Quando i Public Enemy erano il Nemico Pubblico Numero Uno

Nella lista dei candidati per il 2013 alla Rock And Roll Hall Of Fame (autentico parterre de rois quest’anno) ci sono anche i Public Enemy e non potrebbe darsi indicatore più chiaro di come Chuck D e complici siano ormai accettati, istituzionalizzati, depotenziati loro malgrado di ogni possibile residua valenza rivoluzionaria. Continuano a fare dischi (l’ultimo è nei negozi giusto da alcuni settimane) e sono pure buoni dischi, ma a impatto tristemente zero. Quando scrissi questo articolo per il primo numero di “Dynamo!” erano invece ancora percepiti come pericolosi. E lo erano. La più grande rock’n’roll band che abbia calcato i palchi dopo i Clash.

Sei riflessioni sui Public Enemy

1. È da alcune settimane nei negozi il nuovo LP dei Public Enemy, non contando la semi-raccolta “Greatest Misses” il loro quinto, il primo da tre anni in qua. Atteso e temuto. La prima cosa che colpisce di quest’album, e parecchio, ancora prima di averne ascoltato una singola nota, è la copertina: bruttissima. Il frontespizio è metallaro al punto da sfiorare la parodia; il retro sa di fumetti Marvel. Piacerà da matti, c’è da scommetterci, con il suo coattissimo Beavis & Butt-Head-appeal, alle orde di ragazzini bianchi che hanno scoperto Chuck D e soci perché “ehi, questi sono quelli che hanno fatto il disco e il tour con gli Anthrax”. Bella mossa quella di andare a conquistare, giocando in attacco in trasferta, il grande pubblico (quello di élite era stato con loro sin dagli esordi) del rock. Superba se nel frattempo si riesce, come ai nostri eroi è riuscito, a mantenere pressoché intatta la propria ampissima base di fans in area hip hop.

Ecco, la principale delle tante qualità che rendono immensi i Public Enemy è questa loro capacità fuori dal comune di tenere il piede in due o più scarpe contemporaneamente. Senza scendere a compromessi, restando coerenti. Sanno parlare con l’autorità dei leader (quei leader che politicamente non ha; o non ascolta, che è poi lo stesso) alla comunità di colore americana e nel farlo riescono, senza mai lesinare sulla durezza del confronto, a fare comprendere, accettare, adottare il loro punto di vista ai bianchi di buon senso e buona volontà. Sanno essere sempre al passo con i tempi (quando non in anticipo) in una scena come quella rap che è solita bruciare i suoi protagonisti a mo’ di meteore e nello stesso tempo sono contigui all’universo rock e ne influenzano le vicende. Confezionano assalti ai limiti del terrorismo sonico e ci infilano dentro ritornelli pop a presa rapida che sono un passaporto sicuro per le classifiche.

È rimasta famosa una dichiarazione di Bill Stephney, colui che li portò alla Def Jam: disse di averli messi sotto contratto perché certo di avere trovato ciò che da tempo cercava, ossia “una combinazione tra Run DMC e Clash”. Non si rese conto che vi erano, in quella fortunata e irripetibile alchimia, anche altri, non meno importanti elementi. Per limitarci ai principali, Beatles, Metallica, Last Poets, James Brown, Marvin Gaye…

