Archivi del mese: ottobre 2012

Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (17)

Esther Phillips – Tonight I’ll Be Staying Here With You (lato A di un singolo, Roulette, 1969)

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Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! (Constellation)

Un dodici anni or sono – era da poco uscito “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven”, secondo e a oggi ancora il più voluminoso dei quattro album del collettivo di Montreal – in un breve articolo per “Il Mucchio” osservavo che “con i Godspeed You Black Emperor quel luogo comune che recita che scrivere di musica è come danzare di architettura si rivela fin troppo azzeccato”. E qualche riga dopo aggiungevo che “affinché un loro album si sedimenti nella memoria è necessario un numero di ascolti da altri tempi, di quando uscivano molti meno dischi e li si poteva imparare per bene… di quando si poteva fermare per un po’ il mondo e scendere”. Vale ancora e più che mai per un lavoro che pure, per gli standard della numerosa congrega, è succinto: quattro tracce, cinquantatré minuti. Lavoro atteso ma inatteso. Per un verso ce lo aspettavamo un disco nuovo dopo che nel 2010 i Canadesi erano tornati a suonare dal vivo, interrompendo un silenzio di sette anni, e nel 2011 avevano reso non estemporanea la rimpatriata con un tour nordamericano e uno europeo. Per un altro l’annuncio dell’uscita di “’Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” con appena due settimane di preavviso sul suo materializzarsi nei negozi (da culto quanto di scomoda fruizione un’edizione limitata in vinile nell’inconsueto formato 12” + 7”) ha colto di sorpresa. A casa mia l’album gira da una settimana e avrà girato quella decina di volte. Mi sa il minimo indispensabile per cominciare appena a orientarvisi. In questo i Godspeed You! Black Emperor, ribadisco, non sono cambiati. Sotto altri aspetti a me sembra che sì.

Per essere costituito formalmente per metà e in pratica per quattro quinti da materiali che, a quanto pare, già facevano capolino nei concerti nel 2003, “’Allelujah!” è latore di novità non marginali. Non di uno stile nuovo di zecca per i Nostri ma quasi. Mi cito ancora, permettete? Li raccontavo come “un crocicchio su cui convergono i Pink Floyd di ‘Ummagumma’ (…), i Popol Vuh, l’Ennio Morricone  western e l’ultimo John Fahey (…)”, con in coda “dei King Crimson americanizzati, i dimenticati e immani Savage Republic (…), l’Angelo Badalamenti che musicò Twin Peaks e certi Rachel’s”. Allora “folk americano in versione progressiva, conscio dell’avanguardia contemporanea e viziosamente propenso allo schizzo di vetriolo quando il sentimento tende all’accorato”, oggi i Godspeed You! Black Emperor si porgono invertendo le proporzioni fra l’abrasivo e il filmico, ogni equilibrio stravolto. Ai Pink Floyd o a Twin Peaks non ti viene più da pensare e alla trance californiana spesso. Se i King Crimson ci sono ancora sono sempre e comunque i più urticanti e addirittura, dalle maglie di Their Helicopters’  Sing, interludio di sei minuti e mezzo fra i due brani portanti, fanno capolino i Sunn O))). Laddove la spettrale Strung Like Lights At Thee Printemps Erable, che suggella l’opera con altri 6’30”, più che Morricone richiama alla memoria degli Scorn al netto del dub. I rimanenti due pezzi durano, almeno in questo nel solco della tradizione GYBE, quei venti minuti cadauno.

Non ricordo di avere sentito qualcosa di paragonabile all’iniziale Mladic quest’anno, in questo decennio, in questo inizio di secolo, se non dagli Swans monumentali e terrificanti di “Seer”. Apertura mediorientaleggiante, il brano monta, si gonfia e si velocizza gradualmente, chitarre sopra chitarre, archi sopra archi, percussioni tonitruanti a legare e spingere fino a un ferale e ferino fortissimo. Alì Glenn Branca e i suoi quaranta chitarroni alla testa dei Killing Joke primevi, se riuscite a immaginarvelo. A momenti pacificata al confronto una We Drift Like Worried Fire (significativo titolo di lavorazione: Gamelan) che si dispiega con passo e piglio da suite appoggiandosi a una melodia folk iterata a mo’ di mantra. Philip Glass che dirige Stravinsky deformandone le partiture fino a renderle suonabili da un’orchestrina mista Neu!/Einsturzende Neubauten/Tortoise del bel tempo post-rock che fu. Ascensione/deflagrazione/dissolvimento che si nega facendosi palingenetico.

