Questo era un altro mondo: il primo album dei Massive Attack

A chi sul finire degli anni ‘90 mi chiedeva quali fossero stati gli ultimi dischi a cambiare  sorti e traiettorie del rock nell’accezione più ampia del termine, rispondevo invariabilmente elencando i cinque titoli – e curiosamente dimenticandone un sesto al pari imprescindibile: “Loveless” dei My Bloody Valentine – messi in fila all’inizio di questo breve pezzo che scrissi per “Blow Up” nel 1999: tutti lavori pubblicati nel ’91 e c’era da trarne pessime conclusioni sullo stato di salute creativa della musica attorno alla quale tuttora gira il nostro (mio e di te che mi stai leggendo) mondo. E che dire allora oggi? Darei la stessa risposta e sfiderei chiunque a smentirmi.

I tre album che maggiormente hanno influenzato ciò che ci ostiniamo a chiamare rock nel corso degli anni ‘90? Facile. In ordine di apparizione, “Spiderland” degli Slint, “Blue Lines” dei Massive Attack,  “Nevermind” dei Nirvana. Tutti e tre pubblicati nel 1991. Volendo arrivare a cinque, si possono aggiungere “Screamadelica” dei Primal Scream e “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers. Anch’essi usciti quell’anno, cosa che dovrebbe indurre a qualche riflessione su questo decennio. Ma se si tratta di scegliere un solo titolo a rappresentarlo non ho dubbi: voto “Blue Lines”.

Un autentico UFO quando apparve, il primo 33 giri della posse bristoliana ribattezzatasi per qualche tempo solo Massive (erano i mesi degli attacchi aerei, giustappunto massicci, sull’Iraq). Non ci avevano preparato a tanto né il cruciale esordio dei Soul II Soul, magistrale sintesi di tutta la musica nera degli ’80 (hip hop, house, reggae, rhythm’n’blues) né i misconosciuti e prodigiosi Yargo, andati un passo oltre  innestando nevrosi post-punk su sensuali blues del crepuscolo. Azzardavano  di più 3D, Mushroom e Daddy G, spalleggiati al tempo dal giovane Tricky e potendo contare sulle formidabili corde vocali di Horace Andy e Shara Nelson: mandate a memoria le lezioni del concittadino Pop Group e della sua progenie Rip Rig + Panic, così come della On-U Sound, le inserivano negli scenari delineati dall’epocale “Club Classics Vol.1” (gioverà ricordare che Nellee Hooper aveva fatto parte, con tutti i futuri Massive Attack, del sound system The Wild Bunch), ridisegnandoli così completamente. Con risultati letteralmente inauditi.

Per chi seppe ascoltare e ascoltando intese (per fare la tara a certi critici nostrani è sufficiente andare a rileggersi cosa scrissero, o piuttosto non scrissero, al tempo) bastarono l’iniziale Safe From Harm – il basso che funkeggia su svagate frenesie percussive, l’aereo cantato soul risucchiato da un terreno, imperioso parlato – e la successiva One Love, a mezza via fra il dub e ciò che molto, molto più tardi si sarebbe chiamato trip-hop, per capire che questo era un altro mondo. Impressione confermata appieno dall’indolenza hip hop che gradualmente si metamorfizza in languori alla Marvin Gaye della title-track, dall’appassionata rilettura post-moderna (una contraddizione in termini, lo so) di un classico “minore” del soul quale Be Thankful For What You’ve Got e dalle slabbrature post-psichedeliche di Five Man Army. E non era che la prima facciata! Persino superata da una seconda aperta e conclusa da due capolavori. La migliore sintesi fra profondità dub, voce e archi soul, piano house e scansioni hip hop in cui possiate imbattervi: Unfinished Sympathy. E l’unico convincente caso di soul impigliato nelle maglie di tessiture industrial: Hymn Of The Big Wheel.

Bellissimo, innovativo, straordinariamente influente: “Blue Lines” appartiene all’ultraelitario club dei dischi che è impossibile sopravvalutare.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.19, dicembre 1999.

27 commenti

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27 risposte a “Questo era un altro mondo: il primo album dei Massive Attack

  1. el murro

    e togliere i pepperoncini (disco che permane immane, comunque) per lasciar posto ad un “Laughing Stock”?
    Ad ogni modo un sempiterno grazie, a te ed alla ballotta di Velvet (MDD e Sarram in primis), per aver saputo cogliere sin da subito l’epocalità di “Blue Lines”, quasi unici in Italia (Campo su “Rockerilla” lo congedò in due-righe-due, pur benevole, e solo “Fare Musica” ne trattò diffusamente).

  2. roberto

    e chi ha raccolto il seminato di Hollis? james Blake e ancora non lo sa?

