David S. Ware (1949-2012)

A soli sessantadue anni (ne avrebbe compiuti sessantatré  il prossimo 7 novembre) si è spento ieri nel suo New Jersey David S. Ware, uno dei sassofonisti più grandi e soprattutto più emozionanti (e chi in quell’ambito sa emozionare ancora?) del jazz dai tardi ’80 in poi. Lo ricordo reverentemente con questa recensione che scrissi quasi esattamente dieci anni or sono di uno dei suoi lavori più spericolati e riusciti, il rifacimento (per Aum Fidelity) della “Freedom Suite” del maestro Sonny Rollins.

A parte una città, New York, e lo strumento, il sax tenore, nulla sembrerebbero condividere il grande vecchio Sonny Rollins e l’ex-giovane leone David S. Ware. Gran parte del vastissimo corpus del primo, cresciuto alla scuola di Charlie Parker, evidenzia romanticismo, un umorismo lieve, un interesse marcato per rhythm’n’blues e pop che solo gli sciocchi potrebbero attribuire alla voglia di raggiungere vaste platee (che poi ci riesca fa solo bene al Jazz con la maiuscola). Ove il secondo, erede del Coltrane tardo, ha un attacco più robusto, un fraseggiare vulcanico, un approccio viscerale alla materia melodica che ama mettere a soqquadro esplorandone ogni risvolto. Hard bop contro free, volendo sintetizzare per etichette. Ma… Ware è stato allievo proprio di Rollins, sui cui dischi si formò non meno che su quelli di Trane e che poi conobbe quando, giovanissimo, cominciò a frequentare i club della Grande Mela. “Mi insegnò la tecnica del respiro circolare”, ricordava in un’intervista concessa a “The Wire” quattro anni fa, quando un sorprendente ingaggio da parte della Columbia fece per un attimo pensare che avrebbe potuto conquistare, dopo quella artistica, la serie A commerciale del jazz.

Tornato in alveo indipendente, Ware paga i debiti contratti con Rollins con un’operazione ardita: il rifacimento di quella “Freedom Suite” composta e incisa dal primo nel 1958, all’antevigilia di un discusso ritiro. Con William Parker nel ruolo che fu di Oscar Pettiford, Guillermo E. Brown al posto di Max Roach e la decisiva aggiunta di un pianista, Matthew Shipp, il suo quartetto si produce in un remake straordinariamente convincente, dilatando l’originale e nel contempo enfatizzandone colori e passione. Sicché pur’esso potrebbe divenire un classico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.230, dicembre 2002.

1 Commento

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Una risposta a “David S. Ware (1949-2012)

  1. Giuseppe

    Grazie per il tuo articolo. David Spencer Ware era il mio sassofonista preferito del post coltrane..
    Per ricordarlo sto riascoltando il suo ultimo straordinario live a Saalfelden del 2011 Planetary Unknown. La voce del suo sax mi fa venire un groppo in gola. Ho la sensazione di aver perso una persona a me cara….
    Saluti

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