Archivi del mese: novembre 2012

51 ragioni per le quali sono cronicamente depresso

Allora è ufficiale: da oggi sono più vecchio di Joe Strummer e non sarebbe mai dovuto accadere – o, quantomeno, non prima del 2041. Già da un po’ provavo a immaginare come mi sarei sentito quando questo giorno sarebbe arrivato ed era una delle ragioni per le quali sono cronicamente depresso. Eccone altre cinquanta.

50) Non riuscirò mai – e intendo dire MAI – a piegare come si deve le lenzuola con gli angoli.

49) Pare che Piero Scaruffi esista davvero.

48) Ho il culo molto peloso.

47) Fotogenìa zero.

46) Prima o poi l’estate torna sempre.

45) Ancora centosettantanove rate di mutuo.

44) Il triplete.

43) Il rigore di Baggio.

42) Il gol di Magath.

41) Sul campo dovrebbero essere minimo 33.

40) Più cinque Coppe dei Campioni.

39) E la conobbe. Ma aveva sbagliato indirizzo.

38) La bocca sollevò dal fiero pasto.

37) Ti ho vista uscire, mano nella mano. Eccetera.

36) Il triangolo no, non lo avevo considerato.

35) Io a scrivere di dischi, mentre altri invadevano la Polonia.

34) L’LSD non è più quello di una volta.

33) I venerdì non sono più quelli di una volta.

32) Io sono ancora quello di una volta.

31) Su Facebook non ho ancora battuto chiodo.

30) Compagni che sbagliano.

29) Si potrebbe dire di più.

28) Si potrebbe dare di più.

27) Si potrebbe darla di più, ché non è che si consuma, eh?

26) Silvia non me l’ha mai data.

25) Ma nemmeno Barbara. E Angela. E Paola. Eccetera.

24) Patrizia, invece, sì.

23) Eppure ero sicuro di averne ancora uno.

22) E cosa intendevi esattamente con “ti amo”?

21) Firenze, Hotel Porta Rossa, ottobre 1989.

20) Un fastidioso soprassalto di moralità mi impedisce ormai da anni di provarci con le mogli degli amici. #risorse poco valorizzate

19) C’è chi sostiene ch’io sia molto arrogante. Ma non avete idea di che razza di falliti siano quelli che lo dicono.

18) Tutti i bei dischi che non ascolterò mai.

17) Tutti i dischi orrendi che mi è toccato ascoltare.

16) La gente che dà un colpo al cerchio e uno alla botte.

15) La gente che ti parla di marketing.

14) La gente che si fa strada sul posto di lavoro andando a letto con il capo.

13) La gente che ha preso il tesserino di giornalista con i punti nei fustini del Dixan e poi viene a spiegarti come dovresti scrivere un articolo.

12) La gente. Certa gente. Anche se, per definirla, “gente” è una parola grossa.

11) Fare le cose giuste nel momento sbagliato (Velvet, 1988-1990).

10) Ma lo sai che ti trovo molto giovanile?

9) Sentirsi ancora addosso sedici anni. Senza condizionale.

8) I’ve got the funk. Ma più che altro il blues.

7) It’s a man’s man’s man’s world.

6) I refusi.

5) Si sta come d’autunno sugli alberi le doglie.

4) Domani è un altro giorno.

3) Prima o poi scoprirò di avere una prostata.

2) Prima o poi mi toccherà recensire gli XX.

1) Di mestiere faccio il critico musicale.

E per chiudere una comunicazione di servizio. Se sei la biondina capelli corti e nasino alla francese che ha dato subito prima di me l’esame di storia e critica del cinema con Rondolino il 17 ottobre 1984, e ti riconosci in queste righe, ti prego di contattarmi: voglio ancora morire ai tuoi piedi.

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Robert Smith all’inferno: “Pornography” ha trent’anni

A dire il vero anche qualcosa di più ormai, giacché quello che nella vulgata comune è ritenuto il classico fra i classici dei Cure vedeva la… luce?… nel maggio ’82. Alcune mie considerazioni scritte per “Blow Up” quando si apprestava a diventare maggiorenne.

Non importa se moriremo tutti”: sono le prime parole che si ascoltano in “Pornography”. “Devo combattere questa malattia, trovare una cura” sono le ultime. È racchiusa fra questi versi, fra la batteria metronomica e la melodia solenne e istantanea di One Hundred Years e la litania scostante del brano che lo intitola l’epopea decadente di quello che fu il quarto e ultimo LP dei Cure. “Ma come!”, direte voi. “Ma se esistono ancora!” (anche se pare che il lavoro che hanno appena licenziato sarà l’ultimo; ma Robert Smith lo racconta da quindici anni e chi gli crede più?). Ma intendendo i Cure come gruppo e non come pseudonimo dietro il quale si cela Smith stesso, facendosi accompagnare da gregari completamente acquiescenti al suo ego e al suo genio, “Pornography” fu il loro ultimo album, allo stesso modo in cui “Forever Changes” fu il congedo dei Love, da lì in poi Arthur Lee più chi passava. Differenze fra le due storie: “Pornography” resta un grande disco ma non è invecchiato benissimo, mentre “Forever Changes” è un capolavoro appieno dentro il suo tempo ma che non diverrà mai vetusto; Robert Smith ha continuato a concepire canzoni e album memorabili pure dopo, Arthur Lee meno. Similitudini: tutto il resto, o quasi.

