Archivi del mese: ottobre 2012

Non si esce vivi dagli anni ’80 (36)

Lo scorso luglio riprendevo un articolo da me dedicato ai Go-Betweens nell’ottobre 2000, quando il sodalizio artistico e umano fra Robert Forster e Grant McLennan si era appena riformato. Non era la prima volta che mi occupavo in lungo, e sempre per “Il Mucchio”, di questi magnifici Australiani, che inventarono gli Smiths ma sfortunatamente si dimenticarono di registrare il brevetto.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (15)

The Specials – Maggie’s Farm (lato B di Do Nothing, 2 Tone, 1980)

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (16)

Sam Cooke – Blowin’ In The Wind (da “Sam Cooke At The Copa”, RCA Victor, 1964)

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R.E.M. 1982-1996 (10): Automatic For The People

Drive. Try Not To Breathe. The Sidewinder Sleeps Tonite. Everybody Hurts. New Orleans Instrumental No. 1. Sweetness Follows. Monty Got A Raw Deal. Ignoreland. Star Me Kitten. Man On The Moon. Nightswimming. Find The River.

Warner Bros, ottobre 1992 – Registrato presso il Bearsville Studio di New York, i Criteria Recording Studios di Miami, il John Keane Studio di Athens, il Kingsway Studio di New Orleans e i Bosstown Recording Studios di Atlanta, e mixato al Bad Animals di Seattle, nella primavera del 1992 – Tecnico del suono: Clif Norrell – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Ove due anni e mezzo erano trascorsi dalla pubblicazione di “Green” all’uscita di “Out Of Time”, diciannove mesi separano quest’ultimo dal suo successore. Considerato che i Georgiani erano stati quasi un anno in tour per promuovere “Green”, i conti tornano. La cadenza delle uscite stava rallentando, come è normale per i gruppi con una carriera decennale alle spalle e un successo consolidato, ma nemmeno molto. I R.E.M. non erano più, per citare una definizione di James Brown, “the hardest working men in showbiz” ma esibivano ancora un’urgenza espressiva rara in musicisti dal curriculum tanto corposo. Fuori dal comune, del resto, lo erano stati sin dagli esordi. Ottenuto il successo più grande della loro carriera con il primo LP non promozionato da un tour, dopo dieci anni passati suonando in ogni sperduto buco d’America, Stipe e soci diedero alle stampe un secondo album cui non fecero seguito che interviste e un concerto, per pochi intimi e per Greenpeace, al 40 Watt Club di Athens (i pochi intimi diverranno migliaia quando la scaletta di quello spettacolo comparirà, uno spezzone dopo l’altro, sui primi quattro mini CD tratti da “Monster”). Un comportamento inusuale per uno dei complessi rock più popolari a ogni latitudine. Ciò nonostante “Automatic For The People” venderà, nei soli Stati Uniti, due milioni e mezzo di copie, una cifra distante dagli oltre quattro milioni totalizzati dal predecessore ma nondimeno prodigiosa se si tiene conto della sua uscita in sordina e del fatto che non offre alcuna Losing My Religion né, men che mai, una Shiny Happy People.

È questo il capitolo più ombroso e desolato del Grande Romanzo Americano scritto dalla banda Stipe. I Nostri, entrati in studio con l’idea di confezionare un LP di rock’n’roll, si ritrovarono, alla fine di una lunga peregrinazione fra studi situati ai quattro angoli degli Stati Uniti, con in mano un disco prevalentemente acustico, con pochissimi brani uptempo e uno solo, Ignoreland, accostabile al rock da arena di “Green”. Se la limpidezza delle melodie induce a parlare ancora di pop è però un pop aristocratico quello di “Automatic For The People”. Lo si può tranquillamente dire cameristico ed è certamente, spesso e volentieri, funereo. La tristezza che lo impregna, unita a una concatenazione di circostanze che a tanti parvero avere l’evidenza di prove, generò uno dei più macabri equivoci della storia della moderna musica popolare, dopo la presunta morte di Paul McCartney e la sua sostituzione con un sosia da parte dei Beatles superstiti, di cui tanto si chiacchierò all’altezza dell’uscita di “Abbey Road”.

