Archivi del mese: ottobre 2012

E anche questa mi sembrava di averla già sentita

Matthew E. White – Will You Love Me (da “Big Inner”, Hometapes/Spacebomb, 2012)

Joe South – Games People Play (da “Games People Play”, Capitol, 1969)

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (19)

Patti Smith – Changing Of The Guards (da “Twelve”, Columbia, 2007)

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Tame Impala – Lonerism (Modular Recordings)

Sfilano dodici canzoni nel secondo album degli australiani Tame Impala (restano dodici anche nel caso vi compriate la versione “Deluxe” che aggiunge un CD e cinque tracce; tutte però variazioni – anche brillanti – su temi già esposti), ma due basteranno e avanzeranno a rendere la creatura di Kevin Parker strafamosa, ben oltre i circoli underground nei quali ha finora spopolato. E – si sa – continua a esserci una bella differenza fra l’essere primi nelle classifiche indipendenti e l’esserlo in quelle ufficiali. La prima è Feels Like We Only Go Backwards, che già si sta sentendo ovunque, e che sono gli Oasis alle prese con la Electric Light Orchestra che provava a emulare i Beatles partendo da I Am The Walrus. La seconda è Elephant, che è una sorta di On The Road Again suonata come avrebbero potuto farlo i Nazz (orecchio, sul secondo dischetto, al remix proprio di Todd Rundgren: squisito) se fossero stati i Can. Nel caso incredibilmente non fossero sufficienti a rendere l’autore multimilionario, a completare l’opera potrebbe provvedere Mind Mischief: di nuovo gli Oasis (che prima di diventare una caricatura erano un signor – o almeno un signorino – gruppo: ricordiamocene) che, sanamente fatti di LSD in luogo che di gin & tonic, si azzardano a pasticciare il loro pezzo preferito dei Fab Four, Tomorrow Never Knows. In un disco ossessionato nei suoi momenti di punta dai Beatles psichedelici (più zona “Rubber Soul”/”Revolver” che non “Sgt. Pepper’s”) il mio brano preferito è però l’ultimo, Sun’s Coming Up, che con il suo mischiare dolcezza e malinconia sfumando cigolii di piano in ondeggianti torpori chitarristici a loro volta risucchiati da un borbogliante, indistinto nirvana sonico, sa più di Lennon in libera uscita, voglioso di sperimentare come Yoko ma al netto degli spigoli. Ecco, sono quattro canzoni clamorose quelle che vi ho raccontato. E come faccio adesso a spiegarvi che in fondo in fondo, e lo dico dopo innumerevoli ascolti, mi era piaciuto di più “Innerspeaker”? Che “Lonerism” punta deciso una direzione che potrebbe portare al disastro?

Uno dice: mai fidarsi di chi come unica influenza dichiarata esplicitamente sbandiera i Supertramp – da queste parti ancora e sempre il Male Assoluto (“Genesis for Canadians”, “prog for dummies”, per citare un paio di celebri definizioni di una delle band più da orchite che sciaguratamente si ricordino). E d’accordo che da ‘ggiovane pure Billy Corgan ascoltava gruppi un po’… così e ciò non gli ha impedito di regalarsi e regalarci un “Gish”, un “Siamese Dream”, un “Mellon Collie”, ma avete presente poi che fine ha fatto? Ecco, non fosse che con i suoi cinquantuno minuti dell’edizione standard il disco non arriva manco alla metà della durata del mammuttesco predecessore, la tentazione di dire che Parker è come fosse passato direttamente da “Gish” a “Mellon Collie”, saltando una tappa, sarebbe forte. Ripensandoci, ha forse saltato i primi due di passaggi e da “Mellon Collie” si è proiettato su “Adore”. Non che i chitarroni d’antan siano scomparsi, ma predominano nettamente le tastiere, i sintetizzatori. Laddove il debutto era del tutto immerso in una nebbiolina Sixties ora sembrano i ’70 (per carità, i primissimi) il decennio di riferimento, con tutto quello che ciò comporta. Tipo la propensione alla pomposità che insinuandosi nella pulsazione frenetica di Why Won’t They Talk To Me tarpa le ali alla sua slanciata innodia. Tipo il synth che prende in ostaggio Keep On Lying. Nondimeno poteva andarci parecchio peggio a leggere certe dichiarazioni dell’artefice massimo, pazzo per Kylie Minogue e temerariamente vagheggiante un declinare freakedelia eleggendo a modello… Britney Spears. E a quanto pare non scherzava.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (20)

