R.E.M. 1982-1996 (9): Out Of Time

Radio Song. Losing My Religion. Low. Near Wild Heaven. Endgame. Shiny Happy People. Belong. Half A World Away. Texarkana. Country Feedback. Me In Honey.

Warner Bros, marzo 1991 – Registrato presso i Bearsville Studios di New York, il John Keane Studio e i Soundscape Studios di Athens, e mixato presso i Paisley Park Studios di Minneapolis, fra il gennaio e il luglio del 1990 – Tecnici del suono: John Keane e Scott Litt – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Si è appena detto: “Green”, grande successo su scala planetaria, negli Stati Uniti raddoppiò le vendite di “Document”. Quest’ultimo aveva a sua volta moltiplicato per due il fatturato di “Lifes Rich Pageant”. Se questa crescita esponenziale di popolarità potesse continuare è una domanda che i dirigenti della Warner dovettero porsi durante i sei mesi (i Nostri se la presero comoda: in realtà le registrazioni durarono alcune settimane) nel corso dei quali i R.E.M. misero su nastro il successore di quel fortunato album. Se da un lato i discografici speravano che la ricaduta del tour di “Green” non si fosse esaurita, dall’altro sapere che a promuovere il nuovo LP sarebbero state tre settimane di interviste suscitava perplessità. Postisi il quesito di cui sopra non poterono dunque che rispondersi negativamente.

La fama dei R.E.M. di migliore spettacolo rock americano era stata costruita nel corso di dieci anni trascorsi per la maggior parte sulla strada e durante i quali lo scarno live act degli esordi – pochi faretti, Stipe attaccato all’asta del microfono e immobile, il resto del gruppo in classiche pose rock’n’roll alla Who – si era trasformato in una rappresentazione elaborata e dal notevole impatto visivo, con giochi di luci complessi, proiezioni di diapositive e di film e uno Stipe sempre più istrione. Senza peraltro che ciò facesse perdere in immediatezza e cadere nella prosopopea. La complessità via via maggiore delle partiture aveva indotto i Georgiani, per la prima volta, a cercare rinforzi per il tour di “Green” (il quinto uomo fu l’amico di sempre Peter Holsapple) e, facendo un parallelo con la storia dei Beatles, vi fu chi ipotizzò che la stanchezza di tanti anni di concerti unita alla crescente difficoltà di riprodurre su un palco i suoni dei dischi avrebbe portato a un abbandono delle scene definitivo. Non andò lontano dal vero: passerà un lustro prima che la banda Stipe insceni un altro tour mondiale. Ma, come già era accaduto per gli altri Fab Four, quelli per antonomasia, quelli di Liverpool, le vendite non furono per niente penalizzate da questo semiritiro.

Non avendo la capacità di predire il futuro (figurarsi! i più fra i discografici non sanno vedere il presente), alla vigilia dell’uscita di “Out Of Time” alla Warner solo gli ottimisti a oltranza speravano che si avvicinasse ai risultati commerciali del predecessore. Nessuno pensava che potesse superarli. Quanto a Stipe e soci di simili, volgari problemi non si (pre)occupavano. Come sempre. Ebbene: “Out Of Time” fu il loro primo album numero uno nelle classifiche USA, il primo a piazzare due 45 giri nei Top 10 (Losing My Religion e Shiny Happy People) e altri due (Near Wild Heaven e Radio Song) nelle posizioni di rincalzo, il primo (e unico finora) a conquistare quattro dischi di platino. Il doppio di “Green”. Come già era accaduto con “Document”, il successo capitalizzò rendite di posizione e premiò alcune canzoni particolarmente indovinate più che un LP impeccabile. A “Out Of Time” difettano la coesione del disco precedente, “Green”, e il pathos di quello che lo seguirà, “Automatic For The People”. La rilassatezza che caratterizzò le sedute di incisione traspare fin troppo all’ascolto. E per la prima e sola volta nella storia dei R.E.M. la copertina è francamente brutta. Sciatta. Ma la sua prima metà rasenta la perfezione. Sono venti minuti fra i più memorabili dati alle stampe dai Georgiani.

