Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! (Constellation)

Un dodici anni or sono – era da poco uscito “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven”, secondo e a oggi ancora il più voluminoso dei quattro album del collettivo di Montreal – in un breve articolo per “Il Mucchio” osservavo che “con i Godspeed You Black Emperor quel luogo comune che recita che scrivere di musica è come danzare di architettura si rivela fin troppo azzeccato”. E qualche riga dopo aggiungevo che “affinché un loro album si sedimenti nella memoria è necessario un numero di ascolti da altri tempi, di quando uscivano molti meno dischi e li si poteva imparare per bene… di quando si poteva fermare per un po’ il mondo e scendere”. Vale ancora e più che mai per un lavoro che pure, per gli standard della numerosa congrega, è succinto: quattro tracce, cinquantatré minuti. Lavoro atteso ma inatteso. Per un verso ce lo aspettavamo un disco nuovo dopo che nel 2010 i Canadesi erano tornati a suonare dal vivo, interrompendo un silenzio di sette anni, e nel 2011 avevano reso non estemporanea la rimpatriata con un tour nordamericano e uno europeo. Per un altro l’annuncio dell’uscita di “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” con appena due settimane di preavviso sul suo materializzarsi nei negozi (da culto quanto di scomoda fruizione un’edizione limitata in vinile nell’inconsueto formato 12” + 7”) ha colto di sorpresa. A casa mia l’album gira da una settimana e avrà girato quella decina di volte. Mi sa il minimo indispensabile per cominciare appena a orientarvisi. In questo i Godspeed You! Black Emperor, ribadisco, non sono cambiati. Sotto altri aspetti a me sembra che sì.

Per essere costituito formalmente per metà e in pratica per quattro quinti da materiali che, a quanto pare, già facevano capolino nei concerti nel 2003, “’Allelujah!” è latore di novità non marginali. Non di uno stile nuovo di zecca per i Nostri ma quasi. Mi cito ancora, permettete? Li raccontavo come “un crocicchio su cui convergono i Pink Floyd di ‘Ummagumma’ (…), i Popol Vuh, l’Ennio Morricone  western e l’ultimo John Fahey (…)”, con in coda “dei King Crimson americanizzati, i dimenticati e immani Savage Republic (…), l’Angelo Badalamenti che musicò Twin Peaks e certi Rachel’s”. Allora “folk americano in versione progressiva, conscio dell’avanguardia contemporanea e viziosamente propenso allo schizzo di vetriolo quando il sentimento tende all’accorato”, oggi i Godspeed You! Black Emperor si porgono invertendo le proporzioni fra l’abrasivo e il filmico, ogni equilibrio stravolto. Ai Pink Floyd o a Twin Peaks non ti viene più da pensare e alla trance californiana spesso. Se i King Crimson ci sono ancora sono sempre e comunque i più urticanti e addirittura, dalle maglie di Their Helicopters’  Sing, interludio di sei minuti e mezzo fra i due brani portanti, fanno capolino i Sunn O))). Laddove la spettrale Strung Like Lights At Thee Printemps Erable, che suggella l’opera con altri 6’30”, più che Morricone richiama alla memoria degli Scorn al netto del dub. I rimanenti due pezzi durano, almeno in questo nel solco della tradizione GYBE, quei venti minuti cadauno.

Non ricordo di avere sentito qualcosa di paragonabile all’iniziale Mladic quest’anno, in questo decennio, in questo inizio di secolo, se non dagli Swans monumentali e terrificanti di “Seer”. Apertura mediorientaleggiante, il brano monta, si gonfia e si velocizza gradualmente, chitarre sopra chitarre, archi sopra archi, percussioni tonitruanti a legare e spingere fino a un ferale e ferino fortissimo. Alì Glenn Branca e i suoi quaranta chitarroni alla testa dei Killing Joke primevi, se riuscite a immaginarvelo. A momenti pacificata al confronto una We Drift Like Worried Fire (significativo titolo di lavorazione: Gamelan) che si dispiega con passo e piglio da suite appoggiandosi a una melodia folk iterata a mo’ di mantra. Philip Glass che dirige Stravinsky deformandone le partiture fino a renderle suonabili da un’orchestrina mista Neu!/Einsturzende Neubauten/Tortoise del bel tempo post-rock che fu. Ascensione/deflagrazione/dissolvimento che si nega facendosi palingenetico.

Allora: album dell’anno? Fatemelo ascoltare ancora quella decina di volte e vi dirò.

7 commenti

Archiviato in recensioni

7 risposte a “Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! (Constellation)

  1. roberto

    Oggi pomeriggio ho dato vita ad un momento morto leggendomi questa in mail sul telefono. Ora vado sul tube e trovo già il disco,completo.
    Sto finendo d’ascoltarlo, e ho riletto il pezzo.
    Domani vado dal mio spacciatore di fiducia,venerdì è giorno di nuove,ritiro l’ultimo di Fagen in vinile che aspettavo e piglio pure sto vinile qua che sapevo in arrivo. Si,il cd sarà più agile;ma continuo a mettere zavorra in questa vita.
    Notte Venerato.

    • Complimenti per l’accoppiata Fagen + Godspeed. Quel che si dice essere eclettici… 😉

      P.S. – 4200 battute lette sul telefonino? Potrei pensare di farmi sponsorizzare da qualche ditta di oculistica…

  2. Giancarlo Turra

    Grande album: prima ti prende per la collottola e ti sbatacchia a dovere; poi ti costringe a gustarne ogni passaggio, ogni calibrazione, ogni momento.

  3. Giuseppe

    Essendo pendolare leggo anch’io Venerato Maestro on train….ma più comodamente da Ipad e con le cuffie.

    Comunque questo disco è favoloso e Mladic lascia davvero senza fiato….
    Le tue rece mi fanno “assaporare” meglio la musica che ascolto……
    E’ sempre un piacere leggerti.
    Mi piacerebbe sapere cosa pensi del mio disco preferito dell’anno(almeno fino a oggi): Fiona Apple “The Idler Wheel..”
    O hai già scritto qualcosa?
    Saluti

    • No, non ho scritto nulla riguardo all’ultimo lavoro di Fiona Apple che, se devo essere onesto, è un’artista che non mi sono mai filato più di tanto. Diciamo però che mi hai messo una pulce nell’orecchio. Fra i miliardi di ascolti delle prossime settimane cercherò magari di infilarne uno di “The Idler Wheel…”.

      • Giancarlo Turra

        A me, dopo un paio di ascolti, piace più dell’ultimo, però è vero che c’è a tratti una certa tendenza al virtuosismo che trapela. Ciò detto, avercene di artiste così. E idem, “When The Pawn…” resta irraggiungibile.

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