Presi per il culto (24): The Savage Resurrection – The Savage Resurrection (Mercury, 1968)

Caratteristica lo è e non poco. Inconfondibile? Assolutamente. Ma bella proprio no e neanche un fan di prima categoria come il sottoscritto si azzarderebbe mai ad affermare il contrario. Nessuno con mezza diottria più di Stevie Wonder potrebbe sostenere che la copertina dell’unico LP mai dato alle stampe dai californiani Savage Resurrection vada annoverata fra i capisaldi dell’arte grafica applicata alla discografia del Novecento. Gli scarni crediti tacciono misericordiosamente il nome del responsabile dell’imbarazzante collage di immagini medioevali e moderne del retro, così come di un davanti che, a un affresco di argomento religioso presumibilmente del XII o XIII secolo, sovrappone una floreale, fiammeggiante esplosione che fra lingue di fuoco effigia i volti dei componenti del complesso. Dubito di avere mai fatto di peggio alle medie e vi garantisco che a educazione artistica più che scarso ero un caso umano. Eppure io le voglio bene a ’sta copertina, che mi colpì, tanti ma tanti anni fa, come un pugno in un occhio mentre scartabellavo fra allora fresche ristampe di dubbia o nulla legalità nel magazzino di un noto importatore milanese. Impossibile non notarla. Tirai su. Non avevo la minima idea di cosa mi stessi portando a casa, ma il rischio era modesto – ci avrei rimesso al più un paio di mille lire a fare cambio se insoddisfatto – e la curiosità tanta. E da quel giorno “Savage Resurrection” è fisso nella mia lista dei culti, dell’era psichedelica in particolare ma non solo. Dischi che spessissimo ho pagato pochi spiccioli e assai raramente cifre importanti. Dischi che il trascorrere del tempo ha talvolta vendicato e altri che continuano a restare patrimonio di happy few. In alcuni mi sono imbattuto per caso e qualcuno l’ho inseguito per decenni. E mica tutti sono capolavori, eh? È che a un disco per essere “di culto” quasi quasi giova qualche imperfezione, siccome non è delle top model che ci si innamora ma della fanciulla della porta accanto. Copertina a parte, di imperfezioni il solo LP licenziato dal quintetto formato nel 1967 dai chitarristi Randy Hammon e John Palmer, dal cantante Bill Harper, dal bassista Steve Lage e dal batterista Jeff Mayer ne ha eccome. Una produzione mediocre, per cominciare, e dire che fu registrato in uno studio allo stato dell’arte per l’epoca, ventiquattro piste quando giusto un anno prima i Beatles si erano dovuti accontentare di quattro per “Sgt. Pepper’s”. E poi un pezzo che definire un riempitivo è una gentilezza: Appeal To The Happy è una Johnny B. Goode per teste acide che credono che tutto sia permesso e non lo è, non in pubblico. Dazio ognimmodo insignificante da pagare per un’opera che altrimenti, aggirandosi fra il passabile e il notevole, sconfina in un frangente nel meraviglioso.

È Tahitian Melody a giustificare queste righe. Abbagliante. Pensate ai Love di “Forever Changes”. Incrociateli con gli Spirit dell’omonimo debutto. Ecco. È Tahitian Melody che rende a mio avviso irrinunciabile “Savage Resurrection”. Ma il resto, eccettuato l’obbrobrio citato dianzi, le fa degna corona: dalle affini Thing In “E” e Talking To You a una Jammin’ fra blues e oleografie d’Oriente, da una Fox Is Sick sculettantemente, flemmaticamente fra Hendrix e i Cream a una Remlap’s Cave, Part II con in tralice gli Who, da una Someone’s Changing che troppo presto si accende/spegne in una coda di feedback a una Expectations che espande un Bo Diddley apocrifo alla maniera dei Quicksilver Messenger Service primevi.

Mi faceva un bel favore e dispetto Nick Saloman, in arte Bevis Frond. Non molto dopo che mi ero portato a casa il fascinoso articolo conquistava la ribalta delle fanzine celebranti il rinascimento psichedelico – per breve tempo, pure della stampa più ufficiale – e prendeva subito a tessere le lodi di una sigla il cui mistero (Internet ancora una faccenda per autori di fantascienza) non ero riuscito in alcun modo a dissipare. Niente più amici da stupire con il mio scricchiolante tarocco. Qualcuno invidioso, in compenso, visto che le copie illegali sparivano in fretta dalla circolazione e gli originali si rivelavano inavvicinabili. Dovranno aspettare il 1999 e una riedizione in digitale su Mod Lang organizzata, più che autorizzata, dal gruppo stesso i curiosi, venendo ricompensati da suoni più all’altezza, un bel libretto e, in aggiunta al programma di partenza, tre peraltro prescindibili bonus, una Thing In “E” e una Tahitian Melody alternative e una River Deep, Mountain High banalmente garagistica. Si trova ancora il CD in questione, costa due lire e, avrete inteso, vale la pena di cercarlo. Gira viceversa a prezzi senza senso una stampa See For Miles successiva di un anno e senza aggiunte. Da evitare il vinile Tapestry di metà anni 2000.

2 commenti

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2 risposte a “Presi per il culto (24): The Savage Resurrection – The Savage Resurrection (Mercury, 1968)

  1. Francesco

    Io pensavo di essere allo stadio terminale della psichedelia ma anche il VM vedo che non scherza. Con questo disco mi è capitata esattamente la stessa cosa, tirato su in quel di Pisa da gasoline (grande negozio di dischi poi il locale passò alla wide, non so se esiste ancora) per la copertina. Non è mai diventato una mia fissa (come per esempio lo sono da sempre i conqueroo, scoperti negli stessi anni grazie ad una ristampa della 5 hours back) ma non è male.

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