Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Una breve storia tendenziosa del pop italiano dalla psichedelia alla prima new wave)

Alcuni anni fa un amico regista, premettendo onestamente che non era detto che l’idea si realizzasse e che in ogni caso il budget a disposizione sarebbe stato probabilmente assai modesto, mi chiese se fossi interessato a scrivere la sceneggiatura di un documentario sul pop italiano dai suoi albori allo sbocciare della new wave. Giacché fare qualcosa per il cinema o il teatro è un sogno che ho da qualche decennio in un cassetto, risposi entusiasticamente di sì e mi misi subito sotto, scrivendo un pezzo di presentazione per il lavoro. Sfortunatamente, nessun produttore si mostrò interessato a sufficienza da portare il progetto oltre lo stadio delle chiacchiere esplorative. Nel metaforico cassetto di cui sopra, insieme a un sogno fra i tanti che sono rimasti belle fantasticherie, finiva allora pure un articolo della cui esistenza mi dimenticavo completamente. Fino a questo pomeriggio. L’ho riletto e mi è parso che meritasse tutto sommato, pur nella sua stringatezza, una platea un po’ più ampia delle forse dieci persone che lo lessero a suo tempo. Ed ecco allora per la prima volta sugli schermi di VMO una rarità assoluta: un mio inedito d’epoca.

Quando nasce la musica “giovane” nel Bel Paese? Certamente con il beat, con i complessi dei “capelloni” che, passato il giro di boa dei ’60 e cavalcando l’onda lunga dell’enorme successo pure italiano di Beatles e Rolling Stones, danno l’assalto a classifiche in cui le vendite nelle posizioni alte si conteggiano in centinaia di migliaia di copie. Artisticamente il fenomeno è tuttavia poca cosa, siccome ci si limita a imitare gli stranieri quando addirittura non li si traduce e basta. Con curioso effetto di distorsione temporale destinato a perpetuarsi nella storia del rock tricolore accade poi che si sia sempre in lieve ritardo, così che il beat raggiunge l’apice della popolarità quando in Gran Bretagna e negli Stati Uniti è ormai la psichedelia a occupare il centro della ribalta rock. Tolti pochi e marginalissimi illuminati, l’Italia fallisce l’appuntamento con l’Estate dell’Amore e rispetto a quello non recupererà più. Hanno scarsa o nessuna circolazione da noi le sostanze espanditrici della coscienza che hanno innescato, nella Swinging London come a Haight-Ashbury, la coloratissima esplosione lisergica e le tensioni politiche che montano fanno il resto. Il rock nostrano salta un passaggio e dall’ingenuità del beat approda direttamente alle trame complesse e talvolta pretenziose del cosiddetto “progressive”. Se spesso gli esiti sono discutibili va nondimeno riconosciuto che, contrariamente al beat, il pop italico non si limita alla pedissequa ripresa di modelli di importazione ma introduce in essi elementi autoctoni che lo rendono riconoscibile, unico. Ed è esattamente a questi elementi – si tratti del gusto tutto nostro per il bel canto invece che di influssi folk o di recuperi dalla tradizione classica – che si devono i discreti riscontri anche oltre confine, con alcuni gruppi che acquisiscono visibilità internazionale: Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, in misura minore Area e Perigeo che sono la versione indigena dell’incontro fra jazz e rock.

Di quegli anni ricchi di fermenti e punteggiati da raduni di massa che sono tappe cruciali nella crescita di una battagliera per quanto è piena di contraddizioni controcultura (un inizio e una fine ben precisi sono individuabili: il festival di Caracalla del 1970; il concerto in memoria di Demetrio Stratos del 1979) Non gettate alcun oggetto dai finestrini intende tracciare una storia volutamente alternativa e tendenziosa rispetto agli agiografici quadretti dei “formidabili quegli anni” e dei collezionisti di progressive. Con filmati d’epoca, con interviste realizzate oggi ai protagonisti, con interventi dei più autorevoli critici.

È una storia che salta a pie’ pari praticamente tutti i nomi più famosi, non per sminuirli ma perché già tante apologie sono state redatte di costoro e non si sente il bisogno di altre. È una storia che parimenti aggira la galassia più propriamente progressiva in cui un complesso si confonde facilmente con un altro e può capitare che persino i nomi si somiglino e a Quella Vecchia Locanda risponda una Locanda delle Fate. È una storia che prende spunto da alcuni dischi basilari, che riascoltati oggi rievocano benissimo il loro tempo ma del tempo non hanno subito le ingiurie, per raccontare storie, di individui di genio e delle due scene cittadine più feconde del decennio.

