Dell’assurdità delle playlist di fine anno

Immancabilmente il primo, Stefano Isidoro Bianchi già me l’ha chiesta a inizio mese, la dannata lista dei migliori album dell’anno secondo me. Altri lo hanno seguito a ruota e non ho potuto e non potrò esimermi. Alcuni anni fa, oltre a non esimermi accompagnai l’elenchino inviato al SIB con un breve pezzo in cui deploravo l’ormai patente assurdità del rito. Ve lo ripropongo. Nel frattempo, a), la situazione è incredibilmente, ulteriormente degenerata rispetto ad allora e, b), io ho smesso di farmene innervosire.

Mi pare fosse Groucho Marx che diceva “non vorrei mai fare parte di un club che mi accetti come socio”. Ogni tanto la penso allo stesso modo. Il club di cui ho in tasca una metaforica tessera è estremamente elitario: quello di chi in Italia scrive di rock (e più o meno estesi dintorni) non solo per passione ma per mestiere. Tolti quelli dei quotidiani, coloro che ricavano la maggior parte dei loro guadagni da contratti con la RAI o dall’attività di DJ e i direttori di giornali che sono pure editori, le persone che posso considerare colleghi stanno sulle dita di due mani. Ne avanza pure qualcuna. Siccome altro è l’argomento di questa cavata di sassi dalle scarpe, non vi tedierò diffondendomi troppo sul perché e il percome siamo così pochi. Riducendo all’osso, il motivo si chiama “mercato”. Le riviste musicali vendono poco e di conseguenza pagano poco, qualcuna perdipiù accampando balzane pretese di esclusiva sulle firme. Così i più scrivono per hobby. Soltanto chi è fortissimamente motivato riesce – se vale qualcosa  e dopo lustri di disumani sacrifici (si rinuncia a tutto, tranne che a una mostruosa collezione di dischi) – ad arrivare a guadagnare quanto basta per vivere di stenti. Capoccia dura e coglioni di marmo sono requisiti essenziali per raggiungere tale traguardo. Ma non mi lamento. Faccio un lavoro che adoro e senza muovermi da casa. Che diamine! Mi pagano per ascoltare musica, che è una cosa che farei comunque.

Sono arrivato al punto. Fino a qualche anno fa avrei detto piuttosto: “mi pagano per scrivere di musica”. Ma con l’incremento geometrico delle uscite discografiche indotto dall’avvento del CD e con la durata media di un album in costante ascesa, l’impegno più gravoso è diventato scrutinare, non commentare. Per scrivere una recensione della raccolta di remix dei Jazzanova, tanto per dire, posso metterci da uno a tre quarti d’ora, ma per ascoltarla una volta (il che naturalmente non basta per giudicarla con cognizione di causa) ho impiegato due ore e quaranta minuti. È un esempio limite? Solo se non si considera che, pur prestando la mia opera a più giornali, riesco a occuparmi sì e no del 20% di quanto distributori e case discografiche graziosamente mi spediscono (non vi dico poi quanti ne compro, di CD). E per scegliere quel 20% devo ascoltare tutto. Nei giorni in cui non esco di casa accendo lo stereo alle otto di mattina e non lo spengo prima delle dieci o delle undici di sera. Ciò nonostante, devo ammettere che non ce la faccio più a stare dietro a quanto viene pubblicato.

Ho fatto un calcolo approssimativo (per difetto): in questo 2000 sono passati sul mio impianto 1500 album nuovi (ve lo scrivo pure in lettere: millecinquecento). Troppi perché io abbia potuto metabolizzare anche soltanto quel famoso 20% di cui sopra e nel contempo troppo pochi per padroneggiare una produzione che (pur considerando soltanto gli ambiti che seguo) è cinque o sei volte tanto. Il giorno che, mettendo a posto gli ultimi quattro mesi di arrivi, ho fissato smarrito una copertina e ho realizzato che, per ricordarmi di che cazzo di disco fosse, avrei dovuto rileggermi una recensione che io avevo firmato, mi sono reso conto che il livello di guardia era stato superato. Ora, immaginatevi uno che fa il critico per sport (a “Blow Up” tutti, tranne il sottoscritto e un altro) e che quindi non può farlo che nei ritagli di tempo: quando li ascolterà lui, nell’arco di dodici mesi, quei (mettiamo) 1000 dischi? E,  a fine anno, come farà sensatamente a dire “questi sono i quindici migliori”?