Allora: album dell’anno? Fatemelo ascoltare ancora quella decina di volte e vi dirò.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (18)

The Waterboys – Girl From The North Country (dalla “Collector’s Edition” di “Fisherman’s Blues”, EMI, 2006; registrazione originale del 1988)

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E anche questa mi sembrava di averla già sentita

Matthew E. White – Will You Love Me (da “Big Inner”, Hometapes/Spacebomb, 2012)

Joe South – Games People Play (da “Games People Play”, Capitol, 1969)

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (19)

Patti Smith – Changing Of The Guards (da “Twelve”, Columbia, 2007)

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Tame Impala – Lonerism (Modular Recordings)

Sfilano dodici canzoni nel secondo album degli australiani Tame Impala (restano dodici anche nel caso vi compriate la versione “Deluxe” che aggiunge un CD e cinque tracce; tutte però variazioni – anche brillanti – su temi già esposti), ma due basteranno e avanzeranno a rendere la creatura di Kevin Parker strafamosa, ben oltre i circoli underground nei quali ha finora spopolato. E – si sa – continua a esserci una bella differenza fra l’essere primi nelle classifiche indipendenti e l’esserlo in quelle ufficiali. La prima è Feels Like We Only Go Backwards, che già si sta sentendo ovunque, e che sono gli Oasis alle prese con la Electric Light Orchestra che provava a emulare i Beatles partendo da I Am The Walrus. La seconda è Elephant, che è una sorta di On The Road Again suonata come avrebbero potuto farlo i Nazz (orecchio, sul secondo dischetto, al remix proprio di Todd Rundgren: squisito) se fossero stati i Can. Nel caso incredibilmente non fossero sufficienti a rendere l’autore multimilionario, a completare l’opera potrebbe provvedere Mind Mischief: di nuovo gli Oasis (che prima di diventare una caricatura erano un signor – o almeno un signorino – gruppo: ricordiamocene) che, sanamente fatti di LSD in luogo che di gin & tonic, si azzardano a pasticciare il loro pezzo preferito dei Fab Four, Tomorrow Never Knows. In un disco ossessionato nei suoi momenti di punta dai Beatles psichedelici (più zona “Rubber Soul”/”Revolver” che non “Sgt. Pepper’s”) il mio brano preferito è però l’ultimo, Sun’s Coming Up, che con il suo mischiare dolcezza e malinconia sfumando cigolii di piano in ondeggianti torpori chitarristici a loro volta risucchiati da un borbogliante, indistinto nirvana sonico, sa più di Lennon in libera uscita, voglioso di sperimentare come Yoko ma al netto degli spigoli. Ecco, sono quattro canzoni clamorose quelle che vi ho raccontato. E come faccio adesso a spiegarvi che in fondo in fondo, e lo dico dopo innumerevoli ascolti, mi era piaciuto di più “Innerspeaker”? Che “Lonerism” punta deciso una direzione che potrebbe portare al disastro?

Uno dice: mai fidarsi di chi come unica influenza dichiarata esplicitamente sbandiera i Supertramp – da queste parti ancora e sempre il Male Assoluto (“Genesis for Canadians”, “prog for dummies”, per citare un paio di celebri definizioni di una delle band più da orchite che sciaguratamente si ricordino). E d’accordo che da ‘ggiovane pure Billy Corgan ascoltava gruppi un po’… così e ciò non gli ha impedito di regalarsi e regalarci un “Gish”, un “Siamese Dream”, un “Mellon Collie”, ma avete presente poi che fine ha fatto? Ecco, non fosse che con i suoi cinquantuno minuti dell’edizione standard il disco non arriva manco alla metà della durata del mammuttesco predecessore, la tentazione di dire che Parker è come fosse passato direttamente da “Gish” a “Mellon Collie”, saltando una tappa, sarebbe forte. Ripensandoci, ha forse saltato i primi due di passaggi e da “Mellon Collie” si è proiettato su “Adore”. Non che i chitarroni d’antan siano scomparsi, ma predominano nettamente le tastiere, i sintetizzatori. Laddove il debutto era del tutto immerso in una nebbiolina Sixties ora sembrano i ’70 (per carità, i primissimi) il decennio di riferimento, con tutto quello che ciò comporta. Tipo la propensione alla pomposità che insinuandosi nella pulsazione frenetica di Why Won’t They Talk To Me tarpa le ali alla sua slanciata innodia. Tipo il synth che prende in ostaggio Keep On Lying. Nondimeno poteva andarci parecchio peggio a leggere certe dichiarazioni dell’artefice massimo, pazzo per Kylie Minogue e temerariamente vagheggiante un declinare freakedelia eleggendo a modello… Britney Spears. E a quanto pare non scherzava.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (20)