Si parte da prima però, da una sorta di prologo, da un Volo Magico, da quei marginali illuminati di cui si diceva poc’anzi che, unici in Italia, praticarono un’autentica psichedelia. Torino, 1967. Metti un pittore underground di grande fama come Mario Schifano, quasi un Andy Warhol di noi altri. Metti quattro musicisti romani in trasferta. Falli incontrare. Nascono Le Stelle di Mario Schifano. Brilleranno per poco, il tempo di pubblicare un LP in cinquecento copie e con una copertina che è di per sé un’opera d’arte, ma di una luminosità accecante. “Dedicato a…” è un disco fenomenale, con pochi termini di paragone nella musica mondiale di quegli anni e nessuno in Italia, opera surreale e allucinata, testualmente intrigante e con spunti strumentali anche più interessanti. Roma, 1972. Metti una scuola di musica sui generis, collettivo sconfinante nella comune aperto a ogni contributo esterno. Fa che fra i tanti che passano a curiosare ci sia una certa Fernanda Pivano. Decisivo il suo imprimatur perché le improvvisazioni free form nelle quali i Living Music mischiano jazz e rock, raga e poesia beat si definiscano meglio in un 33 giri destinato a sua volta a restare unico, “To Allen Ginsberg”. Esce nello stesso anno in cui, e siamo tornati a Torino, i Circus 2000 danno alle stampe “An Escape From A Box”, che è il loro secondo album e sarà l’ultimo: immaginate dei Jefferson Airplane evoluti ed ecco.

La psichedelia italiana è tutta qui, in un poker di LP che diventano scala reale con la memorabile coppia, “Viaggio” e “Volo magico n. 1”, che il milanese Claudio Rocchi pubblica nel 1970, facendo man bassa di premi e di applausi nei neonati circoli giovanili. Più un prodigioso a latere nel fatale ’68, un disco minuscolo per formato (è un 45 giri) ma colossale per ispirazione che gli sconosciutissimi varesini Chetro & Co. licenziano senza che se ne accorga nessuno. Le Danze della sera saranno riscoperte da pochi privilegiati molti anni dopo e faranno scalpore.

Ma forse non è del tutto esatto asserire che la psichedelia tricolore nasce e muore fra Torino, Milano e Roma e fra il 1967 e il 1972, esaurendosi in una mezza dozzina appena di pur mirabili album. Pare del tutto iscritto negli ampi confini di un genere che di confini non voleva averne “Aria”, epocale debutto nel 1972 del napoletano Alan Sorrenti, voce stupefacente lanciata verso empirei sconosciuti prima e dopo di allora a chiunque altro in Italia, gli stessi frequentati da Tim Buckley fra “Goodbye & Hello” e “Starsailor”.  Arditissimo nella suite sperimentale che lo battezza e ne occupa per intero la prima facciata, “Aria” congiura nella seconda incantesimi più immediati, a cominciare dal leggiadro folk-pop di Vorrei incontrarti, riportato in auge presso le ultime generazioni da un’intensa lettura dei La Crus. Intorno a Sorrenti cresce all’ombra del Vesuvio una scena composita. Ci sono i Saint Just della sorellina Jenny, che realizzeranno due interessanti LP, nel primo dei quali (l’omonimo del 1973) figurerà fra gli ospiti il percussionista Tony Esposito, debuttante poi in proprio nel 1975 con il pittoresco e jazzy “Rosso napoletano”. Esposito è un prezzemolino nei circoli del pop partenopeo. Lo troviamo anche nell’oscuro, monumentale pure per durata e stupendo “Suàn/Naus”, unico lascito pervenutoci del misterioso Armando Piazza, altro buckleyano che si fa dare man forte da Shawn Phillips, nientemeno. Mentre negli esplosivi Napoli Centrale troveremo per qualche tempo un certo Pino Daniele, che non può nemmeno immaginare quanto sarà famoso. Sono però gli Osanna i re della scena: del progressive italiano “L’uomo” (1971) e “Palepoli” (1973) restano fra i momenti alti, quelli rivisitabili senza imbarazzi. Con NCCP e Musicanova la città campana esprime inoltre il meglio di un folk revival che avrà altri campioni altrove nel Canzoniere del Lazio e nel Cantovivo, ad esempio, ma sono storie che ci porterebbero lontano e forse fuori tema.

A proposito di folk… Ne danno una singolarissima interpretazione i milanesi Aktuala, titolari di tre 33 giri (almeno quello di mezzo – “La terra”, 1974 – etichettabile a cuor leggero come capolavoro) in cui musiche etniche di ogni dove si mischiano a minimalismo e free jazz di scuola Don Cherry. Fanno parte del giro di un milanese “d’importazione”, il catanese Franco Battiato: nato come autore di canzonette, Battiato svolta radicalmente facendosi portabandiera di un avant-rock più influenzato da Stockhausen o da John Cage che dai Beatles. “Fetus” nel 1972 suscita clamore non soltanto per la provocatoria copertina. La dice lunga il suo sottotitolo: “Ritorno al mondo nuovo”. Con l’artista siciliano collaborano a più riprese Juri Camisasca e Roberto Cacciapaglia, autori rispettivamente di “La finestra dentro” e “Sonanze”, il primo un esemplare praticamente unico di incubi kafkiani messi in canzone, il secondo un altrettanto peculiare esempio di incontro fra pop e classica contemporanea. E questa è una prima Milano.

