiche anche con una serie di canzoni scritte e/o arrangiate per Adam Faith, il rocker locale (un epigono di Buddy Holly) al tempo più celebre in Gran Bretagna. Fu proprio Faith a procurargli la prima commissione di una colonna sonora. Era il 1958 e il film si intitolava Beat Girl. A partire dal ’62, da quando compose l’arrangiamento per il tema conduttore di Dr. No, John Barry scriverà soltanto più per il cinema.

Tredici delle sedici colonne sonore dei film dell’agente segreto per antonomasia, 007, si è detto. Sono questi temi, soprattutto quelli degli anni ’60 e più di ogni altro il James Bond Theme (e non è facile fare classifiche in una lista che include From Russia With Love e Goldfinger, Thunderball e You Only Live Twice), ad avere conquistato a John Barry un posto centrale nel pop degli ultimi decenni. Il James Bond Theme è l’esemplificazione suprema di uno stile che miscela perfettamente elementi in apparenza inconciliabili: una chitarra elettrica quasi-surf dominante nel missaggio, uno swing da big band, armonie ossequiose della tradizione classica. Quanto Barry fosse avanti all’epoca è evidenziato anche dal fatto che fu fra i primi (prima dei Beatles e di Lee Perry) a usare la sala di registrazione come uno strumento: il suono inconfondibile delle sue sezioni d’archi, la possenza di disegni fiatistici dalle code d’eco infinite erano in buona parte un prodotto della conformazione dello studio, ricavato da una chiesa, in cui registrava le sue orchestre. Abbattuto in un attimo di follia dalla EMI quello studio, quel sound è morto con esso. Nessun marchingegno elettronico potrà mai ricrearlo.

3. Sono merce che scompare in fretta le colonne sonore. Tranne rare eccezioni durano negli scaffali due o tre mesi appena. Non è dunque facile offrire consigli per gli acquisti a chi a questo punto fosse interessato a portarsi a casa una porzione rappresentativa dell’immenso corpus (novantotto finora i film che ha musicato) dell’opera barryana. Tanto più che ciò che si trova facilmente – “Balla coi lupi” e l’antologia di rivisitazioni orchestrali “Moviola II” – è il John Barry degli ultimi tre lustri, un posato compositore di tendenze classicheggianti bravissimo ma di gran lunga meno interessante, per noi, del geniale anarcoide degli anni ’60 e di larga parte del decennio seguente (meritano almeno una citazione gli intrecci fra classica e disco di “The Deep”, 1977). Se avete spirito d’avventura, rovistate nei mercatini e qualcosa troverete, magari a due lire. Oppure cercate fra le raccolte in economica di colonne sonore assortite e fra le compilazioni di esotica e easy listening uscite ultimamente. Se no, c’è una serie in tre volumi – “John Barry: The EMI Years” – che vi offrirà la tavola già imbandita, ma a caro prezzo e anche stavolta dopo non breve ricerca.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.56, settembre 1996.

1 Commento

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Una risposta a “Barry, il mio nome è John Barry

  1. Francesco Manca

    Questi sono gli articoli che preferisco, quelli dove capisci che proprio sulle cose che dai per scontato invece non sai proprio nulla e ti spalancano la mente su nuovi ascolti.

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