Come il terzo LP dei Love, il quarto dei Cure fu l’approdo di un viaggio terribile durante il quale i rapporti umani si erano acrimoniosamente disintegrati e l’ombra della follia si era allungata sui naviganti. Ricordate il video di Charlotte Sometimes, il 45 giri che precedette l’album ma che in esso non è compreso? Era ambientato in un manicomio. E cosa dire della disturbante foto sul foglio interno? I volti sono macchie indistinte e gli informi abiti neri che indossano Robert Smith, Simon Gallup e Lol Tolhurst hanno tanto l’aria di camicie di forza. E ai tre in effetti mancava poco alla condizione clinica in cui tali indumenti si rendono necessari. Il primo, stressato dalla contemporanea appartenenza ai Banshees, era preda di alcool, droghe e una pericolosa fascinazione per la malattia mentale. Il secondo, un tempo il migliore amico del primo, non ne sopportava più i deliri megalomani e si rivaleva sul terzo, povero vaso di coccio fra due di metallo. Già forti durante le registrazioni, le tensioni divamparono nel tour successivo, al termine del quale il gruppo non esisteva più.

Un grosso equivoco circonda i Cure sin dai tempi di “Seventeen Seconds”, primo pannello del trittico completato da “Pornography” e che ha al centro lo sfocato “Faith”: che siano (stati) la massima epitome del gotico – o, come si dice in Italia, del dark – in musica. Etichetta assai limitante per una ragione sociale che ha prodotto alcune delle canzoni pop più irresistibili dell’ultimo ventennio e ha avuto bei flirt con la psichedelia. Nondimeno “Pornography” del gotico è una delle pietre miliari. “Phil Spector all’inferno” scrisse David Quantick sul “New Musical Express” sintetizzando esemplarmente, in una recensione peraltro negativa, l’impressione che suscita nel suo insieme. È un muro di suono vischioso e malevolo nel quale si aprono soltanto due finestre dalle quali filtra un po’ di (livida) luce: la già citata One Hundred Years e soprattutto The Hanging Garden, di gran lunga il brano più immediato degli otto in programma: l’attacco di batteria trascinante, il giro di basso nella migliore tradizione Cure, la chitarra sinuosa e orientaleggiante che lo attraversa, il ritornello epidermico, la voce di Smith che una tantum più che disperazione trasmette un’impressione di dandismo deliziosamente affettato ne fanno una canzone indimenticabile. Tuttavia quasi fuori posto in un disco che per il resto vale come claustrofobica esperienza d’assieme, inquieta escursione in criptici labirinti dai quali presto non si sa più come uscire. Smith, per sua e nostra fortuna, trovò una strada (“una cura”). Un secondo “Pornography” non avrebbe potuto che scadere nella parodia, come fece il dark andato dietro a questi Cure e insopportabile. Ma è sempre ingiusto fare ricadere le colpe dei figli sui padri.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.22, marzo 2000.

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Bad Brains – Into The Future (Megaforce)

Disponibile all’epoca solo su cassetta (come del resto tutte le altre produzioni della benemerita ROIR), il primo, omonimo album dei Bad Brains vedeva la luce nel 1982 ed è intessuto della stoffa delle leggende. Lì “il migliore hardcore punk di sempre”, stando ad Adam “MCA” Yauch, e in tanti sono tuttora d’accordo con il compianto rapper dei Beastie Boys. Esordire direttamente con un capolavoro ha naturalmente le sue controindicazioni, essendo la prima che se parti dalla cima della montagna dopo non potrai che scendere. I più radicali fra gli estimatori del complesso di Washington DC hanno addirittura da ridire (benché i due lavori abbiano diversi titoli in comune) sull’al pari basilare “Rock For Light”, di un anno successivo, regia curata da Ric Ocasek e pubblicato da una casa discografica “vera”, PVC. E a loro tempo “I Against I” e “Quickness”, oggi giustamente considerati fra i capisaldi di una concezione moderna del metal, vennero molto criticati proprio perché verso il metal inclinavano, “tradendo” le radici del combo. Insomma: nella gloriosa quanto travagliata – l’hanno scandita rimescolamenti, licenziamenti, scioglimenti, ricostituzioni – storia di questi rastafari punk quasi immancabilmente ogni nuova uscita è stata salutata dai lamenti di coloro che per una ragione o un’altra ritenevano preferibile la precedente. Fino a “Build A Nation”, il disco prima di questo e non sembra che già cinque anni siano trascorsi, la cui produzione era firmata per l’appunto da MCA e che dopo la fiacca collezione in levare del 2002 “I & I Survived” risollevava i fans sciorinando una sorta di riassunto, stilisticamente parlando, di una vicenda artistica a quel punto già ultraventicinquennale. “Into The Future” secondo me è migliore. Per carità, nulla di cui la vostra vita non possa fare a meno, ma averne di giovincelli con la classe, la freschezza, l’energia di questi veterani… Averne!