“Automatic For The People” è un capolavoro ossessionato dall’incombere della Grande Livellatrice, da Try Not To Breathe, il cui testo allude in maniera alquanto esplicita a Jack Kevorkian, noto come Dottor Morte per le sue battaglie in favore dell’eutanasia, all’omaggio a Andy Kaufman, un comico americano passato giovane a miglior vita che Stipe annovera fra i suoi eroi, di Man On The Moon. Il protagonista di Sweetness Follows si appresta a seppellire i genitori. Monty Got A Raw Deal è incentrata sulla figura di Montgomery Clift, un attore hollywoodiano anch’egli scomparso prematuramente, oggetto di culto pure per i Clash che alla sua memoria avevano dedicato, su “London Calling”, The Right Profile. Unite a ciò il fatto che per la seconda volta i R.E.M. non fecero seguire la pubblicazione di un LP da un tour; che Michael Stipe si astenne persino dal concedere interviste, lasciando tale incombenza a Buck e a Mills; che in foto e video la sua magrezza rasentava la macilenza; che il suo attivismo a favore dei malati di AIDS era da tempo sotto gli occhi di tutti; che sui suoi gusti in materia di sesso si è sempre ricamato. Comprenderete allora come fu possibile che le voci che lo davano sieropositivo se non moribondo acquistassero una credibilità che l’anonimato delle fonti non giustificava e rimbalzassero sulla stampa mondiale con grande risalto. Scioccato per l’accaduto da un lato e dall’altro lusingato dall’idea che tanti si preoccupassero della sua salute, e ritenendo che anche certi articoli sensazionalistici su di lui potessero contribuire ad accrescere la consapevolezza del problema AIDS, Stipe attenderà due anni prima di smentire, in un’intervista pubblicata da “Rolling Stone”, la sua sieropositività.

La chitarra arpeggiata, il basso morbido, le voci trattate con l’eco e gli archi discreti che disegnano l’inizio di Drive definiscono da subito il tono dell’album. Il ritornello suona come una disincantata replica al giovanilismo di Rock On, un successo di David Essex che è rimasto popolare negli anni fra gli adolescenti americani. Procedendo il brano si fa più corposo, la chitarra elettrica diventa pungente, gli archi (arrangiati dal Led Zeppelin John Paul Jones, responsabile pure delle orchestrazioni di The Sidewinder Sleeps Tonite, Everybody Hurts e Nightswimming) melò ma (ci venga perdonato l’ossimoro) con buon gusto. Try Not To Breathe è un folk-rock che corteggia la retorica senza divenirne succube. I controcanti di Mills, la voce filtrata, un po’ metallica, sono indimenticabili. Un solenne accordo d’organo vi appone la parola “fine”. C’è poi il primo sprazzo di sereno nel crepuscolo di “Automatic For The People”. The Sidewinder Sleeps Tonite ruba la melodia iniziale a The Lion Sleeps Tonight, canzoncina sovente eseguita dal vivo dai Georgiani e molto amata anche da Brian Eno, e si dispiega quindi, guidata da un organo carico di swing, allegra nei suoni e scherzosa nel testo. Tutt’altra atmosfera si respira in Everybody Hurts, una commossa ballata che asciutte terzine di piano conducono al climax stabilito dall’entrata al proscenio degli archi, immediatamente doppiati dall’elettrica. Il clima permane cupo pure in New Orleans Instrumental No. 1, che nulla ha della solarità di Crescent City, e in Sweetness Follows.

La seconda metà del lavoro è giocata su toni appena più lievi, è più spesso romantica che depressa e offre sprazzi di ironia e, dopo il ritornello dal gusto di minuetto di Monty Got A Raw Deal, l’unico momento di furore rockista di “Automatic”, la violenta tirata antirepubblicana di Ignoreland (che è anche il solo brano esplicitamente politico dell’intero LP). Star Me Kitten scivola su un organo minimale e una melodia tanto simile a quella di I’m Not In Love dei 10CC da sfiorare il plagio. Man On The Moon ha un ritornello a presa istantanea e un tempo quasi da calypso. Il dittico Nightswimmming/Find The River, infine, suggella “Automatic For The People” ribadendone la centralità in qualunque seria analisi critica sull’opera della formazione di Athens. La sobria orchestrazione della prima e il countreggiare di scuola Fred Neil della seconda infliggono ferite che lasciano cicatrici dolorose e bellissime.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (17)

Esther Phillips – Tonight I’ll Be Staying Here With You (lato A di un singolo, Roulette, 1969)

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Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! (Constellation)

