R.E.M. 1982-1996 (10): Automatic For The People

Drive. Try Not To Breathe. The Sidewinder Sleeps Tonite. Everybody Hurts. New Orleans Instrumental No. 1. Sweetness Follows. Monty Got A Raw Deal. Ignoreland. Star Me Kitten. Man On The Moon. Nightswimming. Find The River.

Warner Bros, ottobre 1992 – Registrato presso il Bearsville Studio di New York, i Criteria Recording Studios di Miami, il John Keane Studio di Athens, il Kingsway Studio di New Orleans e i Bosstown Recording Studios di Atlanta, e mixato al Bad Animals di Seattle, nella primavera del 1992 – Tecnico del suono: Clif Norrell – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Ove due anni e mezzo erano trascorsi dalla pubblicazione di “Green” all’uscita di “Out Of Time”, diciannove mesi separano quest’ultimo dal suo successore. Considerato che i Georgiani erano stati quasi un anno in tour per promuovere “Green”, i conti tornano. La cadenza delle uscite stava rallentando, come è normale per i gruppi con una carriera decennale alle spalle e un successo consolidato, ma nemmeno molto. I R.E.M. non erano più, per citare una definizione di James Brown, “the hardest working men in showbiz” ma esibivano ancora un’urgenza espressiva rara in musicisti dal curriculum tanto corposo. Fuori dal comune, del resto, lo erano stati sin dagli esordi. Ottenuto il successo più grande della loro carriera con il primo LP non promozionato da un tour, dopo dieci anni passati suonando in ogni sperduto buco d’America, Stipe e soci diedero alle stampe un secondo album cui non fecero seguito che interviste e un concerto, per pochi intimi e per Greenpeace, al 40 Watt Club di Athens (i pochi intimi diverranno migliaia quando la scaletta di quello spettacolo comparirà, uno spezzone dopo l’altro, sui primi quattro mini CD tratti da “Monster”). Un comportamento inusuale per uno dei complessi rock più popolari a ogni latitudine. Ciò nonostante “Automatic For The People” venderà, nei soli Stati Uniti, due milioni e mezzo di copie, una cifra distante dagli oltre quattro milioni totalizzati dal predecessore ma nondimeno prodigiosa se si tiene conto della sua uscita in sordina e del fatto che non offre alcuna Losing My Religion né, men che mai, una Shiny Happy People.

È questo il capitolo più ombroso e desolato del Grande Romanzo Americano scritto dalla banda Stipe. I Nostri, entrati in studio con l’idea di confezionare un LP di rock’n’roll, si ritrovarono, alla fine di una lunga peregrinazione fra studi situati ai quattro angoli degli Stati Uniti, con in mano un disco prevalentemente acustico, con pochissimi brani uptempo e uno solo, Ignoreland, accostabile al rock da arena di “Green”. Se la limpidezza delle melodie induce a parlare ancora di pop è però un pop aristocratico quello di “Automatic For The People”. Lo si può tranquillamente dire cameristico ed è certamente, spesso e volentieri, funereo. La tristezza che lo impregna, unita a una concatenazione di circostanze che a tanti parvero avere l’evidenza di prove, generò uno dei più macabri equivoci della storia della moderna musica popolare, dopo la presunta morte di Paul McCartney e la sua sostituzione con un sosia da parte dei Beatles superstiti, di cui tanto si chiacchierò all’altezza dell’uscita di “Abbey Road”.

“Automatic For The People” è un capolavoro ossessionato dall’incombere della Grande Livellatrice, da Try Not To Breathe, il cui testo allude in maniera alquanto esplicita a Jack Kevorkian, noto come Dottor Morte per le sue battaglie in favore dell’eutanasia, all’omaggio a Andy Kaufman, un comico americano passato giovane a miglior vita che Stipe annovera fra i suoi eroi, di Man On The Moon. Il protagonista di Sweetness Follows si appresta a seppellire i genitori. Monty Got A Raw Deal è incentrata sulla figura di Montgomery Clift, un attore hollywoodiano anch’egli scomparso prematuramente, oggetto di culto pure per i Clash che alla sua memoria avevano dedicato, su “London Calling”, The Right Profile. Unite a ciò il fatto che per la seconda volta i R.E.M. non fecero seguire la pubblicazione di un LP da un tour; che Michael Stipe si astenne persino dal concedere interviste, lasciando tale incombenza a Buck e a Mills; che in foto e video la sua magrezza rasentava la macilenza; che il suo attivismo a favore dei malati di AIDS era da tempo sotto gli occhi di tutti; che sui suoi gusti in materia di sesso si è sempre ricamato. Comprenderete allora come fu possibile che le voci che lo davano sieropositivo se non moribondo acquistassero una credibilità che l’anonimato delle fonti non giustificava e rimbalzassero sulla stampa mondiale con grande risalto. Scioccato per l’accaduto da un lato e dall’altro lusingato dall’idea che tanti si preoccupassero della sua salute, e ritenendo che anche certi articoli sensazionalistici su di lui potessero contribuire ad accrescere la consapevolezza del problema AIDS, Stipe attenderà due anni prima di smentire, in un’intervista pubblicata da “Rolling Stone”, la sua sieropositività.