Parte bene, “Into The Future”, con una traccia omonima che attacca riffeggiando stentorea, salvo rallentare mefitica e ripartire con uno strappo che la congiunge all’incedere da schiacciasassi di una Popcorn che, se i Red Hot Chili Peppers sapessero ancora scrivere canzoni così, sarebbero ancora i Red Hot Chili Peppers. Si congeda da lì a poco più di mezzoretta con l’omaggio squillante e virilmente commosso al discepolo che si fece mentore di MCA Dub. Quanto sta in mezzo è una dimostrazione da manuale di un sound che per primo mise insieme (per quanto solitamente facendoli correre su binari paralleli, laddove qui, in Youth Of Today, le rette si intersecano) l’hardcore più feroce mai uditosi su questo lato dei Black Flag e il più melodioso reggae scuola ’70, suonato con maestrìa tecnica impressionante da gente che veniva dal jazz. Per poi, in un paio di esemplari tappe, approdare a una forma di crossover che altri – Living Colour per primi – porteranno all’incasso, i Bad Brains sfortunatamente mai. Fra un attacco spiritato e un assalto furibondo, ho qui apprezzato particolarmente una Earnest Love che macina massiccia e malevola e una Make A Joyful Noise sfacciatamente solare. Mai sotto un’abbondante sufficienza il resto.

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Quando i Public Enemy erano il Nemico Pubblico Numero Uno

Nella lista dei candidati per il 2013 alla Rock And Roll Hall Of Fame (autentico parterre de rois quest’anno) ci sono anche i Public Enemy e non potrebbe darsi indicatore più chiaro di come Chuck D e complici siano ormai accettati, istituzionalizzati, depotenziati loro malgrado di ogni possibile residua valenza rivoluzionaria. Continuano a fare dischi (l’ultimo è nei negozi giusto da alcuni settimane) e sono pure buoni dischi, ma a impatto tristemente zero. Quando scrissi questo articolo per il primo numero di “Dynamo!” erano invece ancora percepiti come pericolosi. E lo erano. La più grande rock’n’roll band che abbia calcato i palchi dopo i Clash.

Sei riflessioni sui Public Enemy

1. È da alcune settimane nei negozi il nuovo LP dei Public Enemy, non contando la semi-raccolta “Greatest Misses” il loro quinto, il primo da tre anni in qua. Atteso e temuto. La prima cosa che colpisce di quest’album, e parecchio, ancora prima di averne ascoltato una singola nota, è la copertina: bruttissima. Il frontespizio è metallaro al punto da sfiorare la parodia; il retro sa di fumetti Marvel. Piacerà da matti, c’è da scommetterci, con il suo coattissimo Beavis & Butt-Head-appeal, alle orde di ragazzini bianchi che hanno scoperto Chuck D e soci perché “ehi, questi sono quelli che hanno fatto il disco e il tour con gli Anthrax”. Bella mossa quella di andare a conquistare, giocando in attacco in trasferta, il grande pubblico (quello di élite era stato con loro sin dagli esordi) del rock. Superba se nel frattempo si riesce, come ai nostri eroi è riuscito, a mantenere pressoché intatta la propria ampissima base di fans in area hip hop.

Ecco, la principale delle tante qualità che rendono immensi i Public Enemy è questa loro capacità fuori dal comune di tenere il piede in due o più scarpe contemporaneamente. Senza scendere a compromessi, restando coerenti. Sanno parlare con l’autorità dei leader (quei leader che politicamente non ha; o non ascolta, che è poi lo stesso) alla comunità di colore americana e nel farlo riescono, senza mai lesinare sulla durezza del confronto, a fare comprendere, accettare, adottare il loro punto di vista ai bianchi di buon senso e buona volontà. Sanno essere sempre al passo con i tempi (quando non in anticipo) in una scena come quella rap che è solita bruciare i suoi protagonisti a mo’ di meteore e nello stesso tempo sono contigui all’universo rock e ne influenzano le vicende. Confezionano assalti ai limiti del terrorismo sonico e ci infilano dentro ritornelli pop a presa rapida che sono un passaporto sicuro per le classifiche.

