R.E.M. 1982-1996 (11): Monster

What’s The Frequency, Kenneth?. Crush With Eyeliner. King Of Comedy. I Don’t Sleep, I Dream. Star 69. Strange Currencies. Tongue. Bang And Blame. I Took Your Name. Let Me In. Circus Envy. You.

Warner Bros, settembre 1994 – Registrato presso gli Ocean Way Recording di Los Angeles, i Criteria Recording Studios di Miami, il Crossover Soundstage di Atlanta e il Kingsway Studio di New Orleans, e mixato al Louie’s Clubhouse e agli Ocean Way Recording di Los Angeles, nella primavera del 1994 – Tecnico del suono: Pat McCarthy – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Se la presenza della morte in “Automatic For The People” è immanente, in “Monster” è spaventosamente reale, in una dedica e in una canzone. La dedica è per River Phoenix, giovane stella del firmamento hollywoodiano spentasi a ventiquattro anni appena sul marciapiede del Sunset Strip, la notte di Halloween del 1993, per gli effetti di un cocktail di alcool, eroina e cocaina. Phoenix aveva molti amici nel mondo del rock cosiddetto “alternativo” e uno di questi, uno fra i più intimi, era Michael Stipe. La canzone è Let Me In, il momento più denso di pathos dell’opera remiana tutta. L’invito, nella cui urgenza si avverte l’inconsolabile tristezza per un evento irreparabile, a lasciarlo entrare che Stipe modula su un urlante muro di chitarre in feedback è rivolto a Kurt Cobain, morto suicida il 5 aprile 1994, nel bel mezzo delle sedute di incisione di “Monster”. Il leader dei Nirvana aveva spesso citato i R.E.M. nelle sue interviste (molto diffusamente nell’ultima, rilasciata a David Fricke di “Rolling Stone”) come un esempio straordinario di integrità artistica. “Se solo riuscissi a scrivere un paio di canzoni al loro livello”, era giunto a dire, dichiarazione che getta una luce abbagliante tanto sulla scarsa opinione che aveva di sé quanto sulla reverenza, da fratello minore a fratelli maggiori per i quali non si sa se nutrire più ammirazione o affetto, con cui guardava ai Georgiani. I R.E.M. – “amor che a nullo amato amar perdona” – avevano apprezzato tanta devozione. Il fatto che Peter Buck si fosse trasferito a Seattle (gli altri componenti del gruppo vivono ancora ad Athens, Mills dividendosi con Los Angeles), a un indirizzo perdipiù prossimo a quello dei Cobain, aveva ulteriormente avvicinato R.E.M. e Nirvana. Scott Litt, collaboratore dei Georgiani sin dal 1987, era stato fra i produttori che avevano messo mano a “In Utero”. Il rapporto, seppure solo telefonico, fra Stipe da una parte e Kurt Cobain e Courtney Love dall’altra si era fatto assai intenso.

Stipe e Cobain avevano discusso di una collaborazione artistica, un’idea del leader dei Nirvana che il cantante dei R.E.M. aveva incoraggiato non solo perché interessato ai risultati di un simile incontro al vertice ma anche perché desideroso di scuotere Cobain, di farlo emergere dagli abissi di disperazione in cui – avvertiva con inquietudine – stava affondando. Non sapremo mai cosa ne sarebbe risultato. Così come non abbiamo potuto ascoltare il successore di “In Utero”, che Cobain vagheggiava “pieno di grazia ed etereo, acustico, come ‘Automatic For The People’”.

Cosa inferire dal fatto che “Monster” più che al suo predecessore somiglia ai Nirvana? È questo l’album rock che i Georgiani avevano pensato che avrebbero inciso quando cominciarono a lavorare ad “Automatic For The People”, che saltò fuori invece come sappiamo. È il disco, fermo restando l’usuale, elevato tasso melodico, più ruvido e anfetaminico mai dato alle stampe dalla banda Stipe. Ma è anche, a dispetto di suoni sovente urticanti e delle circostanze drammatiche in cui fu registrata, un’opera assai meno cupa di quella che l’aveva preceduta, soffusa in più di un momento di un’ironia garbata, con Stipe che prende amabilmente in giro la sua condizione non cercata di rockstar, gli obblighi che questa comporta, le situazioni imbarazzanti in cui può porre. E parla di sesso come mai aveva fatto. “L’argomento di ‘Automatic For The People’ era la morte, quello di ‘Monster’ è il sesso”, dichiarò.

