Some Kind Of Wonderful – Dusty (Springfield) Vs. Joss (Stone)

Fra le tante altre stamani ho scritto una recensione, per “Il Mucchio”, del nuovo album di Joss Stone. È stato un vero piacere potere tornare a dir bene, per quanto in breve, di un’artista che alla sua apparizione alla ribalta mi aveva fatto perdere la testa, salvo poi deludermi progressivamente sempre di più a ogni successiva uscita. Pubblicato a quasi nove anni dal primo, il secondo volume delle cosiddette “Soul Sessions” rinnova il miracolo di una cantante bianca e, non bastasse, inglese capace di declinare black music classica di scuola Atlantic/Stax a un livello interpretativo degno delle gigantesse del genere. Era già successo una volta in precedenza, come raccontavo nel 2004 in questo articolo redatto sempre per “Il Mucchio”.

Parla lui, il produttore: “La prima volta che l’ho ascoltata ero insieme attonito ed eccitatissimo. E mi chiedevo: ‘Come è possibile che ci sia così tanto soul in una donna inglese e bionda come Jean Harlow?”. Parla lei, l’artista: “Ho letto interviste al mio produttore in cui diceva che sono la cantante più insicura delle proprie qualità in cui si sia mai imbattuto. Non si rende conto di quanto fossi intimidita dallo studio e dalla gente che c’era. Tutti questi musicisti che hanno suonato con Aretha, e mi raccontavano aneddoti su di lei, e io lì a chiedermi ‘ma cosa ci faccio qui? ma perché mi stanno registrando?’”. Potrebbero essere Steve Greenberg e Joss Stone che raccontano “The Soul Sessions” dai rispettivi punti di vista e invece no. È sempre di un album prodigioso che si sta discutendo, ma lui è Jerry Wexler, lei Dusty Springfield, il disco è “Dusty In Memphis” e l’anno è il 1968. Questa invece è Joss Stone e siamo nel 2003: “Voglio giusto dire a tutti i fans di Aretha Franklin che desidero scusarmi per avere osato rifare All The King’s Horses e che non avrei dovuto, perché la sua versione è inavvicinabile. Tutto ciò che posso dire è che quando l’ho registrata ero impietrita dalla paura”. Cambiano i decenni, cambiano i secoli, immutata resta la disistima che di sé hanno sovente gli artisti più grandi, ove i mediocri fanno ruote da pavone. Altro che scusarsi! Dovrebbe essere orgogliosa, Joss, di come ha reso ancora più immane una canzone che già lo era. E se Aretha ha avuto occasione di ascoltarla probabilmente ha sorriso. Probabilmente ha pensato: “Finalmente. L’erede”.

Trentacinque anni separano due album che sono i più implausibili capolavori di soul al femminile di sempre e viene spontaneo porli uno accanto all’altro in un ideale scaffale. Poi, a pensarci bene, ti accorgi che le differenze sono più che le similitudini. Diversa la situazione delle artefici: ove la Stone è un’esordiente sbucata dal nulla, la Dusty Springfield che andava in Tennessee a incidere con gli stessi turnisti che, oltre che la Franklin, accompagnavano usualmente (per non fare che un nome) Wilson Pickett, era già una star. Alla fama in patria era arrivata cantando folk con un trio famigliare, riciclandosi poi come un’alternativa autoctona  a Dionne Warwick (non a caso nella scaletta di “In Memphis” figura un brano di Bacharach, In The Land Of Make Believe) e allora pure gli States l’avevano abbracciata. Diverso il rapporto con l’attualità: “In Memphis” schizofrenicamente scisso fra scampoli di Tin Pan Alley e prodromi di futuro (in una Breakfast In Bed che annuncia Al Green, nella già citata In The Land Of Make Believe che anticipa la creazione di Gamble & Huff nota come Philly Sound); “The Soul Sessions” operazione di splendida retroguardia. Diverso infine lo stile: nettamente più viscerale il secondo, nelle musiche e nell’interpretazione (però provate a puntare Son Of A Preacher Man sul primo) e sarà forse una questione di ormoni, siccome Joss è assai più giovane di quanto non fosse Dusty quandò travasò struggimenti infiniti nel country-blues di No Easy Way Down ed eleganza zingaro-jazz in The Windmills Of Your Mind. Però però però… Nell’intensità di sentimento che più che trasparire saetta dalle dieci fenomenali sedute soul, si colgono una saggezza e un vissuto innaturali per una bianca sweet little sixteen. Ci sono dei momenti in cui giureresti che sia una matura nera a cantare, magari un’anziana stella tornata a rilucere. Ed è lo stesso straniante effetto – ennesima citazione: l’ultima – che retrospettivamente si coglie scrutinando la Aretha Franklin degli esordi gospel, quattordicenne, così giovane ma così vecchia, vecchissima, dell’età del mondo e del dolore.

È un giallo in cui a essere squisitamente assassinato è il nostro cuore il debutto di Joss Stone, da Ash Hill, Devon. Come l’ultimo Al Green, o il ritorno di Howard Tate, è un album sortito da una capsula temporale per mettere in discussione tutte le fanfaluche su modernità autentiche o presunte. Per ricordarci che alla fine della fiera quello che conta nel pop è la canzone. La Canzone. E ovviamente chi la canta. È un disco fatto per fare a pezzi il 90% di quello che chiamano nu-soul e senza nemmeno volerlo: ma il confronto è impietoso. Poi può darsi che Joss Stone resti un fenomeno da un album soltanto, che la seconda uscita, che è annunciata come autografa e influenzata dall’hip hop, deluda, che se separata dal pigmalione Greenberg (l’uomo che ha curato il cofanetto dei singoli della Stax ma anche colui che ci ha inflitto gli Hanson) la ragazza si sveli un passeggero fenomeno di marketing. Lo dico così, per mettere le mani avanti che non fa mai male, ma senza crederci per un secondo. Fra gli innumerevoli classici d’antan recuperati dalla fanciulla (che ha palle come meloni per avere osato rileggerli dinnanzi alla ciurma di anziani bucanieri dell’errebì che da lei si è fatta capitanare), da Some Kind Of Wonderful (Drifters) a For The Love Of You (Isley Brothers), da Dirty Man (Laura Lee) a I’ve Fallen In Love With You (Carla Thomas), spicca una canzone molto più recente: femminilizzata come Fell In Love With A Boy, la Fell In Love With A Girl degli White Stripes viene completamente trasfigurata e si fa funky-blues alla Albert King. No, non c’è la minima possibilità che Joss Stone sia un bluff.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.573, 6 aprile 2004.

3 commenti

Archiviato in archivi

3 risposte a “Some Kind Of Wonderful – Dusty (Springfield) Vs. Joss (Stone)

  1. Michael Rove

    Vergognosamente, mi sto scaricando Soul Sessions 2. E sono piuttosto ansioso di ascoltarlo.
    CIao,
    M.

  2. Alfonso

    Di Joss Stone all’inizio mi innamorai come del primo John Legend, perdutamente, e da entrambi fui terribilmente deluso quando passarono al peggior nu-soul da programmazione pomeridiana di Mtv (anche se insomma, Mind Body and Soul un pochino mi era piaciuto). Sapere che sono rinsaviti entrambi fa un gran piacere. Speriamo che duri, nel frattempo recupero le prime Soul Session e mi procuro le seconde!

  3. roberto

    sottoscrivo quanto detto da Alfonso e mi complimento col VMO per quel “implausibili capolavori” nonchè per “un giallo in cui ad essere squisitamente assassinato è il nostro cuore”
    Salute

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.