Un dodici anni or sono – era da poco uscito “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven”, secondo e a oggi ancora il più voluminoso dei quattro album del collettivo di Montreal – in un breve articolo per “Il Mucchio” osservavo che “con i Godspeed You Black Emperor quel luogo comune che recita che scrivere di musica è come danzare di architettura si rivela fin troppo azzeccato”. E qualche riga dopo aggiungevo che “affinché un loro album si sedimenti nella memoria è necessario un numero di ascolti da altri tempi, di quando uscivano molti meno dischi e li si poteva imparare per bene… di quando si poteva fermare per un po’ il mondo e scendere”. Vale ancora e più che mai per un lavoro che pure, per gli standard della numerosa congrega, è succinto: quattro tracce, cinquantatré minuti. Lavoro atteso ma inatteso. Per un verso ce lo aspettavamo un disco nuovo dopo che nel 2010 i Canadesi erano tornati a suonare dal vivo, interrompendo un silenzio di sette anni, e nel 2011 avevano reso non estemporanea la rimpatriata con un tour nordamericano e uno europeo. Per un altro l’annuncio dell’uscita di “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” con appena due settimane di preavviso sul suo materializzarsi nei negozi (da culto quanto di scomoda fruizione un’edizione limitata in vinile nell’inconsueto formato 12” + 7”) ha colto di sorpresa. A casa mia l’album gira da una settimana e avrà girato quella decina di volte. Mi sa il minimo indispensabile per cominciare appena a orientarvisi. In questo i Godspeed You! Black Emperor, ribadisco, non sono cambiati. Sotto altri aspetti a me sembra che sì.

Per essere costituito formalmente per metà e in pratica per quattro quinti da materiali che, a quanto pare, già facevano capolino nei concerti nel 2003, “’Allelujah!” è latore di novità non marginali. Non di uno stile nuovo di zecca per i Nostri ma quasi. Mi cito ancora, permettete? Li raccontavo come “un crocicchio su cui convergono i Pink Floyd di ‘Ummagumma’ (…), i Popol Vuh, l’Ennio Morricone  western e l’ultimo John Fahey (…)”, con in coda “dei King Crimson americanizzati, i dimenticati e immani Savage Republic (…), l’Angelo Badalamenti che musicò Twin Peaks e certi Rachel’s”. Allora “folk americano in versione progressiva, conscio dell’avanguardia contemporanea e viziosamente propenso allo schizzo di vetriolo quando il sentimento tende all’accorato”, oggi i Godspeed You! Black Emperor si porgono invertendo le proporzioni fra l’abrasivo e il filmico, ogni equilibrio stravolto. Ai Pink Floyd o a Twin Peaks non ti viene più da pensare e alla trance californiana spesso. Se i King Crimson ci sono ancora sono sempre e comunque i più urticanti e addirittura, dalle maglie di Their Helicopters’  Sing, interludio di sei minuti e mezzo fra i due brani portanti, fanno capolino i Sunn O))). Laddove la spettrale Strung Like Lights At Thee Printemps Erable, che suggella l’opera con altri 6’30”, più che Morricone richiama alla memoria degli Scorn al netto del dub. I rimanenti due pezzi durano, almeno in questo nel solco della tradizione GYBE, quei venti minuti cadauno.

Non ricordo di avere sentito qualcosa di paragonabile all’iniziale Mladic quest’anno, in questo decennio, in questo inizio di secolo, se non dagli Swans monumentali e terrificanti di “Seer”. Apertura mediorientaleggiante, il brano monta, si gonfia e si velocizza gradualmente, chitarre sopra chitarre, archi sopra archi, percussioni tonitruanti a legare e spingere fino a un ferale e ferino fortissimo. Alì Glenn Branca e i suoi quaranta chitarroni alla testa dei Killing Joke primevi, se riuscite a immaginarvelo. A momenti pacificata al confronto una We Drift Like Worried Fire (significativo titolo di lavorazione: Gamelan) che si dispiega con passo e piglio da suite appoggiandosi a una melodia folk iterata a mo’ di mantra. Philip Glass che dirige Stravinsky deformandone le partiture fino a renderle suonabili da un’orchestrina mista Neu!/Einsturzende Neubauten/Tortoise del bel tempo post-rock che fu. Ascensione/deflagrazione/dissolvimento che si nega facendosi palingenetico.

Allora: album dell’anno? Fatemelo ascoltare ancora quella decina di volte e vi dirò.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (18)

The Waterboys – Girl From The North Country (dalla “Collector’s Edition” di “Fisherman’s Blues”, EMI, 2006; registrazione originale del 1988)

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