Continuavano a chiamarlo Trinità: il genio uno e bino di Brian Auger

È passato qualche giorno fa dalle nostre parti, per una singola data torinese cui purtroppo non ho potuto presenziare, il grande Brian Auger, maestro di Hammond come pochi ve ne sono stati e nel rock forse nessun altro. Baldo settantatreenne che non si è ancora stancato di suonare in giro per il mondo, né di fare dischi e difatti la sua ultima fatica in studio è faccenda dello scorso agosto. Un paio di volte mi è capitato di scrivere abbastanza estesamente di costui, la prima per “Rumore” nel decennio che fu anche di quell’acid jazz di cui certamente va annoverato fra i padri.

Non vi è storia del rock che non si soffermi su quanto accadde al “Newport Folk Festival” il 25 luglio 1965. Bob Dylan, presentatosi alla ribalta con la sezione ritmica della Paul Butterfield Blues Band e con una strumentazione elettrica, venne contestato dal pubblico e lasciò il palco dopo sole quattro canzoni. Qualcosa di simile accadrà a Brian Auger nel ’68, quando salve di fischi saluteranno la sua apparizione al Berlin Jazz Festival. Ma Auger non si fece intimidire: dialogò con la platea e dopo che a parole la conquistò con il suo Hammond B3. Non paia delitto di lesa maiestatis nei confronti di Dylan l’accostare i due episodi, poiché per i jazzofili il “tradimento” di Auger fu altrettanto scioccante di quello di Zimmie per gli integralisti del folk. Soprattutto, perché ha avuto conseguenze appena meno rilevanti. Si sta parlando, insomma, di uno dei momenti di svolta della musica di questo secolo.

Dopo un decennio, gli ’80, in cui sembrava destinato all’oblio, Brian Auger sta godendosi un ritorno di popolarità tanto più gradito perché inatteso. Ancora nel 1994 girava con Eric Burdon, proponendo a un pubblico di nostalgici un malinconico jukebox del tempo che fu. Il repertorio è rimasto quello e sarebbe illogico attendersi da Auger, che ha cinquantotto anni ed è sulle scene da trentasette, nulla più che il mantenimento di un profilo dignitoso. A essere cambiata è la platea, fatta ora di giovani che, a furia di sentirlo citare da gente come i Beastie Boys o i Brand New Heavies, incuriositi gli si sono accostati. Nel luglio 1995 Brian Auger è stato uno dei protagonisti del “Phoenix Festival”, accompagnato da una formazione che comprendeva, oltre al figlio Karma alla batteria, Matt Deighton e Neil Cocoron dei Mother Earth e Donald Gamble del gruppo di Jamiroquai. Gente che gli deve poco meno che tutto.

Contemporaneamente usciva, su Tongue & Groove, “Augerization”, raccolta succinta e succosa che faceva capolino nelle classifiche indipendenti britanniche. Nel 1996 ha visto la luce, auspice stavolta il gigante Polygram, il doppio “Best Of Brian Auger’s Oblivion Express”. Per l’autunno di quest’anno è prevista la pubblicazione di un altro doppio CD antologico, incentrato questo sui Trinity, e di un LP di remix in cui discepoli illustri di area acid jazz e trip-hop renderanno omaggio al maestro. Intanto, dopo che la One Way (leggesi Polygram) aveva provveduto alla bisogna per il mercato americano, la Flying sta ristampando per quello europeo il catalogo augeriano dal 1970 in avanti.

Stati Uniti ed Europa continentale, Italia in particolare: là Auger raccolse un successo dopo l’altro con gli Oblivion Express; qui, in precedenza, venne accolta a braccia aperte l’esperienza Trinity e il seguito dei fedelissimi si è sempre mantenuto cospicuo. In patria Auger fu profeta soltanto agli inizi di carriera. Era il 1960 quando lasciò l’impiego di tipografo per tentare la carta del professionismo in musica. Aveva già ottenuto, diciannovenne, una scrittura importante, al Cottage Club. Da lì al ’63 altri ingaggi seguirono nei più prestigiosi locali jazz di Londra, il Ronnie Scott, il Flamingo, il Marquee. Nel referendum di inizio 1964, “Melody Maker” lo proclamò migliore pianista jazz in circolazione. Clamorosamente in ritardo sugli eventi.

Ha raccontato qualche tempo fa a “Fly! Music Magazine” il Nostro: “Vivevo a Sheperd’s Bush e il mio negozio di musica locale era W.G Stores. Qualunque cosa suonassero si sentiva anche da fuori. Un giorno stavo passando lì davanti e sentii questi suoni stupefacenti. Inutile dire che mi precipitai dentro e acquistai subito il disco”. I suoni stupefacenti erano quelli dell’Hammond di Jimmy Smith, il migliore organista jazz di sempre. Qualche tempo dopo a Auger venne chiesto di sostituire Georgie Fame, malato, al Flamingo. Solo quando si presentò scoprì che non c’era pianoforte e avrebbe dovuto suonare un organo elettrico. Come era accaduto per lo stesso Jimmy Smith, il suo passaggio da uno strumento all’altro fu dunque tanto casuale quanto provvidenziale. Provvidenziale fu anche che ciò avvenne in corrispondenza con il divampare della passione del giovanotto per due grandi iconoclasti del jazz quali John Coltrane e Miles Davis e con la fioritura culturale della Londra in ginocchio davanti ai Beatles, agli Stones e al blues revival.

