Presi per il culto (26): Autosalvage – Autosalvage (RCA Victor, 1968)

New York sulla mappa di certo suono secondi ’60 occupa cantucci eccentrici. Non un caso secondo me che agissero lì i due gruppi che trafficavano maggiormente, prevalentemente, quasi esclusivamente con marchingegni di primitiva elettronica: Lothar & The Hand People e Silver Apples. Lì operavano anche gli Autosalvage. Se ne è scritto pochissimo, i pochi che li hanno presenti routinariamente li dicono zappiani ma è una questione più di incroci e simpatie che non di reali affinità. A ventiquattro anni dalla riedizione su Edsel di un unico, omonimo album dato alle stampe in origine vent’anni prima ancora, la fonte più estesa di notizie su costoro restano le scarne note di copertina di Brian Hogg. Lì, avendo comprato il disco al volo senza saperne nulla ma fidandomi del marchio (fiducia mai tradita), apprendevo che erano il cantante e chitarrista Thomas Danaher e il cantante, oboista, pianista e batterista Darius LaNoue Davenport a porre le basi, sin dal ’66, per un lavoro condiviso che decollerà quando il duo si farà trio e poi quartetto. Pure lui appassionato di bluegrass ma sempre più attratto da un rock in crescita disordinata quanto entusiasmante, il chitarrista, banjoista e dulcimerista Rick Turner si univa presto alla compagnia, portando in dote un piccolo bagaglio di professionismo messo assieme con Ian & Sylvia e, da turnista, con Felix Pappalardi. Figlio d’arte Davenport, essendo il padre un musicista classico. Fratello d’arte Skip Boone, dello Steve dei Lovin’ Spoonful ed era stato lui a insegnargli i rudimenti del basso. Eclettico come i neotrovati compagni, se la cavava bene anche con il piano e se vi siete segnati la strumentazione avrete inteso che gli Autosalvage ce l’avevano nel DNA di non essere una rock band qualunque. Era Frank Zappa (eccolo!) a procurare ai ragazzi un contratto discografico e peste colga quelli così sospettosi da chiedersi perché con la RCA, quando il Baffo di Cucamonga era all’epoca domiciliato chez Verve.

Conosco un posto in alta montagna, in Svizzera, dove ci sono laghi, alberi, sentieri fra i boschi… e musica… bella musica dappertutto”: è una seducente voce femminile a profferire queste bislacche parole prima che la musica occupi il proscenio con il brano che dà il nome al gruppo e all’opera, intrecciando alquanto brillantemente Lovin’ Spoonful (ma guarda!) e Jefferson Airplane, beat e barocchismi non troppo… barocchi. Bel pezzo, ma non il più incisivo e difatti la RCA per promuovere il 33 faceva uscire a 45 giri il byrdsiano carillon Rampant Generalities, accoppiandolo ai Beatles a braccetto con i Tomorrow di Parahighway. A proposito di Fab Four: è Turner oppure Danaher a identificarsi mimeticamente con George Harrison in A Hundred Days? Pregasi suggerirla come rilettura a dei redivivi Dukes Of Stratosphear con una voglia matta, se la contraddizione in termini è consentita, di apocrifi autentici. C’è una cover, con il Leadbelly di Good Morning Blues inturgidito alla Cream, e il resto vaga senza posa fra psichedelia e vaudeville, qui del raga e là del fuzz, esageratamente in una The Great Brain Robbery da ovazioni anche solo per il titolo. Forse la mia preferita, ma dentro un album cui paradossalmente l’estrema varietà conferisce un’unitarietà spinta: da godere come un tutt’uno, senza momenti che si stacchino particolarmente.

Vendite? Insignificanti e pochi mesi dopo gli Autosalvage già non esistevano più, Boone e Davenport trasferitisi a Boston per fare da sezione ritmica a tali Bear, titolari l’anno dopo su Verve Folkways di un primo album, “Greetings, Children Of Paradise”, che come nel caso di “Autosalvage” sarà pure l’ultimo. LP se possibile ancora più sfigato di quell’altro, che quantomeno ha avuto alcune ristampe ove nessuno ha mai provveduto a riportare nei negozi i Bear. Mai neanche piratato, “Greetings…”, ed è faccenda discretamente clamorosa se si considera che dei ’60 è stato recuperato poco meno che tutto. Eppure non è affatto una schifezza, fra altri echi di Lovin’ Spoonful e dei Beatles girati country’n’western, schizzi di jazz e progressive, cantautorato da border, pop a bagno nell’LSD e un presagio di metal. Il tastierista Eric Kaz farà il percorso inverso rispetto a Boone e Davenport, raggiungendo a New York i Blues Magoos. Fra gli ex-Autosalvage l’unico a riuscire a vivere di musica sarà Turner, reinventandosi liutaio. Fra i suoi clienti più affezionati un certo Ry Cooder.