È rimasta famosa una dichiarazione di Bill Stephney, colui che li portò alla Def Jam: disse di averli messi sotto contratto perché certo di avere trovato ciò che da tempo cercava, ossia “una combinazione tra Run DMC e Clash”. Non si rese conto che vi erano, in quella fortunata e irripetibile alchimia, anche altri, non meno importanti elementi. Per limitarci ai principali, Beatles, Metallica, Last Poets, James Brown, Marvin Gaye…

2. Anno da stakanovisti il 1994, per i Public Enemy. Un paio di mesi prima della pubblicazione del loro LP, Terminator X ha dato alle stampe il suo secondo lavoro da solista, il poderoso “Super Bad”, ed è prossimo (potrebbe essere cosa fatta quando leggerete questo articolo) l’esordio in proprio di Flavor Flav. Si aggiunga al quadro che “Muse Sick-n-Hour Mess Age” ha una durata – sfiora l’ora e un quarto – che ne fa l’opera quantitativamente più cospicua nella storia del gruppo. Che si possa scorgere in questa iperproduttività una (forse inconscia) volontà dei Nostri di esorcizzare un 1993 che li vide invece fermi e in difficoltà, per le note traversie giudiziarie e umane di Flavor Flav, e nel contempo di ribadire la propria rilevanza nel panorama musicale odierno, è logico. Meno logico appare che qualcuno metta sul banco degli imputati questa rilevanza: una pre-recensione negativa dell’album apparsa su “The Source”, la bibbia dell’hip hop USA, ha suscitato aspre polemiche. Doveva accadere, prima o poi, che gli integralisti neri del rap attaccassero i Public Enemy, colpevoli ai loro occhi di avere cercato il rapporto con il pubblico bianco. Accuse insensate: il fatto non costituisce reato e dovrebbe anzi essere reputato merito altissimo. Che i Public Enemy siano andati in tour con Sisters Of Mercy, Primus, Anthrax, U2 ha aiutato non poco a portare il verbo hip hop fuori dal ghetto, cosa di cui tutta la comunità di colore si avvantaggia, oggi moralmente, domani (se saprà puntare, come predicano i Nostri, al controllo economico delle sue sconfinate risorse di creatività) anche materialmente. Non rendersene conto vuol dire peccare di miopia almeno quanto le innumerevoli radio nere (quelle attaccate in Bring The Noise) che per anni hanno boicottato i Public Enemy ritenendoli troppo estremisti per suoni e scelte ideologiche. Non può non essere considerato un trionfo il fatto che Chuck D sia in grado di conquistare cuori e menti dei figli della borghesia bianca scandendo rime come quelle, indimenticabili, di Aintnuttin Buttersong, che così spiegano la bandiera USA: “Rosso è il colore del sangue versato/E blu erano i tristi inni/che cantavamo in chiesa senza capire/che il paradiso dei bianchi è l’inferno dei neri/Le stelle sono ciò che vedevamo/quando ci battevano/Le strisce i segni lasciati dalla frusta sulle schiene/E il bianco, devo spiegare cos’è?”.

Sono versi che chiariscono, come cento cartelle di accurata esegesi non potrebbero, perché oggi i Public Enemy sono persino più importanti che nel 1987, quando rivoluzionarono il mondo del rap. Lo sarebbero anche se il nuovo album non fosse, come invece è, qualitativamente inattaccabile. Farà furore nei ghetti quanto fra la “lollapalooza nation”, con buona pace di certa critica più realista del re.

3. È affermazione meno lapalissiana di quanto non possa sembrare: i Public Enemy sono una formazione eccezionale anche perché eccezionale è lo spessore delle tre personalità che ne costituiscono il nucleo. È un fatto che con il passare del tempo, man mano che si vedeva il Nemico Pubblico sempre più come un gruppo, strutturato verticisticamente come è caratteristica di molte rock band, e sempre meno come una posse, si è individuato in Chuck D (Carl Ridenhour) il leader massimo e si è preso a considerare l’altro MC, Flavor Flav (William Drayton), e il DJ Terminator X (Norman Rogers) elementi importanti, sì, ma in fondo non più della Bomb Squad, il team produttivo, o di Professor Griff, o di Sister Souljah, o dei tanti altri che all’epopea Public Enemy hanno offerto un contributo. Paradossalmente, proprio “Muse Sick-n-Hour Mess Age”, che più di ogni altro disco precedente è farina del sacco di Chuck D, chiarisce quanto fondamentale sia l’apporto degli altri due elementi della triade.

Terminator X (ottimi i suoi due LP: il già citato “Super Bad” e il non meno riuscito “& The Valley Of The Jeep Beets”, del ‘91) si conferma, con DJ Premier dei Gang Starr, il più abile manipolatore di piatti e campionatori in circolazione. I due DJ che lo affiancano, Kamron e Kevin Boone, lavorando ora con lui, ora in alternativa a lui, ne hanno evidentemente studiato la lezione a memoria.

Quanto a Flavor Flav, oltre ad essere spalla ineguagliabile per Chuck D, che non sarebbe il migliore rapper al mondo (come è) non potesse contare sul suo lavoro di sponda, se firma due soli dei ventuno episodi dell’album si dimostra però, in quelli, ispirato come non mai. Un suo debutto in proprio uniformemente di tale livello vincerebbe il confronto con il 33 della posse-madre e si iscriverebbe nell’elenco dei più grandi LP hip hop di sempre. Si vedrà.