2. Anno da stakanovisti il 1994, per i Public Enemy. Un paio di mesi prima della pubblicazione del loro LP, Terminator X ha dato alle stampe il suo secondo lavoro da solista, il poderoso “Super Bad”, ed è prossimo (potrebbe essere cosa fatta quando leggerete questo articolo) l’esordio in proprio di Flavor Flav. Si aggiunga al quadro che “Muse Sick-n-Hour Mess Age” ha una durata – sfiora l’ora e un quarto – che ne fa l’opera quantitativamente più cospicua nella storia del gruppo. Che si possa scorgere in questa iperproduttività una (forse inconscia) volontà dei Nostri di esorcizzare un 1993 che li vide invece fermi e in difficoltà, per le note traversie giudiziarie e umane di Flavor Flav, e nel contempo di ribadire la propria rilevanza nel panorama musicale odierno, è logico. Meno logico appare che qualcuno metta sul banco degli imputati questa rilevanza: una pre-recensione negativa dell’album apparsa su “The Source”, la bibbia dell’hip hop USA, ha suscitato aspre polemiche. Doveva accadere, prima o poi, che gli integralisti neri del rap attaccassero i Public Enemy, colpevoli ai loro occhi di avere cercato il rapporto con il pubblico bianco. Accuse insensate: il fatto non costituisce reato e dovrebbe anzi essere reputato merito altissimo. Che i Public Enemy siano andati in tour con Sisters Of Mercy, Primus, Anthrax, U2 ha aiutato non poco a portare il verbo hip hop fuori dal ghetto, cosa di cui tutta la comunità di colore si avvantaggia, oggi moralmente, domani (se saprà puntare, come predicano i Nostri, al controllo economico delle sue sconfinate risorse di creatività) anche materialmente. Non rendersene conto vuol dire peccare di miopia almeno quanto le innumerevoli radio nere (quelle attaccate in Bring The Noise) che per anni hanno boicottato i Public Enemy ritenendoli troppo estremisti per suoni e scelte ideologiche. Non può non essere considerato un trionfo il fatto che Chuck D sia in grado di conquistare cuori e menti dei figli della borghesia bianca scandendo rime come quelle, indimenticabili, di Aintnuttin Buttersong, che così spiegano la bandiera USA: “Rosso è il colore del sangue versato/E blu erano i tristi inni/che cantavamo in chiesa senza capire/che il paradiso dei bianchi è l’inferno dei neri/Le stelle sono ciò che vedevamo/quando ci battevano/Le strisce i segni lasciati dalla frusta sulle schiene/E il bianco, devo spiegare cos’è?”.

Sono versi che chiariscono, come cento cartelle di accurata esegesi non potrebbero, perché oggi i Public Enemy sono persino più importanti che nel 1987, quando rivoluzionarono il mondo del rap. Lo sarebbero anche se il nuovo album non fosse, come invece è, qualitativamente inattaccabile. Farà furore nei ghetti quanto fra la “lollapalooza nation”, con buona pace di certa critica più realista del re.

3. È affermazione meno lapalissiana di quanto non possa sembrare: i Public Enemy sono una formazione eccezionale anche perché eccezionale è lo spessore delle tre personalità che ne costituiscono il nucleo. È un fatto che con il passare del tempo, man mano che si vedeva il Nemico Pubblico sempre più come un gruppo, strutturato verticisticamente come è caratteristica di molte rock band, e sempre meno come una posse, si è individuato in Chuck D (Carl Ridenhour) il leader massimo e si è preso a considerare l’altro MC, Flavor Flav (William Drayton), e il DJ Terminator X (Norman Rogers) elementi importanti, sì, ma in fondo non più della Bomb Squad, il team produttivo, o di Professor Griff, o di Sister Souljah, o dei tanti altri che all’epopea Public Enemy hanno offerto un contributo. Paradossalmente, proprio “Muse Sick-n-Hour Mess Age”, che più di ogni altro disco precedente è farina del sacco di Chuck D, chiarisce quanto fondamentale sia l’apporto degli altri due elementi della triade.

Terminator X (ottimi i suoi due LP: il già citato “Super Bad” e il non meno riuscito “& The Valley Of The Jeep Beets”, del ‘91) si conferma, con DJ Premier dei Gang Starr, il più abile manipolatore di piatti e campionatori in circolazione. I due DJ che lo affiancano, Kamron e Kevin Boone, lavorando ora con lui, ora in alternativa a lui, ne hanno evidentemente studiato la lezione a memoria.

Quanto a Flavor Flav, oltre ad essere spalla ineguagliabile per Chuck D, che non sarebbe il migliore rapper al mondo (come è) non potesse contare sul suo lavoro di sponda, se firma due soli dei ventuno episodi dell’album si dimostra però, in quelli, ispirato come non mai. Un suo debutto in proprio uniformemente di tale livello vincerebbe il confronto con il 33 della posse-madre e si iscriverebbe nell’elenco dei più grandi LP hip hop di sempre. Si vedrà.

