Presi per il culto (27): Paul Roland – Danse Macabre (Bam Caruso, 1987)

Paul Roland - Danse Macabre

Povero Paul Roland! Nemmeno uno straccio di scheda sulla “All Music Guide” e dire che da quelle parti sul serio non se ne nega una a nessuno, cane o porco che sia. Niente. Un po’ di dischi messi in fila, non uno che sia degnato di due righe di commento, e questo è quanto. Povero Paul Roland, la cui discografia annovera a oggi – informa la voce succinta ma ben fatta che gli dedica Wikipedia – ben novantaquattro uscite, più trentanove partecipazioni ad antologie di autori vari, e non una volta una che il suo nome abbia fatto capolino nelle classifiche di una patria un po’ matrigna, se è vero come è vero che a un certo punto la lasciava per la più ospitale Germania. Dove non sarà una vera star, come non lo è mai stato né in Francia né in Italia, gli altri due paesi che nel tempo gli hanno prestato una qualche attenzione, ma quantomeno un agguerrito manipolo di cultori lo vanta. E allora, in fondo, perché mai “povero” Paul Roland? Tutto sembra indicare che l’uomo abbia una bella capacità di gestire al meglio la sua duplice attività di musicista e scrittore dalla produzione anche più fitta, fine narratore di racconti di mistero e immaginazione così come saggista a suo agio prevedibilmente con i temi dell’occulto ma pure – recentissimamente – apprezzato biografo di Marc Bolan. A un certo punto, erano i primi ’80, si ritrovò ad avere come manager la vedova del compianto tirannosauro, sfortunatamente non funzionò ma il numero di telefono a quanto pare lo aveva tenuto.

Dire che l’ho conosciuto, Paul Roland, sarebbe un po’ eccessivo. Ci scambiai qualche parola in una rigida notte d’inverno torinese, lui interessatissimo alla fama di città magica della capitale sabauda, stupore e compiacimento evidenti nell’alzare gli occhi e scoprire di continuo demoni sporti in agguato dalle facciate del centro storico. Ne conservo il ricordo di un gentiluomo di altri, ottocenteschi tempi, più maturo e posato degli anni che aveva e che ancora non erano trenta. Doveva essere il dicembre ’87, o forse il gennaio successivo. Era dunque il tour che portava in giro, unico complice l’allampanato violista Piers Mortimer, proprio “Danse Macabre”. Magari sarà anche a ragione di ciò che, fra i numerosi titoli che posseggo dell’artista tornato da un po’ a risiedere nel Cambridgeshire, per questo nutro un affetto particolare. E però è stato un riascolto a campione a confermarmi nell’idea che resti la sua opera più ispirata e a dissuadermi dal proposito invero snob, desiderando proporvi qualcosa di costui, di estrarre dagli scaffali il ben più stagionato (e a nome Midnight Rags) “The Werewolf Of London”: produzione giovanile (1980) di un ventenne talentuoso quanto acerbo ed eccessivamente propenso, fra una cavalcata glam e una tentazione prog, un intarsio acido e un’eco lontana di new wave, a un’opulenza strumentale dalla quale si emenderà.