Nel frattempo, è doveroso sottolineare che il suo plateale modo di porgersi, fra l’irridente e il buffonesco, è elemento fondamentale per mantenere il Nemico Pubblico in sintonia con la sensibilità del ghetto, sintonia che l’intellettualismo di Chuck D rischierebbe se no di fare smarrire. Ma non si creda sia faccenda di istinto e basta: chi, oltre a conoscere i Public Enemy, ha letto Il vodu haitiano di Alfred Métraux, volume fondamentale, indirettamente, anche per capire dove tanta musica popolare moderna affondi le sue radici, avrà sicuramente notato certi riferimenti iconografici che fa il Nostro, troppo precisi e insistiti per essere casuali. Il cappello a cilindro, gli occhiali scuri (due paia insieme, a volte), la risata maniacale, la frenesia e la scompostezza dei passi di danza sono gli elementi che caratterizzano una delle figure principali del culto voduista, Ghede, guardiano delle ossa dei defunti, governatore di sesso, morte e bambini. Il clown, evidentemente, conosce bene la sua storia.

4. Public Enemy è un Suono: denso, martellante, che occupa ogni spazio a disposizione e non dà requie. Una possente pulsazione funky che tiene insieme le trame di tappeti da fachiri, fatti di chitarre che sono cocci di bottiglia, scratching furiosamente isterico, sirene, clacson, mitra in azione, rumori di strada. Una sensibilità pop straordinaria che con i suddetti elementi tesse canzoni orecchiabili.

Public Enemy è un’Immagine: barricadera come quella, altrettanto memorabile, dei Clash, ma meno romantica, più minacciosa. L’esibizione ostentata, da parte dei membri della Security Of The First World, di tenute paramilitari la rende inquietante, e pure un po’ discutibile.

Public Enemy è un Programma: proclamò Chuck D nel 1987 che il loro obiettivo era creare “cinquemila potenziali leader neri”. Un traguardo ambizioso e difficilissimo da raggiungere, e i nostri eroi, due anni dopo la data fissata per tagliarlo, ancora corrono. Auguri.

5. I loro LP, dunque. Il primo risale a oramai sette anni or sono ed è lo storico “Yo! Bum Rush The Show”, l’album che più di qualunque altro ha contribuito a rendere maggiorenne l’hip hop e il terzo – un anno dopo “Raising Hell” dei Run DMC e “Licensed To Ill” dei Beastie Boys, due prima di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul – del poker che ha appassionato al rap tanta parte, la più curiosa, del popolo del rock. È un disco che suona tuttora moderno, potentissimo, abrasivo talvolta ai limiti del fastidio. E se fa questo effetto a orecchie abituate alle sperimentazioni zorniane e agli assalti post-industriali, post-metal, post-house di una band come i Ministry, si può immaginare quanto risultò scioccante nel 1987. Se le tematiche politiche sono ancora sfocate, il suono del Nemico Pubblico è già, in “Yo! Bum Rush The Show”, perfettamente a punto, rodato, tanto che le variazioni successive saranno sempre apportate per linee interne. Il riff micidiale e l’assolo di chitarra (Vernon Reid dei Living Colour) di Sophisticated Bitch e il flirt con metal e musica industriale della title-track spiegano, come le parole non potrebbero mai, perché da subito i Public Enemy risultarono irresistibili per il pubblico del rock.

Il debutto si vendette in quattrocentomila esemplari. Il seguito, un anno dopo, sfondò il muro del milione di copie, facendo dei nostri eroi delle star, amate e nello stesso tempo assai controverse. Di “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” Chuck D disse, qualche tempo dopo: “Volevo che fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”. Obiettivo centrato. Come il capolavoro di Marvin Gaye aveva fatto il punto su quale fosse, al principio degli anni ’70, lo stato delle cose del mondo e in particolare dei neri d’America, così “It Takes A Nation…” è il miglior reportage in musica realizzato sulla situazione di fine ’80. Rispetto all’esordio, la crescita di Chuck D come autore di testi è stupefacente, il rapping suo e di Flavor Flav si è fatto se possibile ancora più incisivo, il controllo dei piatti di Terminator X è sempre più strepitoso, le basi allestite dalla Bomb Squad hanno acquisito eclettismo senza nulla perdere in devastante impatto. L’innodico metal-rap di Bring The Noise, il travolgente drive funky di Don’t Believe The Hype, Mind Terrorist, Party For Your Right To Fight, il cyberhythm’n’blues di She Watch Channel Zero, le collisioni fiati/scratching di Night Of The Living Baseheads sono i momenti che più restano nella memoria di un LP dal quale non si può prescindere se si vuole comprendere la musica (non solo il rap) dell’ultimo decennio.