Ce n’è una seconda ed è quella, ultrapoliticizzata, che ruota intorno ad Area e Stormy Six. Estrosi i primi, subito in zona pietra miliare nel 1973 con “Arbeit macht frei”, LP che frulla felicemente avanguardia e jazz, melodie istantanee e recitati ai limiti del teatrale, tracce world e il prog meno barocco di sempre. Due album dopo, in “Crac!”, i Nostri canteranno di Gioia e rivoluzione, racchiudendo in una frase il loro anarchismo. Sempre a sinistra ma più inquadrati, in “Un biglietto del tram” gli Stormy Six dal canto loro celebrano nel 1975 la Resistenza e Stalingrado, sebbene (e un po’ paradossalmente) sotto l’aspetto squisitamente musicale rispetto al gruppo di Demetrio Stratos siano più ortodossi nel rapportarsi con i canoni anglosassoni.

E ce n’è ancora una terza di Milano, ribellista piuttosto che rivoluzionaria ed è allora Musica ribelle, uno dei due inni, essendo l’altro La radio, che nel 1976 fanno la fortuna di “Sugo”, 33 giri numero due per lo statunitense meneghino Eugenio Finardi, incastonato fra  l’esordio acerbo di “Non gettate alcun oggetto dai finestrini” e “Diesel”, un classico, nonché un raro esempio per il periodo di matrimonio perfettamente riuscito fra canzone d’autore e rock’n’roll. Abituale sodale di Finardi è Alberto Camerini, mezzo brasiliano come l’amico è mezzo americano e un pochino si sente, nelle ballate come nei pezzi ritmicamente più vivaci che da “Comici cosmetici”, del 1979,  in avanti prenderanno il sopravvento, mentre l’impegno si colora di ironia e il rock di elettronica, suscitando le ire di tanti dei cultori della prima ora. Il pubblico più generico viceversa apprezza. Con Camerini ci si affaccia sul limitare della new wave, territorio di cui il friulano di nascita ma milanese di adozione Faust’O (al secolo Fausto Rossi) sarà il più spericolato esploratore nostrano. Il Bowie della trilogia berlinese si riflette torbidamente e magnificamente, e con lui i primi Ultravox!, in un’altra eccezionale trilogia posta in essere fra il 1978 e il 1980: “Suicidio”, “Poco zucchero”, “J’accuse… amore mio”.

Nel giugno 1979 giusto a Milano viene organizzato un grande concerto per raccogliere fondi per il cantante degli Area Demetrio Stratos, gravemente malato. Per amara coincidenza Stratos muore alla vigilia del festival, che si trasforma così in una commemorazione. Una quantità di artisti si avvicenda sul palco e sono almeno due generazioni a suonarsela e a cantarsela. Incommensurabile sembrerebbe la distanza fra gli Area e i bardi del rock demenziale, originalissima versione italiana di un punk-rock che da noi (come la psichedelia) non ha attecchito e non attecchirà fino agli ’80 inoltrati e alla stagione dell’hardcore: si chiamano Skiantos, vengono da Bologna e cantano fra l’altro che Mi piaccion le sbarbine (echeggiando i musicalmente più validi Gaznevada di Mamma dammi la benza). Un altro universo rispetto agli Area? Parrebbe, ma “Mono Tono”, “Kinotto”, “Pesissimo” escono per l’etichetta degli Area, la Cramps, e gli Area (in comune con i Sex Pistols gli Skiantos hanno almeno la totale inettitudine sugli strumenti) vi suonano da turnisti. Insomma: è un cerchio che si chiude.

Inedito. Scritto nel giugno 2005.

5 commenti

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5 risposte a “Non gettate alcun oggetto dai finestrini (Una breve storia tendenziosa del pop italiano dalla psichedelia alla prima new wave)

  1. Giancarlo Turra

    J’adore Faust’O…

  2. Orgio

    Davvero molto bello. Mi chiedo come mai sia rimasto inedito finora.

    • Era rimasto inedito per le due ragioni esposte nell’introduzione. La prima è che venne approntato non per un qualche giornale ma per farlo circolare fra i produttori che potenzialmente potevano essere interessati a finanziare un documentario sull’epoca e sugli artisti che il pezzo tratteggia. La seconda è che, non concretizzatosi il progetto, semplicemente me lo dimenticai. Può parere bizzarro che uno si dimentichi di avere scritto un articolo di oltre 11.000 battute, ma purtroppo non lo è per chi routinariamente ne scrive raramente meno di 100.000 al mese e spesso molte di più.

  3. i circus 2000, heavy psych antelitteram nostrano, certe chitarre di armando piazza isolazioniste alla mazzacane connors..bella roba..

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