11 commenti

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11 risposte a “Presi per il culto (26): Autosalvage – Autosalvage (RCA Victor, 1968)

  1. stefano piredda

    Ma quanto mi piace, ‘sta roba dei culti!
    “Pregasi suggerirla come rilettura a dei redivivi Dukes Of Stratosphear con una voglia matta, se la contraddizione in termini è consentita, di apocrifi autentici” è una di quelle frasi che hanno fatto di te il VM che sei.
    Tu sei un culto.
    Buona domenica.

  2. roberto

    Assolutamente il Maestro è un portento,lo leggerei anche se scrivesse di calcio.

  3. Francesco Manca

    Questa rubrica è una miniera di scoperte, mi chiedo quanto fosse “semplice” procurarsi questi dischi prima di internet…

  4. Francesco

    @Francesco Manca, era difficilissimo, ma anche bellissimo. giravo con le liste dei dischi in tasca, le città erano mappate mentalmnete dalla presenza o meno dei negozi di dischi. e se qualche amico/a andava che so, a roma o a bologna, sapevo sempre dove mandarlo per recuperare gli amati dischettti. con le fidanzate dell’epoca (ma perchè sono pochissime le donne veramente intrappate con la musica?) era sempre la stessa storia, giretto casuale e poi zac, per caso davanti ad un invitante negozietto dove passavo le successive due ore. Poi ti credo che si incazzavano e non elargivano più le terrene grazie….vabbè bei tempi, ora c’è l’universo a portata di mouse ma come ho sempre pensato non è la metà il bello, è il vaiggio che fai, e sapessi quanti dischi ho pescato mentre stavo cercando altro.
    ciao
    il VM sicuramente non aveva di questi problemi in quanto foraggiato ad libitum dalle bienche case disciografiche e/o grossisti. invidia invidia rosicante

    • Il Venerato ha ricevuto i primi promozionali nell’87. Erano già quattro anni che scriveva e con quello che guadagnava a malapena si ripagava le spese. E ai grossisti, che poteva frequentare non in quanto giornalista ma perché collaborava con un negozio, i dischi ovviamente li pagava.

  5. Francesco Manca

    @Francesco: ma io capisco se uno andava a cercare che so i primi ep dei Minutemen, ma nel caso di gruppi come questo o altri che sono stati presentati qui si tratta proprio di rarità da carbonari.

  6. Francesco

    @Francesco Manca. Si questa era roba veramente dura da trovare ma c’ìerano dei negozi dove le chicche le potevi sempre trovare, mi ricordo gasoline a pisa, contempo a Firenze, uno a genova del quale non ricordo il nome, nannucci e un ‘altro a bologna, mondodisco a viareggio (più mainstrream), blue cover, e poi disfunzioni a roma. Insomma c’era da girare e poi c’erano i cataloghi le cui pubblictà le trovavai sul muccchio, rockerilla, buscadero etc (a proposito, c’era e penso ci sia ancora carù, sempre un po’ caro ma ben fornito specialmnete di roba vintage e ristampe). Altri tempi, stavo li a centellinare i dischi mettendo e togliendo da quella benedetta lista, con i soldi che non bastavano mai prima di fare l’ordine. Ricordo edizioni ora rare di QMS (doppio con coperatina nera, live 68) della psycho che editò anche un altro gruppo che amavo molto …accidenti la memoria, beh, mi ricordo che facevano anche una cover di un pezzo jazz di hancocck, cantaloupe island. E poi gli EP (bellissimi quelli dei J&Mary Chain), gli usati, insomma una goduria. Pensa che a Pisa, da un certo Brondi/biondi in borgo stretto (che vendeva più che altro strumenti, se ben ricordo) ho pescato in magazzino degli originali degli stones che giacevano li forse da fine anni 60 e me li tirava pure dietro! Non mi ricordo invece fiere del disco a fine 70, iniizi anni 80 ma forse è solo la mia memoria oppure ero talmente squattrinato da non poterci andare e quindi ho rimosso il ricordo. Comunque il ricordo più spaziale è stato un negozio di dischi negli usa, a phoenix credo. beh, insomma, ci potevi giraee dentro con la moto, da non crederci, talmente pineo di tutto di più che alla fine stremato uscii senza comprare neppure un disco, chi l’avrebbe detto? Insomma, quasi come l’overdose digitale di ora
    ciao

    • Giancarlo Turra

      In quel negozio viareggino, da adolescente, facevo razzie durante le vacanze di carnevale (i miei mi ci portavano a vedere i carri…)

  7. Francesco

    il gruppo da vuoto di memoria era the daily flash e il disco i flash daily, per quel che vale. S vede che la pausa pranzo mi ha fatto bene. il disco merita, cercalo che ne vale la pena

    • Francesco Manca

      Grazie per il suggerimento, andrò a scovarli senz’altro, e per la testimonianza di una belle epoque che fu (purtroppo). Ciao

  8. Giancarlo Turra

    l’album si trova nel giro collezionistico, con un po’ di fortuna a prezzi non elevatissimi. Vale la pena, chiaramente 😀

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