Bryan Ferry – Positively Fourth Street (da “Dylanesque”, Virgin, 2007)

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (35)

A volte da giovani ci si entusiasma davvero per poco. Oggi gli Hard-Ons non li toccherei manco con un bastone. Dei Cosmic Psychos conservo ancora, al contrario, un buon ricordo.

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Tutto torna: Welcome Back To The Eighties Colours

Gli appassionati del rock italiano più underground (gli appassionati italiani del rock più underground) erano all’erta da un po’ e almeno alcuni di loro avranno già ascoltato la rivisitazione su Psych Out (distribuzione Audioglobe) freschissima di stampa di “Eighties Colours”, storica antologia che vedeva la luce su Electric Eye nel giurassico 1985. Anno zero e punto di partenza per tutta quella variopinta e ultrasotterranea scena che per poco più di un lustro propagandò nel Bel Paese il recupero di garage e psichedelia e che ultimamente è stata a sua volta fatta oggetto di rivalutazione, soprattutto a partire dalla pubblicazione nel 2010, per Coniglio Editore, di un bellissimo (tanto da sfogliare che da leggere) volume di Roberto Calabrò intitolato anch’esso Eighties Colours. Più modestamente nel 1998 Lodovico Ellena, già leader degli Effervescent Elephants si autoproduceva o all’incirca un libricino chiamato Storia della musica psichedelica italiana per il quale mi chiedeva un intervento. Contribuivo con il breve articolo a seguire. A quattordici anni di distanza devo dire che mi dissocio (troppa severità e un filo di snobbismo) da quell’Eddy Cilìa che si dissociava dall’Eddy Cilìa propagandista entusiasta, in tempo reale, della scena in questione. L’importante nella vita è essere coerenti, come ben sa chiunque abbia letto Lester Bangs.

L’ho ripresa in mano questa mattina per la prima volta dopo una vita, la mia copia di “Eighties Colours”, e i ricordi hanno cominciato a fluire, in un bianco e nero all’inizio virato blu come le foto sul retro di copertina, poi seppia come due macchie che la deturpano, il colore del tempo che incalza e devasta, anche sotto le pesanti buste di plastica trasparente che proteggono la mia collezione. Per un attimo ho avuto la tentazione di metterlo sul Thorens, ma ci ho subito ripensato. Mi sarebbe piaciuto oggi come mi piacque nel 1985? Sicuramente no. I miei gusti sono profondamente cambiati, plasmati dalle migliaia e migliaia di dischi ascoltati in questi tredici anni, e sebbene la psichedelia resti un grande amore (meno il garage) proprio perché ne ho sentita tantissima sono diventato un censore di implacabile severità. Con le conoscenze odierne certo sarei stato assai meno generoso di quanto fui nei miei scritti sui gruppi della neo-psichedelia italiana apparsi sulle pagine de “Il Mucchio Selvaggio” e, più tardi, di “Velvet”. Resta il fatto, però, che devo in parte le mie conoscenze all’impulso alla riscoperta degli anni ’60 di cui furono responsabili, con i loro coevi americani, australiani e scandinavi, proprio quei gruppi. Forse la loro musica non era granché ma me ne hanno fatta scoprire di bellissima, della qual cosa li ringrazio.