Il mondo sta collassando intorno alle mie orecchie”: con questa frase Stipe ci introduce in “Out Of Time”, “Fuori dal Tempo”. Parole che, in piena Guerra del Golfo, sembrarono invece singolarmente in sintonia con i tempi. È una chitarra vecchio stile a disegnare i primi secondi del brano, ma la ritmica ultrafunky e in special modo il travolgente organo, in bilico fra Jimmy Smith e Booker T & The MGs, che fanno subito irruzione risultano inattesi pure per un gruppo che degli azzardi stilistici non ha mai avuto paura. Presto entra in gioco una sezione d’archi e alla voce di Michael Stipe si contrappone e sovrappone quella, sardonica ed ecumenica insieme, di Kris Needs, meglio noto come KRS-1, rapper di Boogie Down Productions, una delle posse fondamentali dell’hip hop a cavallo fra gli anni ’80 e il corrente decennio. Radio Song risulta in effetti una canzone straordinariamente radiofonica (stupisce che fu solo il quarto dei singoli estratti dall’album), il che è alquanto ironico considerato che la contraddistingue una vena fortemente polemica nei confronti dei DJ americani. Appena il serrato rapping di KRS-1 sfuma, il proscenio è occupato dalla ritmica squadrata, dalla melodia tonda e liricissima e dal profluvio di archi (sintetici in questo caso) di Losing My Religion, che anticipò su 45 giri e mini CD “Out Of Time” e, anche per merito di un azzeccato video (se non abbiamo detto nulla della suggestiva filmografia dei Georgiani, in larga parte curata in prima persona da Stipe, è perché manca lo spazio per una trattazione che abbisognerebbe di un volume a parte), fu almeno al 50% responsabile del suo successo.

È opinione diffusa che sia questa la canzone migliore licenziata a tutt’oggi dai R.E.M. Per molti è uno dei brani simbolo dei primi anni ’90. Che fece epoca è indiscutibile.

Tanto Losing My Religion è barocca, tanto la successiva Low è austera. La canzone faceva parte da anni del repertorio live dei Nostri ma non era mai stata incisa perché non si riusciva a costruirle un arrangiamento soddisfacente. Pazienza e pervicacia premiarono. L’edizione consegnata ai posteri da “Out Of Time” è un capolavoro di equilibrio e sobrietà infinitamente superiore alle versioni precedenti, giunteci per tramite di registrazioni illegali. La voce di Stipe, sommessa e tristissima, si appoggia a un chiesastico bordone d’organo e a un rabbrividente ticchettare di percussioni. Archi funerei e un dolente clarinetto basso si inseriscono nella trama senza appesantirla. Inoltrarsi nella successiva Near Wild Heaven è come passare da una notte gelida alla più solare delle giornate: unite i Byrds più giocosi e i Beach Boys di Good Vibrations e questo otterrete, una canzonetta deliziosamente sciocca cui è impossibile dire di no. Stipe una volta tanto si defila e lascia la ribalta a Mike Mills. Endgame, serena e un pizzico leziosa, chiude il lato in tono minore.

Dopo il valzerone di Shiny Happy People, che il duetto fra Stipe e Kate Pierson dei B-52’s e un video che non si sa se dire demenziale o cinico portarono molto in alto nelle classifiche, e Belong, che è presa per mano da un basso memore di Walk On The Wild Side, il disco un po’ si spegne. Gli ultimi quattro brani sono non brutti (tutt’altro) ma già sentiti e hanno l’aria di avanzi di “Green”, versante bucolico. Half A World Away, in particolare, è una You Are The Everything parte seconda. Country Feedback (la più pregiata del lotto) è invece una Low meno solenne e altrettanto depressa. Peccati veniali di un lavoro che spedì quattro canzoni pop perfette in hit parade.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

1 Commento

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Una risposta a “R.E.M. 1982-1996 (9): Out Of Time

  1. paolo stradi

    Grande disco, e il successivo farà, a dir poco, epoca…

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