Bryan Ferry – Positively Fourth Street (da “Dylanesque”, Virgin, 2007)

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Colosseum: jazz-rock summi magistri

Il primo album non si scorda mai e il primo che mi portai a casa, quei trentacinque anni fa, fu “A Nice Pair”, un doppio dei Pink Floyd che mette insieme “The Piper At The Gates Of Dawn” e “A Saucerful Of Secrets”. Non ci fu un secondo, nel senso che catturai in un colpo (ne avevo risparmiate di paghette…) un live dei Free, una raccolta dei Jefferson Airplane e una dei Colosseum. Tutti gruppi ai quali sono rimasto molto affezionato e potrei quasi dire in particolare agli ultimi: i più negletti.

Pare strano affermarlo di un gruppo che piazzò i suoi quattro album nei Top 20 o negli immediati dintorni, i cui concerti nei club e nei teatri andavano regolarmente “sold out” e che, a un festival, arrivò a suonare davanti a 400.000 persone. Eppure con i Colosseum si può: nemo propheta in patria. È da tanto, tantissimo, almeno dal rivolgimento copernicano di attitudini indotto dal punk, che pubblico e stampa del Regno Unito sembrano avere completamente rimosso il complesso che Jon Hiseman fondava nell’estate 1968 e che si sarebbe sciolto nel dicembre di tre anni dopo. A memoria, in oltre trent’anni non rammento di avere mai letto un articolo di una qualche profondità sui Colosseum e, a dirla tutta, nemmeno un trafiletto, eccettuati quelli che a inizio 2005 doverosamente informavano della scomparsa del più anziano della compagnia, il sassofonista Dick Heckstall-Smith (un classe 1934). Non è servita a riportare in auge costoro una reunion più dignitosa di cento altre. Non ha aiutato che Fatboy Slim, giusto nel momento in cui cavalcava l’onda perfetta, campionasse The Kettle. Se non ce la fece il re dei dj a renderli nuovamente “in”, figurarsi se può riuscirci “Morituri te salutant”, box quadruplo fresco di pubblicazione per Sanctuary/Universal di cui potete leggere a fianco. E nondimeno: hai visto mai? Perché questa cancellazione dei Colosseum dagli annali del rock britannico è davvero, oltre che ingiusta, inspiegabile.

Non è andata così in quel resto di Europa che, pre-tunnel, restava isolato quando c’era nebbia sulla Manica. Di sicuro non in Germania e nella decisione del ’94 di resuscitare la sigla contava più di qualcosa la pressione dei fan tedeschi. Altrettanto certamente non in Italia, dove l’influenza esercitata dalla banda Hiseman era a un dato punto solare (si recuperi a tal proposito l’opera del Perigeo) e i dischi hanno costantemente continuato a vendere nei decenni, sempre in catalogo. Era d’altronde nell’ordine delle cose che la simpatia fosse reciproca: era durante un soggiorno romano, in licenza dai Bluesbreakers, nel giugno 1968 che l’allora ventiquattrenne batterista Jon Hiseman confidava alla moglie, la fiatista Barbara Thompson, che al ritorno a Londra avrebbe lasciato Mayall e fondato un gruppo suo. Il nome lo sceglieva di fronte alle rovine del più celebre degli anfiteatri dell’antichità. Il primo che chiamava era Heckstall-Smith, con il quale, dopo  brevi passaggi comuni dalle parti di Alexis Korner e Graham Bond, aveva ulteriormente affinato l’intesa suonando proprio nella band di John Mayall. Inevitabile che le due successive telefonate venissero fatte al bassista Tony Reeves e al tastierista Dave Greenslade. Entrambi venticinquenni, entrambi già suoi soci quattro anni prima nell’impresa Wes Minster Five, combo di ispirazione errebì con all’attivo un paio di singoli. Colosseum inventori dello straight edge? Non musicalmente, ovvio. Ma le regole di ammissione al club che si davano subito, e cui resteranno fedeli, erano quanto di meno edonistico e sessantottino (nel senso ignobile) si potesse e si possa immaginare: no tossicomani, no perditempo, solo seriamente intenzionati.