Tredici anni… Da un lato mi sembra ieri. Dall’altro, mi pare siano trascorse ere geologiche tanto il mondo, musicale e non, è cambiato nel frattempo. C’erano ancora il Muro, l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, il PC era una cosa esoterica per pochi eccentrici e la TV satellitare e Internet appartenevano alla fertile immaginazione di William Gibson molto più che alla realtà. Per quanto incredibile possa sembrare oggi, “Rockerilla” era leggibile. Un altro pianeta, davvero. Iniziata con la pubblicazione di “Eighties Colours”, la stagione della neo-psichedelia nostrana ebbe il suo crepuscolo (una roba dimessa, mica un glorioso Valhalla) nel 1991, con il contemporaneo esplodere delle posse da noi e del grunge ovunque. Da allora è stata notte fonda, con un cielo quasi sgombro di stelle.

Probabilmente lo si dice anche altrove in questo volume, ma ci tengo comunque a sottolinearlo: fra tutte le scene che hanno caratterizzato la storia del rock in Italia, quella Sixties-oriented dei tardi ’80 è stata la più carbonara. Sulle riviste se ne parlava tanto ma i dischi erano per la più parte tirati in mille copie e di rado le tirature andavano esaurite e si imponeva una ristampa (posso ragionevolmente supporre che solo Sick Rose e No Strange vendettero significativamente di più). Il pubblico era molto più esterofilo di oggi e un bel po’ diffidente. Non aiutò a placare questa diffidenza il fatto che due degli esponenti più noti della nostra stampa musicale si fossero improvvisati discografici e produttori senza rinunciare a essere giornalisti. Una posizione deontologicamente inaccettabile, anche se mi sento di dire a loro discolpa che oltre che dall’ego erano mossi da una passione genuina e dal desiderio sincero di aiutare i loro protetti. E poi, nessuno dei due ha mai guadagnato un centesimo: fra i tanti colori dell’italica neo-psichedelia, quello dei soldi fu sempre latitante. Gli unici a lucrarci qualcosa, da un po’ di tempo in qua, sono i mercanti di rarità vinilitiche.

La grande colpa di quella scena fu di essere troppo autoreferenziale. I suoi esponenti vivevano in un bizzarro universo parallelo in cui gli anni ’60 non erano mai finiti. Erano collezionisti di dischi che facevano dischi per collezionisti di dischi, ai quali per la massima parte di tali dischi non fregava niente. Da qui i modestissimi riscontri commerciali. La ricerca della perfezione stilistica prevaricava la voglia di comunicare. Non credo che fosse soltanto per ragioni di metrica che cantavano tutti in inglese ed escludo la casualità nel fatto che il solo a usare l’italiano, vale a dire Salvatore “No Strange” D’Urso, sia stato di gran lunga quello che ha venduto di più. È anche uno dei pochi a fare ancora musica. Chi altri? L’instancabile Elefante Effervescente Vico Ellena, Luca Re dei Sick Rose (oggi con i 99th Floor), l’ex-Peter Sellers & The Hollywood Party Ghittoni che ha cambiato genere (o forse no?) ed è più bravo che mai. Qualcun’altro, meno visibile. Di tanti non si è saputo più nulla e mi interrogo quanti fra i desaparecidos fossero veri appassionati ritiratisi a vita privata perché delusi dagli esiti delle loro carriere artistiche e quanti praticanti dello sport nazionale più diffuso dopo il calcio, la rincorsa delle mode.

Passo la maggior parte delle mie giornate in una stanza piena di dischi e CD. Siccome dentro un dato spazio più di tot materia non si può comprimere, e anche perché sono filosoficamente contrario a tenermi in casa cose mediocri, ho attuato nel corso degli anni repulisti di ferocia nazista. A codeste selezioni ha resistito un numero sorprendentemente alto di reperti di garage e psichedelia tricolori. Un po’ perché a taluni di essi sono affezionato e un po’ tanto perché trovavo sciocco svendere titoli che sapevo che in futuro sarebbero assurti a quotazioni più che rispettabili. Quando i commercianti suoneranno alla mia porta, per la maggioranza non dirò di no. Gli incedibili? Steeplejack e gli oscuri e meravigliosi Leanan Sidhe. I Knot Toulouse, dei quali conservo gelosamente persino i demo. Terrò di sicuro gli Eazycon e qualcosa di No Strange, Sick Rose, Effervescent Elephants, Magic Potion. Magari i Birdmen Of Alkatraz e i Difference di Paolo “Mixo” Damasio. Il resto è trattabile. Offerte consistenti per favore. Se qualcuno ha album dal vivo di Sun Ra su Saturn, i cambi sono benvenuti.