Nel frattempo, è doveroso sottolineare che il suo plateale modo di porgersi, fra l’irridente e il buffonesco, è elemento fondamentale per mantenere il Nemico Pubblico in sintonia con la sensibilità del ghetto, sintonia che l’intellettualismo di Chuck D rischierebbe se no di fare smarrire. Ma non si creda sia faccenda di istinto e basta: chi, oltre a conoscere i Public Enemy, ha letto Il vodu haitiano di Alfred Métraux, volume fondamentale, indirettamente, anche per capire dove tanta musica popolare moderna affondi le sue radici, avrà sicuramente notato certi riferimenti iconografici che fa il Nostro, troppo precisi e insistiti per essere casuali. Il cappello a cilindro, gli occhiali scuri (due paia insieme, a volte), la risata maniacale, la frenesia e la scompostezza dei passi di danza sono gli elementi che caratterizzano una delle figure principali del culto voduista, Ghede, guardiano delle ossa dei defunti, governatore di sesso, morte e bambini. Il clown, evidentemente, conosce bene la sua storia.

4. Public Enemy è un Suono: denso, martellante, che occupa ogni spazio a disposizione e non dà requie. Una possente pulsazione funky che tiene insieme le trame di tappeti da fachiri, fatti di chitarre che sono cocci di bottiglia, scratching furiosamente isterico, sirene, clacson, mitra in azione, rumori di strada. Una sensibilità pop straordinaria che con i suddetti elementi tesse canzoni orecchiabili.

Public Enemy è un’Immagine: barricadera come quella, altrettanto memorabile, dei Clash, ma meno romantica, più minacciosa. L’esibizione ostentata, da parte dei membri della Security Of The First World, di tenute paramilitari la rende inquietante, e pure un po’ discutibile.

Public Enemy è un Programma: proclamò Chuck D nel 1987 che il loro obiettivo era creare “cinquemila potenziali leader neri”. Un traguardo ambizioso e difficilissimo da raggiungere, e i nostri eroi, due anni dopo la data fissata per tagliarlo, ancora corrono. Auguri.

5. I loro LP, dunque. Il primo risale a oramai sette anni or sono ed è lo storico “Yo! Bum Rush The Show”, l’album che più di qualunque altro ha contribuito a rendere maggiorenne l’hip hop e il terzo – un anno dopo “Raising Hell” dei Run DMC e “Licensed To Ill” dei Beastie Boys, due prima di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul – del poker che ha appassionato al rap tanta parte, la più curiosa, del popolo del rock. È un disco che suona tuttora moderno, potentissimo, abrasivo talvolta ai limiti del fastidio. E se fa questo effetto a orecchie abituate alle sperimentazioni zorniane e agli assalti post-industriali, post-metal, post-house di una band come i Ministry, si può immaginare quanto risultò scioccante nel 1987. Se le tematiche politiche sono ancora sfocate, il suono del Nemico Pubblico è già, in “Yo! Bum Rush The Show”, perfettamente a punto, rodato, tanto che le variazioni successive saranno sempre apportate per linee interne. Il riff micidiale e l’assolo di chitarra (Vernon Reid dei Living Colour) di Sophisticated Bitch e il flirt con metal e musica industriale della title-track spiegano, come le parole non potrebbero mai, perché da subito i Public Enemy risultarono irresistibili per il pubblico del rock.

Il debutto si vendette in quattrocentomila esemplari. Il seguito, un anno dopo, sfondò il muro del milione di copie, facendo dei nostri eroi delle star, amate e nello stesso tempo assai controverse. Di “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” Chuck D disse, qualche tempo dopo: “Volevo che fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”. Obiettivo centrato. Come il capolavoro di Marvin Gaye aveva fatto il punto su quale fosse, al principio degli anni ’70, lo stato delle cose del mondo e in particolare dei neri d’America, così “It Takes A Nation…” è il miglior reportage in musica realizzato sulla situazione di fine ’80. Rispetto all’esordio, la crescita di Chuck D come autore di testi è stupefacente, il rapping suo e di Flavor Flav si è fatto se possibile ancora più incisivo, il controllo dei piatti di Terminator X è sempre più strepitoso, le basi allestite dalla Bomb Squad hanno acquisito eclettismo senza nulla perdere in devastante impatto. L’innodico metal-rap di Bring The Noise, il travolgente drive funky di Don’t Believe The Hype, Mind Terrorist, Party For Your Right To Fight, il cyberhythm’n’blues di She Watch Channel Zero, le collisioni fiati/scratching di Night Of The Living Baseheads sono i momenti che più restano nella memoria di un LP dal quale non si può prescindere se si vuole comprendere la musica (non solo il rap) dell’ultimo decennio.