    • Giancarlo Turra

      Nessuno con tale sapienza. Nemmeno Hollis stesso, così che ha deciso per un rispettoso – e rispettabilissimo – silenzio. Facessero tutti così…

  3. el murro

    Uhm, si parlava di “seminalità”, chiedo venia, avevo letto di fretta… 😦
    (Non che ci non ci siano stati gruppi influenzati da Hollis e soci, comunque: i Bark Psychosis, certe cose su Kranky, i Rachel’s – a detta del fu Noble -, i Bed…)

  4. Su Blue lines e il 1991 in simbiosi col Venerato, senza se e senza ma.

    Il mio tributo ad Unfinished sympathy:
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2012/09/20/45-45s-at-45-unfinished-sympathy-massive-attack-1991-2445/

    …ed il mio inno ai Nirvana e al 1991
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2012/09/22/45-45s-at-45-come-as-you-are-nirvana-1991-2545/

    Infine, un pensiero grato a Radio Popolare e a Paolo Minella in particolare, che mi fecero scoprire in diretta i Massive Attack.

  5. filippo1

    oh, beh, mi pare che Ok Computer e il primo dei Muse (mi sfugge il nome al momento) siano dimenticanze pesanti. Che poi pure a me piace di più Loveless, che c’entra…

    • Giancarlo Turra

      beh…. i Muse, cough cough…. uh… mi chiede il barista sotto casa “ma perché nei dischi più importanti dei ’70 non c’è A Night At The Opera e negli ’80 non avete messo Sparkle In The Rain?” C’è sempre un motivo, rispondo io, ma non glielo dico. Metti che poi mi sputa nel cappuccino…

      • Alfonso

        Però nei 1000 dischi fondamentali A Night at the Opera lo avete infilato, e pure in seconda fascia…

  6. filippo1

    Io i Muse li manderei tranquillamente a zappare con le unghie, qui pero’ non stiamo parlando dei dischi più belli ma di “ultimi dischi a cambiare sorti e traiettorie del rock nell’accezione più ampia del termine”

  7. Tjus

    Beck (mellow o odelay)? Bjork?
    umilmente

    • Non è la bellezza del singolo disco l’argomento della discussione. Dal 1991 ne sono naturalmente usciti a decine di bellissimi, di assolutamente memorabili. Nessuno però, pare a me, che abbia fatto “succedere cose” in misura paragonabile ai sei titoli qui elencati. E non lo affermo con compiacimento, naturalmente, bensì con un forte sentimento di delusione.

      • Giancarlo Turra

        “Nessuno però, pare a me, che abbia fatto “succedere cose” in misura paragonabile ai sei titoli qui elencati. E non lo affermo con compiacimento, naturalmente, bensì con un forte sentimento di delusione.” Come direbbero i GGiovani, quoto in toto.

      • Tjus

        E vabbè, m’avete convinto.. ma solo se parliamo di “succedere cose” nei 90’s; se invece parliamo di “succedere cose” in generale (e quindi anche dal 2000 in avanti), a me pare che Bjork, Beck, ma anche i Radiohead se la giochino alla pari con quelli citati.
        E aggiungo – probabilmente facendo la figura del nerd – che l’influenza di ‘In The Aeroplane Over The Sea’ dei Neutral Milk Hotel, per lungo tempo solo carsica,si è rivelata enorme su un certo modo di fare musica negli anni 00’s (dal lirismo narcisista di bright eyes all’epos collettivo e l’approccio spesso bandistico di arcade fire ed innumerevoli emuli..).

  8. stefano campodonico

    Shara Nelson, di tutte le delizie che offre questo album, questa è quella che maggiormente mi è rimasta in testa.Notevole anche Nicolette che troveremo poi in Protection, non trovi?

  9. filippo1

    poi basta che in realtà si doveva parlare dei Massive Attack, ma i Muse riempiono stadi, frequenze radio, piacciono agli adolescenti (cosa che non è vera per gli altri dischi citati) e pubblicità. Mi dispiace, ma purtroppo sono un gruppo importante

    • Poi basta… Ma allora anche i Coldplay… No Muse, no Coldplay, no Rolling Stones in 1991…

      • Giancarlo Turra

        “l’influenza di ‘In The Aeroplane Over The Sea’ dei Neutral Milk Hotel, per lungo tempo solo carsica,si è rivelata enorme”.
        Super quoto, da estimatore di quel meraviglioso disco. E, aggiungerei, ha tenuto “in caldo” un certo approccio stralunato ma passionale alla musica, in anni in cui stava – sta tuttora – svanendo tra citazionismi, ammiccamenti, ironia e distacco.

    • david mariotti

      Sono un gruppo che vende, non c’è dubbio, ma per me stanno al buon rock come Moggi stava al calcio pulito.

  10. david mariotti

    Non dirmi che sei un nostalgico di Lucky Luciano…

    • Nostalgico no. Fiero difensore di tutto quello che venne conquistato sul campo in anni in cui fra l’altro la Juventus fu per quattro volte finalista nella massima competizione continentale, assolutamente sì.
      Ma suggerirei di riservare eventuali dibattiti sul calcio alle pagine di Facebook, lasciando fuori da queste un argomento tanto scivoloso.

  11. nicola

    va sottolineato anche l’uso dei campionamenti che hanno fatto i massive attack in quel disco, un utilizzo assolutamente innovativo, non un sample intrusivo ma una cosa assolutamente affine alla canzone e funzionale all’insieme come il basso di safe from harm che è quello di stratus di billy cobham, per non parlare del campione di isaac hayes e della mahavisnu orchestra in one love, del campione di batteria di tom scott in blue lines che poi è stato ricampionato decine e decine di volte etc etc

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