Se Dick Heckstall-Smith è di due buoni lustri più stagionato degli altri e vanta di conseguenza un curriculum imparagonabile, nello iato fra Wes Minster Five e Colosseum anche Greenslade e Reeves hanno accumulato un bagaglio di esperienze inusuale per due musicisti in fondo ancora assai giovani. Il primo ha suonato con i Thunderbirds di Chris Farlowe e la Ram Jam Band. Il secondo, oltre a mettere da parte un po’ di soldini con un clamoroso hit easy listening sotto mentite spoglie, ha lavorato per quattro anni all’ufficio della Decca che verifica la qualità delle uscite, esperienza straordinaria per quanto ne ha plasmato i gusti costringendolo ad ascoltare dal beat all’operistica, dal pop alla black alla sinfonica. Al jazz, di cui il sound del neonato quartetto – quasi immediatamente sestetto e quindi e definitivamente quintetto quando dei due chitarristi aggregati ne resta uno, l’appena diciannovenne James Litherland – è letteralmente zuppo. Con una fondamentale differenza rispetto ai coevi e successivi esperimenti sulla rotta che dagli oceani elettrici davisiani, dagli orizzonti sconfinati, condurrà il matrimonio fra rock e jazz ad arenarsi sulle secche della fusion più formulaica: che nei Colosseum i due generi pesano uguale, con importanti soci di minoranza nel blues e nella classica. È lampante sin dall’attacco di Walking In The Park, l’esuberante brano che inaugura “Those Who Are About To Die Salute You”, LP registrato nel novembre ’68 ed edito da Fontana nel marzo dell’anno dopo. Resterà per i Nostri un pezzo-simbolo ed è curioso visto che nella scaletta del debutto è uno dei due soli non autografi (lo ha firmato Graham Bond), essendo l’altro una rilettura del Leadbelly di Backwater Blues. È un signor esordio, di ottima personalità cementata dagli spettacoli che i ragazzi hanno messo in fila a decine. Profumato d’Oriente in Mandarin, funkissimo in Debut, latineggiante in The Road She Walked Before, turbinoso in Those About To Die, ruffiano con ironia in una Beware The Ides Of March rubata ai Procol Harum tanto per ricordare che, loro, A Whiter Shade Of Pale l’avevano rubata a Bach. E tuttavia: che balzo in avanti che evidenzia entro l’anno il successore! Primo di due 33 giri per la Vertigo (nonché primo articolo in assoluto del catalogo della casa), “Valentyne Suite” sembra rifinire uno stile consolidato in una prima facciata che frulla rock, funk, errebì e jazz, con un apice di immediatezza nella dianzi menzionata The Kettle, solo per poi aggrovigliare e dilatare micidialmente il tutto in una seconda interamente occupata dalla traccia omonima: una delle pietre d’angolo del progressive dando al termine la sua accezione più alta.

Esagerando – non eccessivamente; un pochino – si potrebbe affermare che i Colosseum più classici, quelli con i quali non si può non fare i conti in una storia degna di tal nome della popular music, finiscano già con la Valentyne Suite. Basta avere l’accortezza di chiamare a testimoni della loro grandezza anche alcuni altri brani – stupendi – che per ragioni troppo lunghe a spiegarsi qui vedevano la luce negli Stati Uniti e non (fino al ’71) in Gran Bretagna: un’accorata quanto ficcante I Can’t Live Without You; una stentorea Jumping Off The Sun; una Rope Ladder To The Moon insieme ludica e ipnotica; una rivisitazione non oleografica del Bolero di Ravel; una brumosa e vagamente acidula The Grass Is Always Greener. È tanta roba e forse niente in “Daughter Of Time”, nebuloso concept licenziato nel novembre 1970, vale altrettanto. Non è un brutto disco, ma che non siano più gli stessi Colosseum è certificato dallo smarrimento della principale delle loro qualità, quel gusto per l’intreccio inestricabile di influssi che si fanno un suono unico, organico, inconfondibile. Qui, se non si parte per tangenti di schizofrenia, si fatica in ogni caso a tenere assieme l’afflato Van Der Graaf di Time Lament con la quasi tarantella di Bring Out Your Dead, l’heavy blues alla Cream di Downhill & Shadows con un Theme For An Imaginary Western. E se non sono più gli stessi Colosseum è pure perché la formazione è cambiata a più riprese, con Litherland sostituito da David Clempson (dai Bakerloo) e Reeves da Louis Cennamo (dai Renaissance), a sua volta poi rimpiazzato da Mark Clarke, e ad avvicendarsi al microfono Paul Williams (dai Juicy Lucy) e Chris Farlowe.

