Mark Eitzel – Don’t Be A Stranger (Merge)

“La sfiga è sfiga, ci vede benissimo e quando decide di perseguitare qualcuno è infallibile”, scrivevo in un articolo su Mark Eitzel all’indomani della pubblicazione di quel gioiellino di “The Invisible Man” ed era il 2001. Era di dischi belli e talvolta bellissimi che vendono poco e talvolta pochissimo che stavo parlando, mica del significato della vita o della sua mancanza, per quanto durante la lavorazione di quell’album il nostro uomo stesse a fatica elaborando il lutto per la prematura scomparsa di Kathleen Burns, sua musa e soprattutto sua amica. Diciamo che nell’abbondante decennio trascorso da allora la sfiga ha ulteriormente affinato la mira e soprattutto che ha deciso, dopo avere malignamente sabotato il ritorno in pista per un quadriennio e due album degli American Music Club, di puntare bersagli più importanti: dritta al cuore di Eitzel, che nella primavera dello scorso anno aveva un infarto serio abbastanza da portarlo a un niente dal salutarci. Non era altrettanto fortunato, se così si può dire, lo scorso giugno quel Tim Mooney che di innumerevoli canzoni del Nostro fu il motore ritmico e cui un attacco cardiaco è stato invece fatale. Fa allora sorridere agro che sia stato viceversa un piccolo colpo di fortuna (una vincita alla lotteria di un amico che generosamente si è poi prestato a pagare l’onorario del produttore Sheldon Gomberg) a consentire a Mark Eitzel di fare delle canzoni cui in parte già stava lavorando prima che il cuore lo tradisse un disco. Già il suo undicesimo maggiore da solista, non considerando la raccolta di rimasugli “Brannan Street” né un esordio su cassetta artigianale e clandestino datato trenta tondi anni or sono. Aggiungete al conto nove album con gli AMC e uno con i Toiling Midgets e vedete bene voi pure quali dimensioni imponenti abbia ormai raggiunto il corpus dell’opera dell’artista californiano. Ora: dove collocare “Don’t Be A Stranger”? Non nella prima fascia, quella dei semicapolavori. Direi nelle posizioni di immediato rincalzo.

Da battezzare come capolavori sono nondimeno alcuni momenti di un disco dalle atmosfere particolarmente soffuse e dai toni particolarmente intimisti al di là della tradizione dell’artefice. Direi il trittico di brani che sfilano dopo l’attacco dal confidenziale al brioso di I Love You But You’re Dead e una I Know The Bill Is Due carezzevole in glassa d’archi: fra la rielaborazione quietamente swingante di una All My Love già nel repertorio del Club e una Costumed Characters Face Dangers In The Workplace più coheniana di Cohen (trucco che più avanti Lament For Bobo The Clown replicherà brillantemente), a svelarsi da subito come indimenticabile è l’attacco di una mossa e discretamente orecchiabile Oh Mercy. “Please please invite me to your party/’cause I was alone so much when I was young/I’m a good guest/I could say almost anything/and I could like almost anyone”, implora Eitzel mettendosi in ginocchio come un tempo di fronte a Johnny Mathis. Disperatamente serio, ineffabilmente ironico. E dopo un  momento così il resto – delizioso valzer dalle fragranze mediterranee Break The Champagne incluso – può quasi essere mancia.

 

6 commenti

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6 risposte a “Mark Eitzel – Don’t Be A Stranger (Merge)

  1. Quali sono per te i semicapolavori?
    Io voto Mercury e 60 watt silver lining.

  2. Michael Rove

    Io non so perchè ma l’ho mollato dopo “60 watt silver lining”, un bel disco che non ascolto da anni. Da cosa riprendo…?

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