R.E.M. 1982-1996 (8): Green

Pop Song 89. Get Up. You Are The Everything. Stand. World Leader Pretend. The Wrong Child. Orange Crush. Turn You Inside-Out. Hairshirt. I Remember California. (Untitled).

Warner Bros, novembre 1988 – Registrato presso gli Ardent Studios di Memphis, Tennessee, fra il giugno e l’agosto del 1988 – Tecnici del suono: Jay Healy e Scott Litt – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Proprio mentre stava raccogliendo i frutti del suo lavoro il gruppo più stakanovista d’America si prese, dopo sette anni e mezzo praticamente senza pause, la sua prima vera, lunga vacanza. Sei mesi pieni separano la fine del tour di “Document” dall’inizio delle registrazioni di “Green” e in tutto il 1988 i R.E.M. suonarono in pubblico una sola volta, all’Uptown Lounge di Athens. Si trattò di un concerto del tutto particolare poi: vi assistettero pochi intimi e fu una prova in pubblico delle canzoni che da lì a pochi giorni i Georgiani avrebbero cominciato a incidere negli storici Ardent Studios di Memphis, con il produttore di “Document” Scott Litt confermato in cabina di regia (come accadrà per i quattro LP che sono venuti dietro a “Green”). Dal momento che è dei R.E.M. che si parla, il fatto che si concessero una vacanza non vuol dire che quei sei mesi furono privi di eventi. Tutti i membri del gruppo collaborarono da musicisti e/o produttori a dischi altrui, furono scritte molte delle canzoni del nuovo LP e soprattutto, dopo lunghe trattative che coinvolsero mezza industria discografica americana, Stipe e compagni si accasarono presso una nuova etichetta. Come era accaduto quando sei anni prima avevano firmato per la I.R.S., i Georgiani scelsero non chi prometteva più soldi (per quanto l’offerta Warner, dieci milioni di dollari sussurrano i bene informati, fosse da capogiro per gente che si era fatta prestare i soldi per incidere il primo 45 giri) ma chi garantiva loro un controllo totale sul prodotto e la migliore promozione possibile, ferma restando per il gruppo la possibilità di rifiutare concerti, apparizioni televisive e interviste che non fossero di suo gradimento. La Warner Bros mise nero su bianco tutto ciò e i R.E.M. apposero in calce i loro ormai preziosissimi autografi. La I.R.S., che fino all’ultimo cercò un rinnovo del contratto esauritosi con “Document”, non la prese sportivamente. L’uscita dell’antologia “Eponymous” in prossimità della pubblicazione di “Green” fu uno sgarbo non da poco. Ma della loro prima etichetta Stipe e soci parlano tuttora bene. Da persone oneste quali sono non hanno dimenticato che Jay Boberg fu il primo a offrire loro una chance e che li trattò sempre con il rispetto dovuto ai veri artisti, comportandosi sovente più da fan che da datore di lavoro.

Da tanti punti di vista, per i R.E.M. il nuovo album era un secondo esordio. Le aspettative riguardo alle vendite erano enormi e gli avrebbe fatto seguito il primo tour mondiale della loro carriera. Stipe, Buck, Mills e Berry erano insomma consapevoli che per molta gente quello sarebbe stato il primo LP dei R.E.M. Altri si sarebbero fatti almeno innervosire da una simile pressione. Non loro. La lavorazione del disco iniziò, proseguì e venne portata a compimento in un’atmosfera straordinariamente rilassata, avvertibile all’ascolto e denotata anche dal curioso particolare che in più di un brano i Nostri si scambiano gli strumenti.

Degli album dei R.E.M. passati sinora al setaccio (e forse della discografia tutta della formazione di Athens) “Green” è il più diretto. Le caratteristiche architetture asimmetriche del passato sono sostituite da trame più lineari. L’indice di orecchiabilità è in vistoso rialzo, sospinto verso l’alto dalla ripetizione ossessiva di ritornelli già di loro a rapidissima presa. Le canzoni possono essere inquadrate in due categorie: ballate fra il campagnolo e il pastorale e rock da arena (nella migliore accezione possibile del termine) che uniscono potenza e sensibilità pop. I quattro 45 giri tratti da “Green” (un record; sono Orange Crush, Stand, Pop Song 89 e Get Up) sono tutti della seconda specie.

