Tutto torna: Welcome Back To The Eighties Colours

Gli appassionati del rock italiano più underground (gli appassionati italiani del rock più underground) erano all’erta da un po’ e almeno alcuni di loro avranno già ascoltato la rivisitazione su Psych Out (distribuzione Audioglobe) freschissima di stampa di “Eighties Colours”, storica antologia che vedeva la luce su Electric Eye nel giurassico 1985. Anno zero e punto di partenza per tutta quella variopinta e ultrasotterranea scena che per poco più di un lustro propagandò nel Bel Paese il recupero di garage e psichedelia e che ultimamente è stata a sua volta fatta oggetto di rivalutazione, soprattutto a partire dalla pubblicazione nel 2010, per Coniglio Editore, di un bellissimo (tanto da sfogliare che da leggere) volume di Roberto Calabrò intitolato anch’esso Eighties Colours. Più modestamente nel 1998 Lodovico Ellena, già leader degli Effervescent Elephants si autoproduceva o all’incirca un libricino chiamato Storia della musica psichedelica italiana per il quale mi chiedeva un intervento. Contribuivo con il breve articolo a seguire. A quattordici anni di distanza devo dire che mi dissocio (troppa severità e un filo di snobbismo) da quell’Eddy Cilìa che si dissociava dall’Eddy Cilìa propagandista entusiasta, in tempo reale, della scena in questione. L’importante nella vita è essere coerenti, come ben sa chiunque abbia letto Lester Bangs.

L’ho ripresa in mano questa mattina per la prima volta dopo una vita, la mia copia di “Eighties Colours”, e i ricordi hanno cominciato a fluire, in un bianco e nero all’inizio virato blu come le foto sul retro di copertina, poi seppia come due macchie che la deturpano, il colore del tempo che incalza e devasta, anche sotto le pesanti buste di plastica trasparente che proteggono la mia collezione. Per un attimo ho avuto la tentazione di metterlo sul Thorens, ma ci ho subito ripensato. Mi sarebbe piaciuto oggi come mi piacque nel 1985? Sicuramente no. I miei gusti sono profondamente cambiati, plasmati dalle migliaia e migliaia di dischi ascoltati in questi tredici anni, e sebbene la psichedelia resti un grande amore (meno il garage) proprio perché ne ho sentita tantissima sono diventato un censore di implacabile severità. Con le conoscenze odierne certo sarei stato assai meno generoso di quanto fui nei miei scritti sui gruppi della neo-psichedelia italiana apparsi sulle pagine de “Il Mucchio Selvaggio” e, più tardi, di “Velvet”. Resta il fatto, però, che devo in parte le mie conoscenze all’impulso alla riscoperta degli anni ’60 di cui furono responsabili, con i loro coevi americani, australiani e scandinavi, proprio quei gruppi. Forse la loro musica non era granché ma me ne hanno fatta scoprire di bellissima, della qual cosa li ringrazio.

Tredici anni… Da un lato mi sembra ieri. Dall’altro, mi pare siano trascorse ere geologiche tanto il mondo, musicale e non, è cambiato nel frattempo. C’erano ancora il Muro, l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, il PC era una cosa esoterica per pochi eccentrici e la TV satellitare e Internet appartenevano alla fertile immaginazione di William Gibson molto più che alla realtà. Per quanto incredibile possa sembrare oggi, “Rockerilla” era leggibile. Un altro pianeta, davvero. Iniziata con la pubblicazione di “Eighties Colours”, la stagione della neo-psichedelia nostrana ebbe il suo crepuscolo (una roba dimessa, mica un glorioso Valhalla) nel 1991, con il contemporaneo esplodere delle posse da noi e del grunge ovunque. Da allora è stata notte fonda, con un cielo quasi sgombro di stelle.

