Colosseum: jazz-rock summi magistri

Il primo album non si scorda mai e il primo che mi portai a casa, quei trentacinque anni fa, fu “A Nice Pair”, un doppio dei Pink Floyd che mette insieme “The Piper At The Gates Of Dawn” e “A Saucerful Of Secrets”. Non ci fu un secondo, nel senso che catturai in un colpo (ne avevo risparmiate di paghette…) un live dei Free, una raccolta dei Jefferson Airplane e una dei Colosseum. Tutti gruppi ai quali sono rimasto molto affezionato e potrei quasi dire in particolare agli ultimi: i più negletti.

Pare strano affermarlo di un gruppo che piazzò i suoi quattro album nei Top 20 o negli immediati dintorni, i cui concerti nei club e nei teatri andavano regolarmente “sold out” e che, a un festival, arrivò a suonare davanti a 400.000 persone. Eppure con i Colosseum si può: nemo propheta in patria. È da tanto, tantissimo, almeno dal rivolgimento copernicano di attitudini indotto dal punk, che pubblico e stampa del Regno Unito sembrano avere completamente rimosso il complesso che Jon Hiseman fondava nell’estate 1968 e che si sarebbe sciolto nel dicembre di tre anni dopo. A memoria, in oltre trent’anni non rammento di avere mai letto un articolo di una qualche profondità sui Colosseum e, a dirla tutta, nemmeno un trafiletto, eccettuati quelli che a inizio 2005 doverosamente informavano della scomparsa del più anziano della compagnia, il sassofonista Dick Heckstall-Smith (un classe 1934). Non è servita a riportare in auge costoro una reunion più dignitosa di cento altre. Non ha aiutato che Fatboy Slim, giusto nel momento in cui cavalcava l’onda perfetta, campionasse The Kettle. Se non ce la fece il re dei dj a renderli nuovamente “in”, figurarsi se può riuscirci “Morituri te salutant”, box quadruplo fresco di pubblicazione per Sanctuary/Universal di cui potete leggere a fianco. E nondimeno: hai visto mai? Perché questa cancellazione dei Colosseum dagli annali del rock britannico è davvero, oltre che ingiusta, inspiegabile.

Non è andata così in quel resto di Europa che, pre-tunnel, restava isolato quando c’era nebbia sulla Manica. Di sicuro non in Germania e nella decisione del ’94 di resuscitare la sigla contava più di qualcosa la pressione dei fan tedeschi. Altrettanto certamente non in Italia, dove l’influenza esercitata dalla banda Hiseman era a un dato punto solare (si recuperi a tal proposito l’opera del Perigeo) e i dischi hanno costantemente continuato a vendere nei decenni, sempre in catalogo. Era d’altronde nell’ordine delle cose che la simpatia fosse reciproca: era durante un soggiorno romano, in licenza dai Bluesbreakers, nel giugno 1968 che l’allora ventiquattrenne batterista Jon Hiseman confidava alla moglie, la fiatista Barbara Thompson, che al ritorno a Londra avrebbe lasciato Mayall e fondato un gruppo suo. Il nome lo sceglieva di fronte alle rovine del più celebre degli anfiteatri dell’antichità. Il primo che chiamava era Heckstall-Smith, con il quale, dopo  brevi passaggi comuni dalle parti di Alexis Korner e Graham Bond, aveva ulteriormente affinato l’intesa suonando proprio nella band di John Mayall. Inevitabile che le due successive telefonate venissero fatte al bassista Tony Reeves e al tastierista Dave Greenslade. Entrambi venticinquenni, entrambi già suoi soci quattro anni prima nell’impresa Wes Minster Five, combo di ispirazione errebì con all’attivo un paio di singoli. Colosseum inventori dello straight edge? Non musicalmente, ovvio. Ma le regole di ammissione al club che si davano subito, e cui resteranno fedeli, erano quanto di meno edonistico e sessantottino (nel senso ignobile) si potesse e si possa immaginare: no tossicomani, no perditempo, solo seriamente intenzionati.