È pure l’album in cui maggiormente rifulge il talento chitarristico di Peter Buck, il cui strumento – ora ruggente, ora sinuoso, ora lirico – domina il proscenio, riempie ogni spazio, dà lezioni di misura e di stile anche quando è clamorosamente sopra le righe. In comune con il musicista di “Chronic Town”, di “Murmur”, di “Reckoning”, che sfruttava al massimo la sua limitata padronanza dello strumento, il Buck di “Monster” ha solo il buon gusto e una conoscenza enciclopedica della storia del rock.

È infine, “Monster”, un LP fatto apposta per essere suonato dal vivo, ché l’eccitazione che trasmette ascoltandolo in solitudine nella propria cameretta è già straripante. Non volendo più presentare in concerto buona parte del materiale sfruttato fino all’usura nell’interminabile tour di “Green”, i R.E.M. necessitavano di un numero cospicuo di brani nuovi per potere tornare “on the road”. Monster era il terzo disco post-“Green” e dunque la scaletta era ormai adeguata alla bisogna. Il rock roboante del nuovo LP integrava a meraviglia il pop di “Out Of Time” e il crepuscolarismo di “Automatic”.

What’s The Frequency, Kenneth? inaugura l’album, e lo precedette su  un mini, con un riff micidiale e un ritornello di quelli che si imprimono nella memoria sin dal primo ascolto. Un inizio ideale per uno spettacolo in una grande arena e difatti aprirà ogni tappa del primo tour dei R.E.M. degli anni ’90. Invariabilmente seguito a ruota, pure dal vivo, da Crush With Eyeliner, marcatamente grunge e memore della lezione dei Sonic Youth, il cui chitarrista Thurston Moore è ospite e inscena superbi incontri/scontri con Buck. Il cantato di Stipe è spudoratamente loureediano, il ritornello glam allo stato puro. L’amalgama risulta perfetto. Le chitarre si mantengono grunge anche nella successiva King Of Comedy, mentre la ritmica squadrata sa addirittura (titolo di lavorazione: The Disco Song) di Studio 54 anno 1977 o 1978. Protagoniste di I Don’t Sleep, I Dream sono la batteria di Berry, marziale, e la voce di Stipe che nel ritornello si fa acuta, efebica. Star 69 è garage alla Count Five riveduto e corretto secondo modalità Stooges.

Il centro di “Monster” è occupato dai due soli titoli che richiamano le atmosfere di “Automatic For The People”. A sfavore di Strange Currencies tocca annotare che plagia lampantemente Everybody Hurts. Sì, l’andatura ritmica è più sostenuta, il suono più pieno, ma la canzone è sostanzialmente la stessa. A suo favore bisogna dire che il testo, una dichiarazione d’amore profferita in ginocchio con accenti adolescenziali, è il più lineare mai scritto da Stipe e uno dei più intensi. Pigra e sexy, Tongue esibisce un cantato in falsetto che richiama alla memoria Smokey Robinson. È la performance più soul di sempre di Messer Stipe.

Ombre di T-Rex si allungano invece su Bang And Blame e  I Took Your Name, che prelude all’apice emozionale di Let Me In, laddove Circus Envy ricorda il classico dei Television See No Evil, spesso ripreso dal vivo dai Nostri. La conclusiva You è dilatata, inebriantemente psichedelica.

Quanto sia consolidata la reputazione dei R.E.M., quanto sia loro fedele il pubblico è dimostrato dal fatto che un LP lontano dal loro canone, e di fruizione qui e là non facile, quale è “Monster” debuttò nelle classifiche di “Billboard” al numero uno.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

3 commenti

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3 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (11): Monster

  1. sonica

    Quando il disco uscì, non mi prese subito. Strange Currencies e Bang and Blame le ascoltavo in continuazione, ma il resto passava un po’ in sordina. A distanza di tempo l’ho riascoltato ed ora è uno dei miei disschi preferiti dei Rem. Vince sulla distanza

  2. el murro

    deve essere saltata qualche battuta nella trascrizione del testo: il riferimento a Smokey Robinson meglio si addice a “Tongue” (infatti l’unico pezzo in scaletta mai nominato nell’articolo) che a “Bang and Blame”.

    • Non so bene a che altezza, ma probabilmente quindici anni fa, è successo qualche casino e in tutta evidenza un titolo è saltato e le sue caratteristiche sono state in parte attribuite a un altro. E formattando il testo per VMO non me ne sono accorto. Adesso ho editato il tutto e il racconto del disco ha di nuovo un senso in toto.
      Grazie per la segnalazione.

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