Avrebbe potuto essere, e per fortuna non fu, l’ultimo del gruppo, che nel giugno ’89 venne messo in grave imbarazzo da una serie di sparate antisemite, con contorno di folli discorsi sulla “superiorità nera”, del suo Ministro dell’Informazione Professor Griff. Non parve vero ai media di potere finalmente lapidare la posse newyorkese accusandola di razzismo e fanatismo e la reazione dei Public Enemy, sconcertati essi stessi dalle dichiarazioni di Griff, non aiutò a far chiarezza. Dapprima lo difesero, accusando la stampa di averne travisato le dichiarazioni. Quindi lo misero alla porta. Infine annunciarono lo scioglimento, poi rientrato. E tutto in una settimana. Ma ciò che non uccide fortifica: Chuck D tornerà a essere il portavoce e i testi guadagneranno in acutezza, facendosi più problematici anche se certo non meno polemici. Ove in “It Takes A Nation…” l’interlocutore dei Public Enemy era il Nero, invitato a essere consapevole della sua condizione di sfruttato e orgoglioso delle sue radici, “Fear Of A Black Planet”, uscito nella primavera del 1990, sarà l’album del confronto con i bianchi “di buona volontà”. Del suo fitto programma (ben venti titoli) Brothers Gonna Work It Out, 911 Is A Joke, Welcome To The Terrordome, Burn Hollywood Burn, Fight The Power sono gli episodi che con più autorevolezza si candidano a figurare in un’ideale raccolta.

Lost At Birth, tellurgica ouverture, la trilogia “pop” Nighttrain/Can’t Truss It/I Don’t Wanna Be Called Yo Niga e How To Kill A Radio Consultant, graffiante errebì tecnologico, sono invece i brani che meglio potrebbero rappresentare (con l’anfetaminico remake di Bring The Noise in coppia con gli Anthrax, va da sé) “Apocalypse 91… The Enemy Strikes Black”, sintesi puntuale e ispirata dei tre LP che l’hanno anticipato.

Di “Greatest Misses”, compilazione di remix, outtake e registrazioni dal vivo datata 1992, si potrebbe prendere Get Off My Back che, vista con il senno di poi, con le sue citazioni/tentazioni p-funk e le fragranze soul anticipa alcune tematiche sonore del nuovo lavoro.

6. Voci di corridoio annunciavano “Muse Sick-n-Hour Mess Age” come l’album della svolta soul, dello smussamento degli spigoli più acuminati dell’edificio Public Enemy, dello spostamento verso un hip hop “duro e puro”, antipodico al crossover da sempre praticato dai Nostri. Si sono rivelate, se non del tutto false, inaccurate. Questo nuovo LP è tanto innovativo rispetto al “canone Public Enemy” quanto di esso rispettoso. Offre continuità nel cambiamento, insomma.

Così, se un pezzo come Thin Line Between Law & Rape, con i suoi bellissimi campionamenti di organo e sax e i fulminanti break ragamuffin, si pone al di fuori del solco finora tracciato dal Nemico Pubblico, la feroce Bedlam 13:13, tutta costruita su un loop di sirena, rientra a meraviglia in esso. Se What Kind Of Power We Got? è puro James Brown e la magnifica cover di Godd Complex, che fu dei Last Poets (dal loro secondo 33, “This Is Madness”, del ’71), allaccia i Public Enemy a certo suono nero dei primi anni ’70, Whole Lotta Love Goin On…, Give It Up, What Side You On?, la durissima Hitler Day potrebbero far parte di uno qualunque degli altri album dei Nostri. E la presenza (inedita) in diversi brani di un batterista in carne ed ossa non sarà di sicuro sgradita al pubblico rock.

“Muse Sick-n-Hour Mess Age” è un LP che nulla toglie e più di qualcosa aggiunge (impresa a questo punto davvero non da poco) alla vicenda Public Enemy. Certo che una copertina così… Ma manco gli Iron Maiden!