Anche in altri tempi – quando ho cominciato a scrivere (era il 1983) – ho sempre considerato gli scrutini di fine anno (quando non strettamente “di genere” e fatti da superesperti del settore in questione) un’operazione nel migliore dei casi divertente, nel peggiore presuntuosa. Ma fino ai tardi ’80, impegnandosi molto, si poteva riuscire ad avere un discreto sguardo d’assieme sull’annata. Oggi è assurda e basta. Ci sono dischi che ho in casa da maggio e ai quali non ho ancora tolto il cellophane perché non dovevo recensirli e mi sono detto: “Questo lo ascolto solo per mio piacere personale, quando avrò tempo”. Non ho mai tempo. Ci sono dischi che, fidandomi di quanto scritto da altri (sulla carta parevano interessanti) e non riuscendo a trovarli, ho chiesto, proprio in previsione della maledetta incombenza che sapete, allo Stefano Isidoro. Gentilmente me li ha fatti avere. Un mese fa. Sono riuscito ad ascoltare la metà di quanto mi ha spedito. Forse uno dei miei dischi dell’anno sta fra quelli che non ce l’ho fatta a sentire. Sicuro che sta lì. Però, visto che a questo rito non ci si può sottrarre, la mia playlist l’ho compilata lo stesso. Leggetela.

Sappiate che è la mia playlist di oggi, 6 dicembre 2000. Una settimana fa sarebbe stata diversa. Fra una settimana (perché poi, chissà perché, le cose che escono a dicembre sono sempre tagliate fuori), idem. Leggetela e fatevi grasse risate. Non saranno nulla rispetto a quelle che mi farò io, incredulo per non avere considerato questo o quel titolo, fra cinque anni. O più probabilmente l’anno prossimo.

 Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001.

14 commenti

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14 risposte a “Dell’assurdità delle playlist di fine anno

  1. La situazione è degenerata parecchio, e lo intuisco dal fatto che quello che scrivi qui me lo ripetono spesso molti altri addetti ai lavori quando ho occasione di chiedere se hanno ascoltato il mio ultimo disco.
    Da questa parte della barricata, questa situazione fa sì che spesso si destinino percentuali sempre più alte del budget del disco ad un ufficio stampa, nella speranza di bucare il muro delle centinaia di promo che invadono le cassette postali (virtuali o reali) dei giornalisti.
    Un altro effetto collaterale (terribile, a mio avviso) è che i musicisti tendono in alcuni casi a semplificare (entro certi limiti, in alcuni casi e in un certo senso) la proposta musicale, per renderla più facilmente identificabile, anche solo con un ascolto o due. Chi fa dischi meno facilmente identificabili rimane un po’ fregato.
    Il futuro forse è la specializzazione estrema di blog e riviste. Blog di settore (dedicati ad un genere particolare, come lo stoner, il neo folk, il metal o altro) sembrano avere più fortuna e paiono avere più senso.

    • Sottoscrivo praticamente in toto. Mi limito, da questa parte della barricata, a fare sommessamente notare che non vale buttare via i soldi per un ufficio stampa quando quello stesso ufficio stampa “promuove” l’artista con uno squallido cd-r (destinato inevitabilmente a perdersi nel mare degli altri advance) o, peggio ancora, con degli mp3. La copia finita è sempre il biglietto da visita migliore.
      Visto che ci sono… io il tuo ultimo disco l’ho ascoltato e mi è piaciuto. E nemmeno poco. Ma sappi che l’ho ascoltato in tempi ragionevoli per un’unica ragione: perché sul fogliettino del cd-r c’era un nome divenutomi familiare e quindi è stato fatto passare davanti ad altri che giacciono ancora lì, da mesi. Dopodiché, siccome di italiani molto raramente mi è dato di scrivere (di solito la considero una fortuna, qualche volta è invece una dannazione), non mi permetterei mai di chiedertene una copia “come si deve” aggratis, come avrei fatto se avessi potuto occuparmene sulla carta stampata. Ti dovesse capitare di suonare dalle mie parti (Torino), fammi un fischio, verrò molto volentieri a vederti e altrettanto volentieri pagherò quello che bisogna pagare per una copia “vera” di “Sundog”.

  2. La classifica di fine anno è effettivamente diventata impossibile…ma una volta era divertente e tale dovrebbe restare se intesa nello spirito di High Fidelity, per capirsi. Oggi può essere semplicemente sottintesa come ‘il meglio di quello che son riuscito ad ascoltare’.
    Invece l’articolo solleva ben altri quesiti. Anche negli altri settori chi scrive lo deve fare ‘a gratis’? O solo chi scrive di musica? rock? La crisi, ok, chiaro…ma è giusto che le riviste sopravvivano solo con quella nicchia di lettori, inserzionisti e ‘…collaboratori a gratis’? Oppure ho capito male che quelli pagati in una redazione son due o tre. Spero di aver capito male altrimenti non va mica bene così.
    Oggi, per quanto mi riguarda, motivazione fortissima, capoccia dura e coglioni di marmo non bastano più. Proprio per niente.