Avrebbe potuto essere, e per fortuna non fu, l’ultimo del gruppo, che nel giugno ’89 venne messo in grave imbarazzo da una serie di sparate antisemite, con contorno di folli discorsi sulla “superiorità nera”, del suo Ministro dell’Informazione Professor Griff. Non parve vero ai media di potere finalmente lapidare la posse newyorkese accusandola di razzismo e fanatismo e la reazione dei Public Enemy, sconcertati essi stessi dalle dichiarazioni di Griff, non aiutò a far chiarezza. Dapprima lo difesero, accusando la stampa di averne travisato le dichiarazioni. Quindi lo misero alla porta. Infine annunciarono lo scioglimento, poi rientrato. E tutto in una settimana. Ma ciò che non uccide fortifica: Chuck D tornerà a essere il portavoce e i testi guadagneranno in acutezza, facendosi più problematici anche se certo non meno polemici. Ove in “It Takes A Nation…” l’interlocutore dei Public Enemy era il Nero, invitato a essere consapevole della sua condizione di sfruttato e orgoglioso delle sue radici, “Fear Of A Black Planet”, uscito nella primavera del 1990, sarà l’album del confronto con i bianchi “di buona volontà”. Del suo fitto programma (ben venti titoli) Brothers Gonna Work It Out, 911 Is A Joke, Welcome To The Terrordome, Burn Hollywood Burn, Fight The Power sono gli episodi che con più autorevolezza si candidano a figurare in un’ideale raccolta.

Lost At Birth, tellurgica ouverture, la trilogia “pop” Nighttrain/Can’t Truss It/I Don’t Wanna Be Called Yo Niga e How To Kill A Radio Consultant, graffiante errebì tecnologico, sono invece i brani che meglio potrebbero rappresentare (con l’anfetaminico remake di Bring The Noise in coppia con gli Anthrax, va da sé) “Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black”, sintesi puntuale e ispirata dei tre LP che l’hanno anticipato.

Di “Greatest Misses”, compilazione di remix, outtake e registrazioni dal vivo datata 1992, si potrebbe prendere Get Off My Back che, vista con il senno di poi, con le sue citazioni/tentazioni p-funk e le fragranze soul anticipa alcune tematiche sonore del nuovo lavoro.

6. Voci di corridoio annunciavano “Muse Sick-n-Hour Mess Age” come l’album della svolta soul, dello smussamento degli spigoli più acuminati dell’edificio Public Enemy, dello spostamento verso un hip hop “duro e puro”, antipodico al crossover da sempre praticato dai Nostri. Si sono rivelate, se non del tutto false, inaccurate. Questo nuovo LP è tanto innovativo rispetto al “canone Public Enemy” quanto di esso rispettoso. Offre continuità nel cambiamento, insomma.

Così, se un pezzo come Thin Line Between Law & Rape, con i suoi bellissimi campionamenti di organo e sax e i fulminanti break ragamuffin, si pone al di fuori del solco finora tracciato dal Nemico Pubblico, la feroce Bedlam 13:13, tutta costruita su un loop di sirena, rientra a meraviglia in esso. Se What Kind Of Power We Got? è puro James Brown e la magnifica cover di Godd Complex, che fu dei Last Poets (dal loro secondo 33, “This Is Madness”, del ’71), allaccia i Public Enemy a certo suono nero dei primi anni ’70, Whole Lotta Love Goin On…, Give It Up, What Side You On?, la durissima Hitler Day potrebbero far parte di uno qualunque degli altri album dei Nostri. E la presenza (inedita) in diversi brani di un batterista in carne ed ossa non sarà di sicuro sgradita al pubblico rock.

“Muse Sick-n-Hour Mess Age” è un LP che nulla toglie e più di qualcosa aggiunge (impresa a questo punto davvero non da poco) alla vicenda Public Enemy. Certo che una copertina così… Ma manco gli Iron Maiden!

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.1, novembre 1994.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (40)

Ma anche sì. E poi si ricomincia.

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Presi per il culto (26): Autosalvage – Autosalvage (RCA Victor, 1968)