Pubblicato per la prima volta in  Storia della musica psichedelica italiana, di Lodovico Ellena, Menhir Libri, 1998.

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R.E.M. 1982-1996 (9): Out Of Time

Radio Song. Losing My Religion. Low. Near Wild Heaven. Endgame. Shiny Happy People. Belong. Half A World Away. Texarkana. Country Feedback. Me In Honey.

Warner Bros, marzo 1991 – Registrato presso i Bearsville Studios di New York, il John Keane Studio e i Soundscape Studios di Athens, e mixato presso i Paisley Park Studios di Minneapolis, fra il gennaio e il luglio del 1990 – Tecnici del suono: John Keane e Scott Litt – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Si è appena detto: “Green”, grande successo su scala planetaria, negli Stati Uniti raddoppiò le vendite di “Document”. Quest’ultimo aveva a sua volta moltiplicato per due il fatturato di “Lifes Rich Pageant”. Se questa crescita esponenziale di popolarità potesse continuare è una domanda che i dirigenti della Warner dovettero porsi durante i sei mesi (i Nostri se la presero comoda: in realtà le registrazioni durarono alcune settimane) nel corso dei quali i R.E.M. misero su nastro il successore di quel fortunato album. Se da un lato i discografici speravano che la ricaduta del tour di “Green” non si fosse esaurita, dall’altro sapere che a promuovere il nuovo LP sarebbero state tre settimane di interviste suscitava perplessità. Postisi il quesito di cui sopra non poterono dunque che rispondersi negativamente.

La fama dei R.E.M. di migliore spettacolo rock americano era stata costruita nel corso di dieci anni trascorsi per la maggior parte sulla strada e durante i quali lo scarno live act degli esordi – pochi faretti, Stipe attaccato all’asta del microfono e immobile, il resto del gruppo in classiche pose rock’n’roll alla Who – si era trasformato in una rappresentazione elaborata e dal notevole impatto visivo, con giochi di luci complessi, proiezioni di diapositive e di film e uno Stipe sempre più istrione. Senza peraltro che ciò facesse perdere in immediatezza e cadere nella prosopopea. La complessità via via maggiore delle partiture aveva indotto i Georgiani, per la prima volta, a cercare rinforzi per il tour di “Green” (il quinto uomo fu l’amico di sempre Peter Holsapple) e, facendo un parallelo con la storia dei Beatles, vi fu chi ipotizzò che la stanchezza di tanti anni di concerti unita alla crescente difficoltà di riprodurre su un palco i suoni dei dischi avrebbe portato a un abbandono delle scene definitivo. Non andò lontano dal vero: passerà un lustro prima che la banda Stipe insceni un altro tour mondiale. Ma, come già era accaduto per gli altri Fab Four, quelli per antonomasia, quelli di Liverpool, le vendite non furono per niente penalizzate da questo semiritiro.

Non avendo la capacità di predire il futuro (figurarsi! i più fra i discografici non sanno vedere il presente), alla vigilia dell’uscita di “Out Of Time” alla Warner solo gli ottimisti a oltranza speravano che si avvicinasse ai risultati commerciali del predecessore. Nessuno pensava che potesse superarli. Quanto a Stipe e soci di simili, volgari problemi non si (pre)occupavano. Come sempre. Ebbene: “Out Of Time” fu il loro primo album numero uno nelle classifiche USA, il primo a piazzare due 45 giri nei Top 10 (Losing My Religion e Shiny Happy People) e altri due (Near Wild Heaven e Radio Song) nelle posizioni di rincalzo, il primo (e unico finora) a conquistare quattro dischi di platino. Il doppio di “Green”. Come già era accaduto con “Document”, il successo capitalizzò rendite di posizione e premiò alcune canzoni particolarmente indovinate più che un LP impeccabile. A “Out Of Time” difettano la coesione del disco precedente, “Green”, e il pathos di quello che lo seguirà, “Automatic For The People”. La rilassatezza che caratterizzò le sedute di incisione traspare fin troppo all’ascolto. E per la prima e sola volta nella storia dei R.E.M. la copertina è francamente brutta. Sciatta. Ma la sua prima metà rasenta la perfezione. Sono venti minuti fra i più memorabili dati alle stampe dai Georgiani.