    • Quello che racconto nel pezzo valeva quando il pezzo lo scrissi, ossia dodici anni fa. Nel frattempo la situazione è notevolmente peggiorata. Sotto tutti i punti di vista. Escono moltissimi dischi in più, se possibile le riviste musicali vendono ancora di meno e quella che un tempo era una spiacevole, vergognosa eccezione – non retribuire qualcuno – oggi sta diventando la norma. Dall’alto – o forse sarebbe meglio dire dal basso – dei miei quasi trent’anni di giornalismo musicale potrei raccontare storie incredibili su come funziona certa editoria, e su come ragionano certi editori, e chissà che prima o poi non lo faccia.
      Qui, per evitare equivoci, mi limito a una precisazione. Quando nell’articolo scrivevo di essere uno dei due soli professionisti sul tamburino di “Blow Up” intendevo esattamente quello, non che gli altri collaboratori non venissero pagati. Venivano (e vengono) regolarmente pagati tutti quanti (cosa che altri giornali, che magari prendono pure soldi pubblici, si guardano bene dal fare), ma capisci anche tu che uno che pubblica un articolo ogni tanto (o anche uno o due articoli ogni mese) non può pretendere di vivere di quello. Al massimo potrà arrotondarci un altro stipendio, se l’altro stipendio ce l’ha.

      • Se un giorno vorrai raccontare quelle storie incredibili su come funziona certa editoria io – ma soprattutto tanti più giovani di me – saran lieti di leggerle. Bisogna prima o poi che qualcuno – con cognizione di causa – mostri anche il lato oscuro di un mondo che si racconta e vuole apparire diverso da quello che in realtà è. Ma capisco che c’è anche una responsabilità nel denunciare uno stato delle cose.. e togliersi i sassolini dalle scarpe di questi tempi è operazione delicata e rischiosa assai. Comunque grazie.

  3. paolo stradi

    La prima reazione a questo tuo articolo è stata di pena, pena per come un mestiere meraviglioso si possa trasformare in una auto-tortura. E allora a questo punto non mi meraviglio per come ti sia sfuggita una gemma assoluta come il disco d’esordio di Phil Cody. E probabilmente chissà quanti altri…

    • La prima reazione a questo tuo commento è stata di pena, pena per l’arroganza di chi commenta senza avere capito cosa ha letto e, anzi, senza avere nemmeno letto per intero, visto che in tutta evidenza questa parte – “Ma non mi lamento. Faccio un lavoro che adoro e senza muovermi da casa. Che diamine! Mi pagano per ascoltare musica, che è una cosa che farei comunque.” – l’ha saltata. E allora a questo punto non mi meraviglio che quanto ti risposi a suo tempo riguardo a Phil Cody sia rimasto inascoltato da orecchie a quanto sembra sorde, o semplicemente troppo intente a bearsi del suono di un’altra voce, la tua. Io sono perfettamente consapevole di essere ignorante. Ogni bel disco che ascolto e che in precedenza non conoscevo mi parla della mia ignoranza. E allora non posso provare che pena, oltre che fastidio, per chi sale in cattedra avendo ascoltato probabilmente il 5% di quello che ho ascoltato io. Che di sicuro non sarà il caso tuo, sia chiaro.

      • paolo stradi

        Credo tu non abbia in realtà capito le mie intenzioni quando ho scritto il post. E’ sicuramente colpa mia, e me ne scuso.

      • Diciamo che non ho capito. Diciamo anche che questa incomprensione è stata aiutata da un pregresso, da un certo tuo modo di intervenire a volte a gamba tesa nelle discussioni che si aprono su questo blog. Per dire: fermo restando che si possono esprimere anche opinioni forti ma che tanto più forte è l’opinione tanto meglio andrebbe argomentata, non ho trovato simpaticissimo il tuo intervento riguardo ai CCCP. Comunque chiudiamola qui. Mi scuso anch’io e buona domenica.

  4. stefano piredda

    Me lo ricordavo benissimo, questo pezzo.
    Mi colpì molto, al tempo.

    (Phil Cody cercalo, ok?)