Probabilmente lo si dice anche altrove in questo volume, ma ci tengo comunque a sottolinearlo: fra tutte le scene che hanno caratterizzato la storia del rock in Italia, quella Sixties-oriented dei tardi ’80 è stata la più carbonara. Sulle riviste se ne parlava tanto ma i dischi erano per la più parte tirati in mille copie e di rado le tirature andavano esaurite e si imponeva una ristampa (posso ragionevolmente supporre che solo Sick Rose e No Strange vendettero significativamente di più). Il pubblico era molto più esterofilo di oggi e un bel po’ diffidente. Non aiutò a placare questa diffidenza il fatto che due degli esponenti più noti della nostra stampa musicale si fossero improvvisati discografici e produttori senza rinunciare a essere giornalisti. Una posizione deontologicamente inaccettabile, anche se mi sento di dire a loro discolpa che oltre che dall’ego erano mossi da una passione genuina e dal desiderio sincero di aiutare i loro protetti. E poi, nessuno dei due ha mai guadagnato un centesimo: fra i tanti colori dell’italica neo-psichedelia, quello dei soldi fu sempre latitante. Gli unici a lucrarci qualcosa, da un po’ di tempo in qua, sono i mercanti di rarità vinilitiche.

La grande colpa di quella scena fu di essere troppo autoreferenziale. I suoi esponenti vivevano in un bizzarro universo parallelo in cui gli anni ’60 non erano mai finiti. Erano collezionisti di dischi che facevano dischi per collezionisti di dischi, ai quali per la massima parte di tali dischi non fregava niente. Da qui i modestissimi riscontri commerciali. La ricerca della perfezione stilistica prevaricava la voglia di comunicare. Non credo che fosse soltanto per ragioni di metrica che cantavano tutti in inglese ed escludo la casualità nel fatto che il solo a usare l’italiano, vale a dire Salvatore “No Strange” D’Urso, sia stato di gran lunga quello che ha venduto di più. È anche uno dei pochi a fare ancora musica. Chi altri? L’instancabile Elefante Effervescente Vico Ellena, Luca Re dei Sick Rose (oggi con i 99th Floor), l’ex-Peter Sellers & The Hollywood Party Ghittoni che ha cambiato genere (o forse no?) ed è più bravo che mai. Qualcun’altro, meno visibile. Di tanti non si è saputo più nulla e mi interrogo quanti fra i desaparecidos fossero veri appassionati ritiratisi a vita privata perché delusi dagli esiti delle loro carriere artistiche e quanti praticanti dello sport nazionale più diffuso dopo il calcio, la rincorsa delle mode.

Passo la maggior parte delle mie giornate in una stanza piena di dischi e CD. Siccome dentro un dato spazio più di tot materia non si può comprimere, e anche perché sono filosoficamente contrario a tenermi in casa cose mediocri, ho attuato nel corso degli anni repulisti di ferocia nazista. A codeste selezioni ha resistito un numero sorprendentemente alto di reperti di garage e psichedelia tricolori. Un po’ perché a taluni di essi sono affezionato e un po’ tanto perché trovavo sciocco svendere titoli che sapevo che in futuro sarebbero assurti a quotazioni più che rispettabili. Quando i commercianti suoneranno alla mia porta, per la maggioranza non dirò di no. Gli incedibili? Steeplejack e gli oscuri e meravigliosi Leanan Sidhe. I Knot Toulouse, dei quali conservo gelosamente persino i demo. Terrò di sicuro gli Eazycon e qualcosa di No Strange, Sick Rose, Effervescent Elephants, Magic Potion. Magari i Birdmen Of Alkatraz e i Difference di Paolo “Mixo” Damasio. Il resto è trattabile. Offerte consistenti per favore. Se qualcuno ha album dal vivo di Sun Ra su Saturn, i cambi sono benvenuti.

Pubblicato per la prima volta in  Storia della musica psichedelica italiana, di Lodovico Ellena, Menhir Libri, 1998.