In “The First Supergroup”, raccolta di demo datati 1965 che è l’unica testimonianza rimastaci degli Steampacket, l’Hammond di Auger è grezzo e swingante e si amalgama meravigliosamente con le voci roche di Long John Baldry e di Rod Stewart e con quella gospel, ma capace di delicatezze folk, di Julie Driscoll. I quattro brani in cui è costei a cantare furono l’inizio di un sodalizio artistico incostante ma fruttuoso.

Già nel ’60 la band che accompagnava Auger si era battezzata Trinity. Fu in realtà sempre un gruppo in cui la gente andava e veniva e non merita qui sprecare spazio elencando quelli che ci passarono (a parte, noblesse oblige, un imberbe John Mc Laughlin). Quel che preme sottolineare è che fu con l’arrivo della Driscoll che i Trinity saltarono definitivamente il fosso passando dal jazz a uno stile ibrido in cui convergevano jazz, funky, soul, gospel, rhythm & blues, folk, pop, beat e persino la tradizione del music hall inglese. Tale particolarissima miscela incontrò più fra il pubblico francese, tedesco e in special modo italiano che fra quello britannico. Sulla prima facciata di “Open”, esordio a 33 giri datato 1967 di Brian Auger & The Trinity & Julie Driscoll, Auger ringrazia i tanti fans nostrani esibendosi in italiano in Black Cat, graziosa canzonetta registrata dal vivo al Bang Bang di Milano. Non è ciò che rende imperdibile il disco: è per le interpretazioni che la Driscoll offre di Tramp di Lowell Fulsom e di Season Of The Witch di Donovan che vale la pena di mettere mano al portafoglio.

Del 1968 sono “Jools & Brian”, raccolta di 45 giri con in scaletta l’unico momento di gloria in patria di Auger (una versione di This Wheel’s On Fire di Dylan che scalò le classifiche fino al numero uno), e “Definitely What”, secondo vero album dei Trinity, orfani in tale occasione di Julie. Un’assenza che quasi non si sente e basti ciò a chiarire quanto sia stellare la performance offerta da Brian e soci (nemmeno una kitschissima rilettura di John Brown’s Body la sminuisce). È però il successivo di un anno “Streetnoise” il capolavoro che consegna i nostri eroi alla storia del pop. Di tutto e di più nelle sue quattro facciate: l’omaggio alla primavera di Praga, struggente fino alle lacrime, di Czechoslovakia e il travolgente gospel di Take Me To The Water, già di Nina Simone; un’incredibile rilettura in moviola di Light My Fire dei Doors e una versione di Indian Rope Man di Ritchie Havens che in 3’22” inventa il James Taylor Quartet e i Charlatans; una solenne When I Was Young che media jazz e folk e una All Blues, di Miles Davis, lisergicamente iridescente.

È uno di quei rari dischi che non stancano mai “Streetnoise”. Lo ascoltò molto, si dice, Miles Davis, subito prima di porre mano all’epocale “Bitches Brew”. Offesi come siamo tuttora dalla memoria di troppa paccottiglia fusion venuta dietro ai Weather Report e ai Return To Forever, abbiamo smarrito la memoria storica di quanto fu elettrizzante l’incontro fra jazz e rock inscenato da LP come i due di cui sopra. È tempo di recuperarla.

Gli album successivi di Auger hanno una cattiva fama assolutamente immeritata. I puristi del jazz, che non avevano apprezzato neppure “Streetnoise”, li stroncarono prendendo proprio quell’irripetibile disco a pietra di paragone. I critici rock avranno sempre difficoltà a confrontarsi con un musicista che negli Stati Uniti attirava platee per metà nere. Alla faccia loro “Befour”, quarto e ultimo 33 giri dei Trinity, di nuovo senza la Driscoll, è un buon disco con echi di Traffic e giusto un paio di tocchi alla Nice (Pavane e Adagio per archi e organo) che infastidiscono. Anche meglio sono i primi tre LP a nome Oblivion Express, l’omonimo e “A Better Land”, del ’71, e “Second Wind” del ’72. Fra Davis, il migliore Santana e influenze hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo.

È da “Closer To It!” in avanti che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni album riserverà ancora qualche gemma. E Auger non diventerà mai, bontà sua, un George Benson bianco. Nel 1978 “Encore” rimetterà in scena il sodalizio con la Driscoll, ora Julie Tippett: con decoro.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.64, maggio 1997.

4 commenti

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4 risposte a “Continuavano a chiamarlo Trinità: il genio uno e bino di Brian Auger

  1. Ricordo con ancora adesso molteplici incubi quando dovetti, con altri tre volenterosi pazzi, portare su e giù il pesantissimo Hammond di Auger dalla ripida e strettissima scalinata del FolkClub a Torino. Pesava quasi 200 kg, una roba impressionante. Il concerto fu grande, ma la cosa che più mi rimase fu quella folle fatica…

  2. gino

    sei sicuro che gatto nero sia una registrazione live?

    • Adesso ho in casa “Open” (la ristampa in CD Sanctuary del 2004), dove in effetti “Black Cat” è in studio e in inglese. All’epoca in cui scrissi questo articolo non avevo il disco e quindi me lo feci prestare da un amico collezionista e lo registrai su cassetta. Evidentemente era una copia su Ricordi, perché lì “Black Cat” diventa “Gatto nero” ed è dal vivo (non ho il nastro a portata di mano per verificare ma te la do sicura al 99%). Quindi, ecco, nell’articolo in effetti c’è un errore ma anche no. Visto questo scambio, non sto a correggere o precisare.

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