Se Dick Heckstall-Smith è di due buoni lustri più stagionato degli altri e vanta di conseguenza un curriculum imparagonabile, nello iato fra Wes Minster Five e Colosseum anche Greenslade e Reeves hanno accumulato un bagaglio di esperienze inusuale per due musicisti in fondo ancora assai giovani. Il primo ha suonato con i Thunderbirds di Chris Farlowe e la Ram Jam Band. Il secondo, oltre a mettere da parte un po’ di soldini con un clamoroso hit easy listening sotto mentite spoglie, ha lavorato per quattro anni all’ufficio della Decca che verifica la qualità delle uscite, esperienza straordinaria per quanto ne ha plasmato i gusti costringendolo ad ascoltare dal beat all’operistica, dal pop alla black alla sinfonica. Al jazz, di cui il sound del neonato quartetto – quasi immediatamente sestetto e quindi e definitivamente quintetto quando dei due chitarristi aggregati ne resta uno, l’appena diciannovenne James Litherland – è letteralmente zuppo. Con una fondamentale differenza rispetto ai coevi e successivi esperimenti sulla rotta che dagli oceani elettrici davisiani, dagli orizzonti sconfinati, condurrà il matrimonio fra rock e jazz ad arenarsi sulle secche della fusion più formulaica: che nei Colosseum i due generi pesano uguale, con importanti soci di minoranza nel blues e nella classica. È lampante sin dall’attacco di Walking In The Park, l’esuberante brano che inaugura “Those Who Are About To Die Salute You”, LP registrato nel novembre ’68 ed edito da Fontana nel marzo dell’anno dopo. Resterà per i Nostri un pezzo-simbolo ed è curioso visto che nella scaletta del debutto è uno dei due soli non autografi (lo ha firmato Graham Bond), essendo l’altro una rilettura del Leadbelly di Backwater Blues. È un signor esordio, di ottima personalità cementata dagli spettacoli che i ragazzi hanno messo in fila a decine. Profumato d’Oriente in Mandarin, funkissimo in Debut, latineggiante in The Road She Walked Before, turbinoso in Those About To Die, ruffiano con ironia in una Beware The Ides Of March rubata ai Procol Harum tanto per ricordare che, loro, A Whiter Shade Of Pale l’avevano rubata a Bach. E tuttavia: che balzo in avanti che evidenzia entro l’anno il successore! Primo di due 33 giri per la Vertigo (nonché primo articolo in assoluto del catalogo della casa), “Valentyne Suite” sembra rifinire uno stile consolidato in una prima facciata che frulla rock, funk, errebì e jazz, con un apice di immediatezza nella dianzi menzionata The Kettle, solo per poi aggrovigliare e dilatare micidialmente il tutto in una seconda interamente occupata dalla traccia omonima: una delle pietre d’angolo del progressive dando al termine la sua accezione più alta.

Esagerando – non eccessivamente; un pochino – si potrebbe affermare che i Colosseum più classici, quelli con i quali non si può non fare i conti in una storia degna di tal nome della popular music, finiscano già con la Valentyne Suite. Basta avere l’accortezza di chiamare a testimoni della loro grandezza anche alcuni altri brani – stupendi – che per ragioni troppo lunghe a spiegarsi qui vedevano la luce negli Stati Uniti e non (fino al ’71) in Gran Bretagna: un’accorata quanto ficcante I Can’t Live Without You; una stentorea Jumping Off The Sun; una Rope Ladder To The Moon insieme ludica e ipnotica; una rivisitazione non oleografica del Bolero di Ravel; una brumosa e vagamente acidula The Grass Is Always Greener. È tanta roba e forse niente in “Daughter Of Time”, nebuloso concept licenziato nel novembre 1970, vale altrettanto. Non è un brutto disco, ma che non siano più gli stessi Colosseum è certificato dallo smarrimento della principale delle loro qualità, quel gusto per l’intreccio inestricabile di influssi che si fanno un suono unico, organico, inconfondibile. Qui, se non si parte per tangenti di schizofrenia, si fatica in ogni caso a tenere assieme l’afflato Van Der Graaf di Time Lament con la quasi tarantella di Bring Out Your Dead, l’heavy blues alla Cream di Downhill & Shadows con un Theme For An Imaginary Western. E se non sono più gli stessi Colosseum è pure perché la formazione è cambiata a più riprese, con Litherland sostituito da David Clempson (dai Bakerloo) e Reeves da Louis Cennamo (dai Renaissance), a sua volta poi rimpiazzato da Mark Clarke, e ad avvicendarsi al microfono Paul Williams (dai Juicy Lucy) e Chris Farlowe.

Hiseman, Heckstall-Smith e Greenslade sono in tour da tre anni consecutivi e i pochi momenti liberi dai concerti li hanno passati in una sala d’incisione. Potrebbero limitarsi a una vacanza, ma hanno maturato la convinzione che la parabola del complesso si sia compiuta. Il doppio “Colosseum Live”, registrato nel marzo 1971 e pubblicato dalla Bronze in settembre, sembra il migliore dei congedi possibili e così sia: si separano senza traumi, da quegli ottimi amici che erano, sono e resteranno.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.664, novembre 2009.

2 commenti

Archiviato in archivi

2 risposte a “Colosseum: jazz-rock summi magistri

  1. Meritatissimo articolo. Uno dei miei primi cd acquistati è stato una specie di “nice pair” con “those who are…” e “valentyne”. Sono dischi davvero belli (invecchiati meno male di altri contemporanei) e importanti (il primo mi è sempre sembrato una possibile evoluzione dei cream). Bravo.

  2. Orgio

    E’ per chicche come queste che è un piacere leggerti, VMO. Complimenti.
    Nota a latere, per la cartella “Forse non tutti sanno che”: pare sia di Jon Hiseman il primo utilizzo della doppia cassa con funzione di tappeto ritmico. Mi sono sempre chiesto su che brano, a dire il vero, quindi chiedo lumi ai lettori tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.