Hiseman, Heckstall-Smith e Greenslade sono in tour da tre anni consecutivi e i pochi momenti liberi dai concerti li hanno passati in una sala d’incisione. Potrebbero limitarsi a una vacanza, ma hanno maturato la convinzione che la parabola del complesso si sia compiuta. Il doppio “Colosseum Live”, registrato nel marzo 1971 e pubblicato dalla Bronze in settembre, sembra il migliore dei congedi possibili e così sia: si separano senza traumi, da quegli ottimi amici che erano, sono e resteranno.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.664, novembre 2009.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (35)

A volte da giovani ci si entusiasma davvero per poco. Oggi gli Hard-Ons non li toccherei manco con un bastone. Dei Cosmic Psychos conservo ancora, al contrario, un buon ricordo.

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Tutto torna: Welcome Back To The Eighties Colours

Gli appassionati del rock italiano più underground (gli appassionati italiani del rock più underground) erano all’erta da un po’ e almeno alcuni di loro avranno già ascoltato la rivisitazione su Psych Out (distribuzione Audioglobe) freschissima di stampa di “Eighties Colours”, storica antologia che vedeva la luce su Electric Eye nel giurassico 1985. Anno zero e punto di partenza per tutta quella variopinta e ultrasotterranea scena che per poco più di un lustro propagandò nel Bel Paese il recupero di garage e psichedelia e che ultimamente è stata a sua volta fatta oggetto di rivalutazione, soprattutto a partire dalla pubblicazione nel 2010, per Coniglio Editore, di un bellissimo (tanto da sfogliare che da leggere) volume di Roberto Calabrò intitolato anch’esso Eighties Colours. Più modestamente nel 1998 Lodovico Ellena, già leader degli Effervescent Elephants si autoproduceva o all’incirca un libricino chiamato Storia della musica psichedelica italiana per il quale mi chiedeva un intervento. Contribuivo con il breve articolo a seguire. A quattordici anni di distanza devo dire che mi dissocio (troppa severità e un filo di snobbismo) da quell’Eddy Cilìa che si dissociava dall’Eddy Cilìa propagandista entusiasta, in tempo reale, della scena in questione. L’importante nella vita è essere coerenti, come ben sa chiunque abbia letto Lester Bangs.

L’ho ripresa in mano questa mattina per la prima volta dopo una vita, la mia copia di “Eighties Colours”, e i ricordi hanno cominciato a fluire, in un bianco e nero all’inizio virato blu come le foto sul retro di copertina, poi seppia come due macchie che la deturpano, il colore del tempo che incalza e devasta, anche sotto le pesanti buste di plastica trasparente che proteggono la mia collezione. Per un attimo ho avuto la tentazione di metterlo sul Thorens, ma ci ho subito ripensato. Mi sarebbe piaciuto oggi come mi piacque nel 1985? Sicuramente no. I miei gusti sono profondamente cambiati, plasmati dalle migliaia e migliaia di dischi ascoltati in questi tredici anni, e sebbene la psichedelia resti un grande amore (meno il garage) proprio perché ne ho sentita tantissima sono diventato un censore di implacabile severità. Con le conoscenze odierne certo sarei stato assai meno generoso di quanto fui nei miei scritti sui gruppi della neo-psichedelia italiana apparsi sulle pagine de “Il Mucchio Selvaggio” e, più tardi, di “Velvet”. Resta il fatto, però, che devo in parte le mie conoscenze all’impulso alla riscoperta degli anni ’60 di cui furono responsabili, con i loro coevi americani, australiani e scandinavi, proprio quei gruppi. Forse la loro musica non era granché ma me ne hanno fatta scoprire di bellissima, della qual cosa li ringrazio.

Tredici anni… Da un lato mi sembra ieri. Dall’altro, mi pare siano trascorse ere geologiche tanto il mondo, musicale e non, è cambiato nel frattempo. C’erano ancora il Muro, l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, il PC era una cosa esoterica per pochi eccentrici e la TV satellitare e Internet appartenevano alla fertile immaginazione di William Gibson molto più che alla realtà. Per quanto incredibile possa sembrare oggi, “Rockerilla” era leggibile. Un altro pianeta, davvero. Iniziata con la pubblicazione di “Eighties Colours”, la stagione della neo-psichedelia nostrana ebbe il suo crepuscolo (una roba dimessa, mica un glorioso Valhalla) nel 1991, con il contemporaneo esplodere delle posse da noi e del grunge ovunque. Da allora è stata notte fonda, con un cielo quasi sgombro di stelle.