10 commenti

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10 risposte a “Tutto torna: Welcome Back To The Eighties Colours

  1. paolo stradi

    Confesso, ora pentito, che ero tra gli esterofili che citi nel tuo intervento. Mi sono accorto di quanto sbagliavo acquistando il box antologico dei Steeplejack, sorprendente e meraviglioso. Mi auguro di non essermi perso qualcosa che solo avvicini quel materiale sonoro. Non me lo perdonerei questa volta…i

  2. Nicholas

    Maestro ho girato i mucchi extra sulle band italiane che cantano in inglese e sui gruppi neo-sixties, ma non ho trovato traccia di Leanan Sidhe e Knot Toulouse. Ci scriverai sopra un dì?

  3. Marco

    In effetti sei stato un po’ cattivello, e sono contento del tuo piccolo ripensamento. Io ho seguito in parte la scena all’epoca e l’ho riscoperta, e approfondita, sull’onda emotiva dello splendido libro di Roberto Calabrò. A parte i pesi massimi (Sick Rose, No Strange, Not Moving, Steeplejack & Birdmen, Effervescent Elephants, Peter Sellers & Allison Run) che già conoscevo, devo dire che ho scoperto perle forse ancora più preziose, come Backwards, Views, Liars, Screaming Floor e, soprattutto, i grandissimi Leanan Sidhe (a Nicholas voglio dire che è uscito da poco un CD antologico che raggruppa tutta la loro produzione, sicuramente più facile da reperire dei due vinili…). E poi, forse sarò un po’ troppo di parte, ma la cover di “Lucy In The Sky With Diamonds” dei Bad Medicine che sta su “The Invasion Of The Tambourine Men” è una delle più belle che abbia mai sentito…

  4. posilliposonica

    Not Moving,il titolo di una canzone dei D.N.A. sulla compilation No New York.

  5. Marco

    …giusto! è da lì che presero il nome…oltretutto la stessa fonte che hanno utilizzato i Blonde Redhead (non No New York, ma i DNA…).

  6. Nicholas

    @ Marco, grazie per la segnalazione 😀

    • LEANAN SIDHE
      BLUE AND GOLD (AND MAGIC YELLOW)
      Spittle/Goodfellas
      Brutta cosa avere la casa troppo piena di dischi. Diventa normale archiviare dopo un passaggio frettoloso qualcosa che magari hai inseguito per una vita. Diventa normale non tornare più (in molti casi mai più) su album che ti sono piaciuti una cifra e magari hai pure incensato. Travolto dai fasti e più che altro dalle miserie dell’attualità, non li riascolterai che in un caso: se a obbligarti saranno le necessità di un lavoro che in certi giorni (ecco, oggi per esempio) sembra una catena di montaggio. Avanti il prossimo. Diciotto anni fa, su queste stesse pagine, scrissi meraviglie di “Our Early Childhood Skies”, mini-LP numero due dei fiorentini Leanan Sidhe, ma erano minimo dieci che non mi capitava di risentirlo e chissà se l’avrei mai fatto non mi fosse toccato. Mi è parso, come di rado capita, ancora più splendido che nel ricordo. Ci ho ritrovato quei R.E.M. virati gotici di cui dicevo all’epoca, ci ho ritrovato una psichedelia straordinariamente immaginifica, ci ho ritrovato un folk intessuto di miti e incantesimi. “Blue And Gold (And Magic Yellow)” raccoglie quel mini e il precedente “Ash Grove Primroses” e aggiunge in gradito dono due lunghi brani, nutriti a corrieri cosmici, che avrebbero dovuto costituire un terzo capitolo che non fu. Roba fuori dal tempo, che il tempo non ha minimamente sciupato.

      Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.629, dicembre 2006.

    • Giancarlo Turra

      Not Moving erano un grandioso gruppo, nulla da invidiare alle band d’oltreoceano, assolutamente. Blues e gotico (che poi è il blues europeo, se vogliamo), garage e surf, wave e roots tutto mescolato insieme. Favoloso.

  7. Però! Ci sei andato giù pesante, considerato che era l’introduzione di un libro proprio su quella scena…
    In ambito garage mi piacciono molto i senesi Pikes In Panic (un 7″ e un LP), di cui senz’altro parlano anche i due libri.

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