New York sulla mappa di certo suono secondi ’60 occupa cantucci eccentrici. Non un caso secondo me che agissero lì i due gruppi che trafficavano maggiormente, prevalentemente, quasi esclusivamente con marchingegni di primitiva elettronica: Lothar & The Hand People e Silver Apples. Lì operavano anche gli Autosalvage. Se ne è scritto pochissimo, i pochi che li hanno presenti routinariamente li dicono zappiani ma è una questione più di incroci e simpatie che non di reali affinità. A ventiquattro anni dalla riedizione su Edsel di un unico, omonimo album dato alle stampe in origine vent’anni prima ancora, la fonte più estesa di notizie su costoro restano le scarne note di copertina di Brian Hogg. Lì, avendo comprato il disco al volo senza saperne nulla ma fidandomi del marchio (fiducia mai tradita), apprendevo che erano il cantante e chitarrista Thomas Danaher e il cantante, oboista, pianista e batterista Darius LaNoue Davenport a porre le basi, sin dal ’66, per un lavoro condiviso che decollerà quando il duo si farà trio e poi quartetto. Pure lui appassionato di bluegrass ma sempre più attratto da un rock in crescita disordinata quanto entusiasmante, il chitarrista, banjoista e dulcimerista Rick Turner si univa presto alla compagnia, portando in dote un piccolo bagaglio di professionismo messo assieme con Ian & Sylvia e, da turnista, con Felix Pappalardi. Figlio d’arte Davenport, essendo il padre un musicista classico. Fratello d’arte Skip Boone, dello Steve dei Lovin’ Spoonful ed era stato lui a insegnargli i rudimenti del basso. Eclettico come i neotrovati compagni, se la cavava bene anche con il piano e se vi siete segnati la strumentazione avrete inteso che gli Autosalvage ce l’avevano nel DNA di non essere una rock band qualunque. Era Frank Zappa (eccolo!) a procurare ai ragazzi un contratto discografico e peste colga quelli così sospettosi da chiedersi perché con la RCA, quando il Baffo di Cucamonga era all’epoca domiciliato chez Verve.

Conosco un posto in alta montagna, in Svizzera, dove ci sono laghi, alberi, sentieri fra i boschi… e musica… bella musica dappertutto”: è una seducente voce femminile a profferire queste bislacche parole prima che la musica occupi il proscenio con il brano che dà il nome al gruppo e all’opera, intrecciando alquanto brillantemente Lovin’ Spoonful (ma guarda!) e Jefferson Airplane, beat e barocchismi non troppo… barocchi. Bel pezzo, ma non il più incisivo e difatti la RCA per promuovere il 33 faceva uscire a 45 giri il byrdsiano carillon Rampant Generalities, accoppiandolo ai Beatles a braccetto con i Tomorrow di Parahighway. A proposito di Fab Four: è Turner oppure Danaher a identificarsi mimeticamente con George Harrison in A Hundred Days? Pregasi suggerirla come rilettura a dei redivivi Dukes Of Stratosphear con una voglia matta, se la contraddizione in termini è consentita, di apocrifi autentici. C’è una cover, con il Leadbelly di Good Morning Blues inturgidito alla Cream, e il resto vaga senza posa fra psichedelia e vaudeville, qui del raga e là del fuzz, esageratamente in una The Great Brain Robbery da ovazioni anche solo per il titolo. Forse la mia preferita, ma dentro un album cui paradossalmente l’estrema varietà conferisce un’unitarietà spinta: da godere come un tutt’uno, senza momenti che si stacchino particolarmente.

Vendite? Insignificanti e pochi mesi dopo gli Autosalvage già non esistevano più, Boone e Davenport trasferitisi a Boston per fare da sezione ritmica a tali Bear, titolari l’anno dopo su Verve Folkways di un primo album, “Greetings, Children Of Paradise”, che come nel caso di “Autosalvage” sarà pure l’ultimo. LP se possibile ancora più sfigato di quell’altro, che quantomeno ha avuto alcune ristampe ove nessuno ha mai provveduto a riportare nei negozi i Bear. Mai neanche piratato, “Greetings…”, ed è faccenda discretamente clamorosa se si considera che dei ’60 è stato recuperato poco meno che tutto. Eppure non è affatto una schifezza, fra altri echi di Lovin’ Spoonful e dei Beatles girati country’n’western, schizzi di jazz e progressive, cantautorato da border, pop a bagno nell’LSD e un presagio di metal. Il tastierista Eric Kaz farà il percorso inverso rispetto a Boone e Davenport, raggiungendo a New York i Blues Magoos. Fra gli ex-Autosalvage l’unico a riuscire a vivere di musica sarà Turner, reinventandosi liutaio. Fra i suoi clienti più affezionati un certo Ry Cooder.

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Dell’assurdità delle playlist di fine anno

Immancabilmente il primo, Stefano Isidoro Bianchi già me l’ha chiesta a inizio mese, la dannata lista dei migliori album dell’anno secondo me. Altri lo hanno seguito a ruota e non ho potuto e non potrò esimermi. Alcuni anni fa, oltre a non esimermi accompagnai l’elenchino inviato al SIB con un breve pezzo in cui deploravo l’ormai patente assurdità del rito. Ve lo ripropongo. Nel frattempo, a), la situazione è incredibilmente, ulteriormente degenerata rispetto ad allora e, b), io ho smesso di farmene innervosire.