La chitarra arpeggiata, il basso morbido, le voci trattate con l’eco e gli archi discreti che disegnano l’inizio di Drive definiscono da subito il tono dell’album. Il ritornello suona come una disincantata replica al giovanilismo di Rock On, un successo di David Essex che è rimasto popolare negli anni fra gli adolescenti americani. Procedendo il brano si fa più corposo, la chitarra elettrica diventa pungente, gli archi (arrangiati dal Led Zeppelin John Paul Jones, responsabile pure delle orchestrazioni di The Sidewinder Sleeps Tonite, Everybody Hurts e Nightswimming) melò ma (ci venga perdonato l’ossimoro) con buon gusto. Try Not To Breathe è un folk-rock che corteggia la retorica senza divenirne succube. I controcanti di Mills, la voce filtrata, un po’ metallica, sono indimenticabili. Un solenne accordo d’organo vi appone la parola “fine”. C’è poi il primo sprazzo di sereno nel crepuscolo di “Automatic For The People”. The Sidewinder Sleeps Tonite ruba la melodia iniziale a The Lion Sleeps Tonight, canzoncina sovente eseguita dal vivo dai Georgiani e molto amata anche da Brian Eno, e si dispiega quindi, guidata da un organo carico di swing, allegra nei suoni e scherzosa nel testo. Tutt’altra atmosfera si respira in Everybody Hurts, una commossa ballata che asciutte terzine di piano conducono al climax stabilito dall’entrata al proscenio degli archi, immediatamente doppiati dall’elettrica. Il clima permane cupo pure in New Orleans Instrumental No. 1, che nulla ha della solarità di Crescent City, e in Sweetness Follows.

La seconda metà del lavoro è giocata su toni appena più lievi, è più spesso romantica che depressa e offre sprazzi di ironia e, dopo il ritornello dal gusto di minuetto di Monty Got A Raw Deal, l’unico momento di furore rockista di “Automatic”, la violenta tirata antirepubblicana di Ignoreland (che è anche il solo brano esplicitamente politico dell’intero LP). Star Me Kitten scivola su un organo minimale e una melodia tanto simile a quella di I’m Not In Love dei 10CC da sfiorare il plagio. Man On The Moon ha un ritornello a presa istantanea e un tempo quasi da calypso. Il dittico Nightswimmming/Find The River, infine, suggella “Automatic For The People” ribadendone la centralità in qualunque seria analisi critica sull’opera della formazione di Athens. La sobria orchestrazione della prima e il countreggiare di scuola Fred Neil della seconda infliggono ferite che lasciano cicatrici dolorose e bellissime.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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3 commenti

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3 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (10): Automatic For The People

  1. paolo stradi

    Capolavoro, senza dubbio…c’è per favore qualche anima buona che sa dirmi cos’ è quel “coso” in copertina?

  2. el murro

    “The photograph on the front cover shows a star ornament that was part of the sign for the Sinbad Motel on Biscayne Boulevard in Miami, near Criteria Studios, where the bulk of the album was recorded. The motel is still there, but the star is not. The slanted support where it was once attached is still present, however”

    (courtesy of Wikipedia)

  3. Sonica

    If you’re on your own in this life, the days and nights are long,
    When you think you’ve had too much of this life to hang on
    Well, everybody hurts sometimes,
    Everybody cries. And everybody hurts sometimes

    Accompagnata da un video intenso, indimenticabile. Lacrimuccia

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