Menahan Street Band – The Crossing (Daptone)

Verrebbe da dire al recensore, con il sublime Montale di Non chiederci la parola, che della Menahan Street Band si fa più in fretta (e già e giustamente lo notava Steve Leggett a proposito del precedente e vecchio ormai quattro anni “Make The Road By Walking”) a dire ciò che non è. Non è un gruppo di soul o di funk o di rhyhm’n’blues, per quanto tutti i suoi numerosi componenti arrivino da formazioni (Antibalas, Budos Band, Dap-Kings) che suonano esattamente soul, funk e rhythm’n’blues. Non si può catalogarla alla voce “jazz”, a dispetto di abilità tecniche che consentirebbero benissimo a costoro di confrontarsi con una scuola le cui lezioni mettono a buon frutto in un momento sì e in un altro pure. Non fa colonne sonore, la Menahan Street Band (il nome viene dalla via di Brooklyn in cui è domiciliato il produttore Thomas Brenneck), ma non ci sarebbe da stupirsi se qualche regista avanzasse presto (sorprendente è semmai che ancora non sia avvenuto) proposte di quelle che non si possono rifiutare. Non ti verrebbe mai invece da collegarla all’hip hop ed è stato esattamente l’hip hop a determinarne le fortune. Vendeva modestamente l’album d’esordio, ma fra quanti lo acquistavano c’era Jay-Z e ci pensava lui a portarlo in classifica indirettamente, facendo girare il successone Roc Boys (And The Winner Is…) su un campionamento della traccia che quel disco lo intitolava. Anche Kid Cudi e e 50 Cent hanno attinto a quei solchi e sono arrivati di conseguenza diritti d’autore bastanti ad allestire lo studio nel quale “The Crossing” è stato registrato. Che altro non è questa band? Be’, a chiamarla “supergruppo”, come in tanti fanno, si dà al termine un’accezione assai diversa da quella nell’uso corrente dai Cream in avanti, siccome qui non è di stelle o stelline che stiamo parlando bensì di eccezionali turnisti, di quelli i cui nomi vanno cercati nei crediti. Manco gli addetti ai lavori in realtà saprebbero elencarli a memoria. Bene, questo non-supergruppo ha realizzato un altro superdisco in cui c’è un po’ di tutto quanto elencato dianzi e tanta altra roba ancora. È proprio “tanta roba”, “The Crossing”.

Come non individuare, nel pizzicato d’archi che traversa il brano che inaugura e battezza, della neo-cameristica? Non c’è più di qualcosa di Shipbuilding nell’attacco di una Three Faces che cuce con un synth esagerato il passaggio da uno struggersi di ottoni a uno slargo blaxploitation che porta in zona corrida? Qualcuno al giro prima aveva chiamato in causa Morricone e qualcosa di costui si potrebbe rinvenire anche stavolta e in particolare nello spaghetti-western metropolitano di Bullet For The Bagman (ma in fondo il Maestro è ovunque) e tuttavia paiono altri i nomi da fare volando al cinema: John Barry per Lights Out, un Henry Mancini inopinatamente ritrovatosi a porre mano a “Shaft” in luogo di (o in collaborazione con) Isaac Hayes per Sleight Of Hand. Quando Everyday A Dream trotterella indecisa fra lounge e soul inacidato e Driftwood azzarda blueseggiando seduzione virilmente tenera. Mettiamola così: se quest’anno volevate comprare un’unica collezione di strumentali già dovreste esservi portati a casa i Calibro 35 e siete a posto così, ma nel caso intendeste arrivare a due… Resterà un segreto fra noi, fintanto che non ci butterà l’orecchio un Jay-Z.

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