Matthew E. White – Big Inner (Hometapes/Spacebomb)

Elegante abito candido sfoggiato sulla copertina di questo suo primo album da cantautore tale e quale a quello che Eric Clapton esibiva all’altezza del suo di debutto da solista, barbone che lo fa parecchio somigliante al fu Bob “The Bear” Hite dei Canned Heat, devozione totale per Randy Newman esplicitata a quanto sembra qualche tempo fa suonando alla porta di casa del suo idolo e allungandogli dei demo, il virginiano Matthew E. White ha un’evidente ossessione per gli anni ’70 e una doppia vita. Musicalmente parlando, intendo. Nell’altra è leader di tali Fight The Big Bull, combo – così leggo – di jazz d’avanguardia e francamente stento a immaginarmelo in tale guisa dopo avere ascoltato e riascoltato i sette brani che sfilano nei quarantuno minuti netti di “Big Inner”. In questa per un verso quasi deve schernirsi per quante e quanto sperticate lodi lo stanno sommergendo, per un altro difendersi dalle accuse di plagio che non poteva non attendersi per Will You Love Me: imbarazzantemente simile – per così dire – al grande classico del compianto Joe South Games People Play e non si capisce proprio perché il nostro uomo sia andato a ficcarsi in un simile casino, posto che cita esplicitamente lo stesso South come un’influenza formatrice e che comunque accredita come co-autore… Jimmy Cliff. Però sarebbe un peccato se ci si facesse distrarre da un incidente di percorso tanto incomprensibile quanto senza scusanti e si perdesse di vista il molto di buono che offre un esordio intrigante e piacevole quanto pochi altri quest’anno.

Questione ancora prima e più che di scrittura, ché oltretutto altri due brani dovrebbero essere cover anche se per quanto mi riguarda i presunti originali non li ho mai sentiti, di una qualità degli arrangiamenti invero rimarchevole. Sono codesti – stratificati ma leggeri, mossi ma solidissimi – a rendere “Big Inner” il successo che è, a fare plausibile (testi esclusi: il cinismo qui non è di casa) il paragone con il Randy Newman culo (soul) e camicia (hawaiiana) con quel genio panamericano di Van Dyke Parks. C’è una cifra di tale premiata ditta (e di conseguenza di certo Harry Nilsson) nell’orchestrazione importante ma per niente pesante di One Of These Days, nel ricamare di archi malinconici e nello sbuffare di ottoni ammiccanti di Gone Away, nell’ancorarsi di un arrangiamento ascendente e leggiadro a una ritmica pulsante (salvo decollo nel finale verso un empireo abitato da Sun Ra ed è il solo momento che sa di jazz non tradizionale) di Hot Toddies. Questo principalmente ci sento io, oltre a notare un rimando fulmineo ai Beatles e un dilagare di gospel vudù alla Dr. John in Big Love (Steady Pace offre carnascialesca replica), laddove un lettore più giovane coglierà magari prima un afflato Lambchop, un’eco di National, magari qualcosa (ina-ina) di un Will Oldham. Ci troveremo d’accordo sulla conclusiva Brazos, quasi dieci minuti ondivaghi e ossessivi nei quali smarrirsi: sono gli Spiritualized. E invece no: è Jorge Ben, ci rivela l’ineffabile Matthew.

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