Il mondo sta collassando intorno alle mie orecchie”: con questa frase Stipe ci introduce in “Out Of Time”, “Fuori dal Tempo”. Parole che, in piena Guerra del Golfo, sembrarono invece singolarmente in sintonia con i tempi. È una chitarra vecchio stile a disegnare i primi secondi del brano, ma la ritmica ultrafunky e in special modo il travolgente organo, in bilico fra Jimmy Smith e Booker T & The MGs, che fanno subito irruzione risultano inattesi pure per un gruppo che degli azzardi stilistici non ha mai avuto paura. Presto entra in gioco una sezione d’archi e alla voce di Michael Stipe si contrappone e sovrappone quella, sardonica ed ecumenica insieme, di Kris Needs, meglio noto come KRS-1, rapper di Boogie Down Productions, una delle posse fondamentali dell’hip hop a cavallo fra gli anni ’80 e il corrente decennio. Radio Song risulta in effetti una canzone straordinariamente radiofonica (stupisce che fu solo il quarto dei singoli estratti dall’album), il che è alquanto ironico considerato che la contraddistingue una vena fortemente polemica nei confronti dei DJ americani. Appena il serrato rapping di KRS-1 sfuma, il proscenio è occupato dalla ritmica squadrata, dalla melodia tonda e liricissima e dal profluvio di archi (sintetici in questo caso) di Losing My Religion, che anticipò su 45 giri e mini CD “Out Of Time” e, anche per merito di un azzeccato video (se non abbiamo detto nulla della suggestiva filmografia dei Georgiani, in larga parte curata in prima persona da Stipe, è perché manca lo spazio per una trattazione che abbisognerebbe di un volume a parte), fu almeno al 50% responsabile del suo successo.

È opinione diffusa che sia questa la canzone migliore licenziata a tutt’oggi dai R.E.M. Per molti è uno dei brani simbolo dei primi anni ’90. Che fece epoca è indiscutibile.

Tanto Losing My Religion è barocca, tanto la successiva Low è austera. La canzone faceva parte da anni del repertorio live dei Nostri ma non era mai stata incisa perché non si riusciva a costruirle un arrangiamento soddisfacente. Pazienza e pervicacia premiarono. L’edizione consegnata ai posteri da “Out Of Time” è un capolavoro di equilibrio e sobrietà infinitamente superiore alle versioni precedenti, giunteci per tramite di registrazioni illegali. La voce di Stipe, sommessa e tristissima, si appoggia a un chiesastico bordone d’organo e a un rabbrividente ticchettare di percussioni. Archi funerei e un dolente clarinetto basso si inseriscono nella trama senza appesantirla. Inoltrarsi nella successiva Near Wild Heaven è come passare da una notte gelida alla più solare delle giornate: unite i Byrds più giocosi e i Beach Boys di Good Vibrations e questo otterrete, una canzonetta deliziosamente sciocca cui è impossibile dire di no. Stipe una volta tanto si defila e lascia la ribalta a Mike Mills. Endgame, serena e un pizzico leziosa, chiude il lato in tono minore.

Dopo il valzerone di Shiny Happy People, che il duetto fra Stipe e Kate Pierson dei B-52’s e un video che non si sa se dire demenziale o cinico portarono molto in alto nelle classifiche, e Belong, che è presa per mano da un basso memore di Walk On The Wild Side, il disco un po’ si spegne. Gli ultimi quattro brani sono non brutti (tutt’altro) ma già sentiti e hanno l’aria di avanzi di “Green”, versante bucolico. Half A World Away, in particolare, è una You Are The Everything parte seconda. Country Feedback (la più pregiata del lotto) è invece una Low meno solenne e altrettanto depressa. Peccati veniali di un lavoro che spedì quattro canzoni pop perfette in hit parade.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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