Pop Song 89 è il brano più innodico piazzato dai R.E.M. in apertura di un LP dai tempi di Murmur: la chitarra è marmorea quando disegna il riff, sinuosa e tagliente quando tratteggia i dettagli. Get Up è al pari squadrata e massiccia, ma pure agile. Gli intrecci vocali sono formidabili persino per un gruppo che dei giochi di voci fece da subito uno dei suoi punti di forza. L’invito scandito da Stipe a levarsi in piedi ci porge il destro per annotare che in altre due categorie si possono incasellare tutti i titoli di “Green”: canzoni d’amore e canzoni politiche.

Già il titolo del disco è programmatico: Verde, il colore degli ecologisti e dell’ottimismo. La data di pubblicazione, 8 novembre 1988, venne fatta coincidere con le elezioni presidenziali americane. I R.E.M., e in modo particolare Stipe che acquistò diverse pagine pubblicitarie su giornali della Georgia, appoggiarono pubblicamente il candidato democratico Michael Dukakis nella sua campagna contro il delfino di Reagan, George Bush. Era una battaglia disperata, e Dukakis difatti la perse, e i Nostri lo sapevano. Ma se “Document” era stato un commento talvolta al vetriolo agli anni avidi, grigi e senza ideali di Reagan, “Green” è un lavoro aperto alla speranza. È l’ottimismo della volontà che entra in campo contro il pessimismo della ragione. “È un album che invita a darsi da fare,” dichiarò Stipe, “che dà espressione a sentimenti molto positivi. E la gente oggi ha bisogno di visioni positive. Se ci sono in esso anche cinismo e tristezza è perché non puoi avere una faccia della medaglia della vita senza avere pure l’altra.

Nel tour che seguì, banchetti di Greenpeace furono presenti a ogni concerto e rappresentanti di Amnesty International alla maggior parte delle date.

You Are The Everything è il primo, incantevole quadretto bucolico in cui ci si imbatte. Il modello è ancora Wendell Gee, ma questa volta l’allievo supera il maestro. Non c’è batteria, Berry suona il basso, Mills la fisarmonica, Buck il mandolino, Jane Scarpantoni il violoncello, Bucky Baxter la pedal steel. Furono impiegati venti minuti per fissarlo su nastro e alla fine venne aggiunta una pista di grilli (!). Dopo l’esplosione adrenalinica di Stand, la facciata offre altri due capolavori della medesima scuola, World Leader Pretend (primo e finora unico testo riportato sulla confezione di un LP dei Georgiani) e The Wrong Child, una canzone che pare fatta di niente tanto è scarna e raccolta. Eppure è bellissima.

Il secondo lato impiega subito tutta l’artiglieria pesante. Orange Crush è declamatoria e fragorosa. Nella parte centrale la voce di Stipe è lontana e come filtrata da un megafono. Turn You Inside Out richiama alla memoria i Led Zeppelin più muscolari. Da qui in avanti si torna in campagna. Hairshirt schiera sul terreno di gioco la stessa formazione impiegata in You Are The Everything, meno gli ospiti. I Remember California è sospesa ed evocativa. La chitarra fa una parte da archi, il basso la melodia. L’undicesima canzone, senza titolo, vede ancora i membri dei R.E.M. scambiarsi gli strumenti. Buck finisce dietro la batteria e la suona come suonava la chitarra i primi tempi: è totalmente inetto e nonostante ciò incredibilmente efficace.

I R.E.M. passarono l’intero 1989 “on the road”. A fine anno erano uno dei gruppi più famosi ed esausti del pianeta. “Green” aveva più che raddoppiato le cifre di vendita di “Document”.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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2 commenti

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2 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (8): Green

  1. Sonica

    Bellissimo disco. World Leader Pretend su tutte, per me. Era tra l’altro l’unica ad avere il testo all’interno del disco. Sai che con questi post mi hai fatto venir voglia di riascoltare i primi Rem? Era dall’adolescenza che non riprendevo + in mano i loro vecchi ciddì. Thx!

  2. Francesco

    Pur conoscendo e amando i REM sin da Reckoning (l’esordio per me venne dopo) fu con Lifes che divenni veramente un devoto e Green fu per me l’album del boom, ascolti a manetta e prima volta live a Milano nell’89, sotto il placo per il concerto più sudato che ricordi. Mai smesso di amarli, anche se dopo New adventures li ho un po’ persi di vista, ma così va il mondo, il rock ha un posto importante ma ci sono anche altre cose che alla fine mettono a posto anche le passioni più sfegatate.

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