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.1, novembre 1994.

7 commenti

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7 risposte a “Quando i Public Enemy erano il Nemico Pubblico Numero Uno

  1. giuliano

    pur essendo abbastanza onnivoro in fatto di popular music, ci sono territori che non riesco a varcare, l’hip hop essendo uno di questi, pur non trascurandone l’importanza – e men che mai l’importanza dei PE, figuriamoci. E’ un mio limite naturalmente.
    E’ questa la ragione per cui, una decina di anni fa mi son dato via gli unici due dischi rap mai posseduti, “it takes a nation of millions” e “fear af a black planet”. Insieme a qualche altro disco cui non tenevo più li vendetti, i vinili, comprati quando uscirono, a “Disfunzioni musicali, storico negozio romano – che oggi non c’è più (ma va?).
    in cambio, aggiungendo qualche euro, presi se non ricordo male, i vinili di “black and blue” dei rolling stones, “mirage” di klaus sculze e “wake of the flood” dei grateful dead. uscii dal negoziaccio felicissimo. Lo rifarei tuttora, alla grande.
    che dici maestro, merito un rimbrotto oppure, paternamente, un buffetto sulla guancia? dimmi VM, dimmi pure, son curioso…

    ps: sto ascoltando finalmente father john misty, “fear fun”, del quale parlasti così bene qualche mese fa: è entrato precipitevolissimevolmente nella mia lista dei preferiti 2012. Thank you, danke, genkuie (in polacco, più o meno).

    • Ma figurati, i gusti son gusti… Per quanto “Wake Of The Flood” (detto da uno che possiede la loro intera discografia ufficiale) non sia esattamente uno dei capolavori dei Dead.

      • giuliano

        indubbiamente, anche se l’ho sempre considerato tra i migliori della seconda parte di carriera (post american beauty).
        certo, sempre dopo skull and roses, reckoning e europe ’72, ovviamente.

  2. Orgio

    Mi sa che dai il meglio di te quando tratti di musica nera, perché questo articolo spiega benissimo perché i Public Enemy sono diventati quello che sono: non credo sia un caso che la loro lezione non sia stata seguita da alcuno venuto dopo; molto più facile e remunerativo accodarsi alla marmaglia gangsta che usare il cervello.
    Tra l’altro, fantastico il neologismo “tellurgico”, mi riprometto di diffonderlo quanto più possibile.
    Sulla chiusura ad effetto, mi permetto di dare “i miei due cent”, come dicono oltre Atlantico: purtroppo i Maiden sono riusciti a fare persino di peggio con la copertina di “The Final Frontier”…(fermo restando che l’artwork degli anni Ottanta è insuperabile per l’80% dei gruppi coevi di qualunque area).

  3. Alfonso

    Il filotto dei loro primi tre album è una cosa da spavento, pieni come sono di pezzi durissimi e nel contempo stupendamente orecchiabili, però io con i Public Enemy continuo ad avere qualche problemino “testuale”. Purtroppo dal metal non presero solo certe durezze soniche, ma pure un sessismo deteriore che mai avevo ascoltato nella musica black (anzi, una delle tante belle diversità di soul, blues e gospel è la coraggiosa virilità di testi che non si vergognano di ammettere inadeguatezza, debolezza e dipendenza rispetto al femmineo oggetto del desiderio). Tanto sono puntuali, pungenti e raziocinanti nella critica politica e sociale, tanto sono deludenti e primitivi quando si rivolgono all’altro sesso. E no, non mi pare proprio che la loro sia una satira male interpretata del trattamento subito dalle donne americane.

    • Il sessismo non appartiene specificamente ai Public Enemy (e no, il metal in questo caso non c’entra nulla) quanto più generalmente all’hip hop, non proprio a tutto ma a una parte rilevantissima. Né soul e blues si sono mai fatti mancare nulla in tal senso, per quanto liquidare così il discorso sia estremamente superficiale e non tenga conto che i codici black sono parecchio diversi dai nostri. Nel ghetto del “politicamente corretto” se ne fregano tuttora, figurarsi venti, trenta, quarant’anni fa.

  4. Pingback: Public Enemy – Fear of the black planet – il rap vero – Musica e Anima

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