  5. posilliposonica

    Presumo che quella postata ad inizio articolo sia una foto della
    tua “libreria”.Spettacolare.Complimenti.

  6. Francesco

    Pezzo bellissimo che non conoscevo, avendo abbandonato in quel periodo la lettura di pressocchè tutte le riviste musicali. Fu con Extra, spacciatomi da un amico, che ricominciai a leggerle. Il problema che evidenzi comunque è arrivato anche a noi semplici fruitori, la mole delle uscite è diventata pazzesca ed il solo pensiero di ascoltarmi 1500 dischi (nuovi) mi fa star male, il mio tempo eppure c’è gente che continua a scaricare archivi che mai in una vita terrena media riuscirà a sentire. La soluzione è adottare uno o più sherpa, ormai non ci sono più neppure i negozi di dischi dove bighellonare e ascolatre casualmente una gemma, per cui se si vuole minimamente orientarsi non resta, a mio avviso che questa soluzione. Io mi sono adottato il VM e pochissimi altri con i quali ormai ho una affinità elettiva maturata in una trentina e passa d’anni per cui oltre alle migliaia di dischi “consolidati” spizzico qua e la fidandomi di chi porta la lanterna. E l’esplorazione, l’ignoto? alla mia età il rock e la musica in genere hanno un posto sempre importante ma tra le mille incombenze della vita ho dovuto necessariamente ricontestualizzare il tutto per cui mi rendo conto che “mi perdo” una sacco di roba nuova (il 90%, non tutta!) ma mi rimane la grande soddisfazione di vedere i miei figli saltellanti e soridenti quando sentono uno springsteen d’annata o carinito di howe gelb o lo sferzare chitarristico di moonage daydrem.

  7. Orgio

    Gran bel pezzo, e si, hai proprio ragione: scrivo per un bimestrale gratis da un paio d’anni, ma purtroppo mai ho potuto pensare di farne, anche volendo, un lavoro: lo considero un hobby, con annesso piacere di poter ascoltare qualche disco nuovo di cui ignoravo l’esistenza. Mi chiedo, tuttavia, quanto possa durare questo sistema, che sembra legato alla discografia tradizionale e ai suoi apparati: sarà fagocitato dall’avanzare apparentemente incontrastabile di Internet o riuscirà a comunque ritagliarsi uno spazio – inevitabilmente settoriale, come notava acutamente Andrea Van Cleef?
    In un simile contesto, mi associo all’idea di giuliozine: facciamo – tutti, autori lettori – la playlist “il meglio di ciò che sono riuscito ad ascoltare quest’anno” per diletto, stile Rob di Alta Fedeltà, ché ha più senso ed è più onesto.
    Con la solita stima

  8. Non solo nel 2001 ti lamentasti di dover dare la tua playlist, ma anche altre volte in passato… ricordo da qualche parte che scrivesti anche di inutilità.

    Ritengo invece che sia utile, per me lo è, anche se comprendo pure io che sia sempre più difficile fare una lista dei migliori: ci sono forse meno capolavori ma tanti buoni dischi, ricchi di influenze e di contaminazioni diverse, grazie al grande background musicale in cui si sviluppa la buona musica; anche il termine di originalità oggi mi pare si riferisca spesso più all’originale mescolanza di generi che alla creazione di qualcosa assolutamente nuovo.

    Allo stesso tempo però è sempre più importante orientare gli ascoltatori che vorrebbero acquisire i migliori dischi del momento almeno per i generi o mescolanze di generi di loro/nostro interesse. E non basta fare tanti begli articoli su gruppi o orientamenti musicali, che è sempre più difficile leggere in questa vita più o meno frenetica e che molti come me credo vadano a leggerne alcuni solo perché attratti da un indizio che ci faccia pensare che quello è un articolo interessante o che si riferisca a qualcosa da approfondire con l’ascolto.

    Si tratta forse di studiare un metodo, una soluzione efficace per il critico e per il lettore. La tradizionale soluzione del Mucchio di valutazione da 1 a 10 dei dischi degli ultimi mesi, non definitiva che si aggiorna di mese in mese non è male, anche se un po’ troppo selettiva. Infatti poi alla fine dell’anno c’era poi l’esigenza di una più ampia playlist.

    A me piacerebbe qualcosa di ancora più nuovo e più aperto, con più contributi, che metta insieme le due precedenti ovvero una lista che si allunga e si completa di mese in mese in mese fino alla fine dell’anno, fino a contenerne fino a una cinquantina. A dicembre o gennaio sarà poi quella la playlist dell’anno…

    …una proposta per Blow up?

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