Probabilmente lo si dice anche altrove in questo volume, ma ci tengo comunque a sottolinearlo: fra tutte le scene che hanno caratterizzato la storia del rock in Italia, quella Sixties-oriented dei tardi ’80 è stata la più carbonara. Sulle riviste se ne parlava tanto ma i dischi erano per la più parte tirati in mille copie e di rado le tirature andavano esaurite e si imponeva una ristampa (posso ragionevolmente supporre che solo Sick Rose e No Strange vendettero significativamente di più). Il pubblico era molto più esterofilo di oggi e un bel po’ diffidente. Non aiutò a placare questa diffidenza il fatto che due degli esponenti più noti della nostra stampa musicale si fossero improvvisati discografici e produttori senza rinunciare a essere giornalisti. Una posizione deontologicamente inaccettabile, anche se mi sento di dire a loro discolpa che oltre che dall’ego erano mossi da una passione genuina e dal desiderio sincero di aiutare i loro protetti. E poi, nessuno dei due ha mai guadagnato un centesimo: fra i tanti colori dell’italica neo-psichedelia, quello dei soldi fu sempre latitante. Gli unici a lucrarci qualcosa, da un po’ di tempo in qua, sono i mercanti di rarità vinilitiche.

La grande colpa di quella scena fu di essere troppo autoreferenziale. I suoi esponenti vivevano in un bizzarro universo parallelo in cui gli anni ’60 non erano mai finiti. Erano collezionisti di dischi che facevano dischi per collezionisti di dischi, ai quali per la massima parte di tali dischi non fregava niente. Da qui i modestissimi riscontri commerciali. La ricerca della perfezione stilistica prevaricava la voglia di comunicare. Non credo che fosse soltanto per ragioni di metrica che cantavano tutti in inglese ed escludo la casualità nel fatto che il solo a usare l’italiano, vale a dire Salvatore “No Strange” D’Urso, sia stato di gran lunga quello che ha venduto di più. È anche uno dei pochi a fare ancora musica. Chi altri? L’instancabile Elefante Effervescente Vico Ellena, Luca Re dei Sick Rose (oggi con i 99th Floor), l’ex-Peter Sellers & The Hollywood Party Ghittoni che ha cambiato genere (o forse no?) ed è più bravo che mai. Qualcun’altro, meno visibile. Di tanti non si è saputo più nulla e mi interrogo quanti fra i desaparecidos fossero veri appassionati ritiratisi a vita privata perché delusi dagli esiti delle loro carriere artistiche e quanti praticanti dello sport nazionale più diffuso dopo il calcio, la rincorsa delle mode.

Passo la maggior parte delle mie giornate in una stanza piena di dischi e CD. Siccome dentro un dato spazio più di tot materia non si può comprimere, e anche perché sono filosoficamente contrario a tenermi in casa cose mediocri, ho attuato nel corso degli anni repulisti di ferocia nazista. A codeste selezioni ha resistito un numero sorprendentemente alto di reperti di garage e psichedelia tricolori. Un po’ perché a taluni di essi sono affezionato e un po’ tanto perché trovavo sciocco svendere titoli che sapevo che in futuro sarebbero assurti a quotazioni più che rispettabili. Quando i commercianti suoneranno alla mia porta, per la maggioranza non dirò di no. Gli incedibili? Steeplejack e gli oscuri e meravigliosi Leanan Sidhe. I Knot Toulouse, dei quali conservo gelosamente persino i demo. Terrò di sicuro gli Eazycon e qualcosa di No Strange, Sick Rose, Effervescent Elephants, Magic Potion. Magari i Birdmen Of Alkatraz e i Difference di Paolo “Mixo” Damasio. Il resto è trattabile. Offerte consistenti per favore. Se qualcuno ha album dal vivo di Sun Ra su Saturn, i cambi sono benvenuti.

Pubblicato per la prima volta in  Storia della musica psichedelica italiana, di Lodovico Ellena, Menhir Libri, 1998.

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