Mi pare fosse Groucho Marx che diceva “non vorrei mai fare parte di un club che mi accetti come socio”. Ogni tanto la penso allo stesso modo. Il club di cui ho in tasca una metaforica tessera è estremamente elitario: quello di chi in Italia scrive di rock (e più o meno estesi dintorni) non solo per passione ma per mestiere. Tolti quelli dei quotidiani, coloro che ricavano la maggior parte dei loro guadagni da contratti con la RAI o dall’attività di DJ e i direttori di giornali che sono pure editori, le persone che posso considerare colleghi stanno sulle dita di due mani. Ne avanza pure qualcuna. Siccome altro è l’argomento di questa cavata di sassi dalle scarpe, non vi tedierò diffondendomi troppo sul perché e il percome siamo così pochi. Riducendo all’osso, il motivo si chiama “mercato”. Le riviste musicali vendono poco e di conseguenza pagano poco, qualcuna perdipiù accampando balzane pretese di esclusiva sulle firme. Così i più scrivono per hobby. Soltanto chi è fortissimamente motivato riesce – se vale qualcosa  e dopo lustri di disumani sacrifici (si rinuncia a tutto, tranne che a una mostruosa collezione di dischi) – ad arrivare a guadagnare quanto basta per vivere di stenti. Capoccia dura e coglioni di marmo sono requisiti essenziali per raggiungere tale traguardo. Ma non mi lamento. Faccio un lavoro che adoro e senza muovermi da casa. Che diamine! Mi pagano per ascoltare musica, che è una cosa che farei comunque.

Sono arrivato al punto. Fino a qualche anno fa avrei detto piuttosto: “mi pagano per scrivere di musica”. Ma con l’incremento geometrico delle uscite discografiche indotto dall’avvento del CD e con la durata media di un album in costante ascesa, l’impegno più gravoso è diventato scrutinare, non commentare. Per scrivere una recensione della raccolta di remix dei Jazzanova, tanto per dire, posso metterci da uno a tre quarti d’ora, ma per ascoltarla una volta (il che naturalmente non basta per giudicarla con cognizione di causa) ho impiegato due ore e quaranta minuti. È un esempio limite? Solo se non si considera che, pur prestando la mia opera a più giornali, riesco a occuparmi sì e no del 20% di quanto distributori e case discografiche graziosamente mi spediscono (non vi dico poi quanti ne compro, di CD). E per scegliere quel 20% devo ascoltare tutto. Nei giorni in cui non esco di casa accendo lo stereo alle otto di mattina e non lo spengo prima delle dieci o delle undici di sera. Ciò nonostante, devo ammettere che non ce la faccio più a stare dietro a quanto viene pubblicato.

Ho fatto un calcolo approssimativo (per difetto): in questo 2000 sono passati sul mio impianto 1500 album nuovi (ve lo scrivo pure in lettere: millecinquecento). Troppi perché io abbia potuto metabolizzare anche soltanto quel famoso 20% di cui sopra e nel contempo troppo pochi per padroneggiare una produzione che (pur considerando soltanto gli ambiti che seguo) è cinque o sei volte tanto. Il giorno che, mettendo a posto gli ultimi quattro mesi di arrivi, ho fissato smarrito una copertina e ho realizzato che, per ricordarmi di che cazzo di disco fosse, avrei dovuto rileggermi una recensione che io avevo firmato, mi sono reso conto che il livello di guardia era stato superato. Ora, immaginatevi uno che fa il critico per sport (a “Blow Up” tutti, tranne il sottoscritto e un altro) e che quindi non può farlo che nei ritagli di tempo: quando li ascolterà lui, nell’arco di dodici mesi, quei (mettiamo) 1000 dischi? E,  a fine anno, come farà sensatamente a dire “questi sono i quindici migliori”?

Anche in altri tempi – quando ho cominciato a scrivere (era il 1983) – ho sempre considerato gli scrutini di fine anno (quando non strettamente “di genere” e fatti da superesperti del settore in questione) un’operazione nel migliore dei casi divertente, nel peggiore presuntuosa. Ma fino ai tardi ’80, impegnandosi molto, si poteva riuscire ad avere un discreto sguardo d’assieme sull’annata. Oggi è assurda e basta. Ci sono dischi che ho in casa da maggio e ai quali non ho ancora tolto il cellophane perché non dovevo recensirli e mi sono detto: “Questo lo ascolto solo per mio piacere personale, quando avrò tempo”. Non ho mai tempo. Ci sono dischi che, fidandomi di quanto scritto da altri (sulla carta parevano interessanti) e non riuscendo a trovarli, ho chiesto, proprio in previsione della maledetta incombenza che sapete, allo Stefano Isidoro. Gentilmente me li ha fatti avere. Un mese fa. Sono riuscito ad ascoltare la metà di quanto mi ha spedito. Forse uno dei miei dischi dell’anno sta fra quelli che non ce l’ho fatta a sentire. Sicuro che sta lì. Però, visto che a questo rito non ci si può sottrarre, la mia playlist l’ho compilata lo stesso. Leggetela.

Sappiate che è la mia playlist di oggi, 6 dicembre 2000. Una settimana fa sarebbe stata diversa. Fra una settimana (perché poi, chissà perché, le cose che escono a dicembre sono sempre tagliate fuori), idem. Leggetela e fatevi grasse risate. Non saranno nulla rispetto a quelle che mi farò io, incredulo per non avere considerato questo o quel titolo, fra cinque anni. O più probabilmente l’anno prossimo.

 Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001.

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