A parte che è il più bello, volendo avere di Paul Roland un solo album è “Danse Macabre” quello da mettersi in casa (vi costerà due spiccioli, massimo quattro) pure perché è il più rappresentativo, il più esemplare. Mirabile paradigma di psichedelia fra il gotico e il moderatamente barocco che il Nostro aveva affinato, prima di questo che formalmente era il suo debutto da solista a 33 giri, in una robusta sequela di singoli, EP e mini (formidabile sinossi nella raccolta “House Of Dark Shadows”). Si tiravano in ballo per descriverla Syd Barrett (omaggiato direttamente con una Matilda Mother ondeggiante sull’orlo del valzer), Robyn Hitchcock e Julian Cope e sono paragoni che ci stanno. Ma fate il primo un po’ Edgar Allan Poe e un po’ Mister Hyde, del secondo rimpolpate l’esilità delle trame, al terzo sottraete qualche guizzo pop e mediamente un tot di decibel, sebbene il suggello Twilight Of The Gods morda hardelico. Brillante congedo da un album che si presenta con l’al pari incalzante Witchfinder General e offre nel prosieguo momenti di particolare memorabilità con la marcetta perfidamente suadente Madam Guillotine, con la ballata dalle fragranze inusitatamente mediterranee Still Falls The Snow, con una Gabrielle che resta quanto di più vicino a una possibile hit abbia mai vergato il nostro eroe. E ancora: con l’arcaico folkeggiare di Buccaneers. E poi e infine: con il raga adeguatamente drogato (drogatissimo) In The Opium Den. Quando sarei disposto a scommettere che mai in vita sua Messer Roland abbia assunto qualcosa di più forte di una bollente tazza di thè verde.

10 commenti

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10 risposte a “Presi per il culto (27): Paul Roland – Danse Macabre (Bam Caruso, 1987)

  1. Antonio

    Antonio.
    Ciao Eddy, mi fa tanto piacere che abbia dedicato anche se poche righe al grande Paul Roland. Io lo adoro e credi sia tra i piu’ sottovalutati artisti inglesi.

    ancora grazie

    • Eh… poche righe… il Web inganna assai con le lunghezze. Quello che ti è sembrato (che sembra) un testo piuttosto breve sul “Mucchio” attuale non basterebbe una pagina a contenerlo. Per farcelo eventualmente stare avrei dovuto sforbiciarlo di buone cinquecento battute.

  2. stefano piredda

    Piace moltissimo anche a me.
    La prima volta che ne sentii parlare fu da Federico Guglielmi (un fan sfegatato del nostro, a quanto ne so) che recensì sul Mucchio HOUSE OF DARK SHADOWS, un’antologia davvero stupenda delle prime cose di Roland.

    Ha scritto cose bellissime, quest’uomo.
    E molto suggestive per chi ama certa letteratura (un nome per tutti, Montague Rhodes James, conoscete?).

  3. Io sono un vergognosissimo adepto dell’ultim’ora, avendo per anni letto del Nostro senza mai approfondire per pura pigrizia. Lo strumento per entrarci in contatto è stato una bella antologia doppia curata dallo stesso Roland e intitolata “In Memoriam 1980-2010” (con tanto di grafica tombale, ovviamente), ed è stata una vera e propria rivelazione. Tra l’altro ha da poco fatto uscire un nuovo disco, “Bates Motel” e sarebbe bello che qualcuno riuscisse a riportarlo sotto la Mole. La definizione perfetta del suo immaginario e della sua musica, in ogni caso, l’ha data l’amico Robyn Hitchcock: “the male Kate Bush”

  4. Francesco

    Piaceva anche a me, il buon vecchio Paul Roland e lo vidi proprio durante quel tour. Se non erro vantava anche una partecipazione ad un tributo a Barrett, tanto per rimanere in tema di eccentrici e ricordo che le sue versioni dei floyd mi garbavano parecchio, devo ritirare fuori il disco.

  5. Giorgio

    Rispolverato ieri il vinile quanti ricordi… La mia preferita era e rimane Buccaneers… unico rimpianto: nel 1987 leggevo agevolmente i testi sulla busta interna del disco ora stento parecchio…

  6. Greg

    Rispolverata anche la mia copia, stessi problemi di lettura delle liriche, purtroppo…..
    Mah… a riascoltarlo oggi, (col senno di poi….) lo classifico quale tardo emulo di un certo Syd Barrett, peraltro omaggiato esplicitamente e che conobbi solo successivamente (ero un pischello nel 1987, e non c’erano certo i potenti “mezzi” di oggi), niente di speciale, insomma….

    • Mi pare un giudizio molto ma molto ingeneroso e che fra l’altro non coglie lo spirito, il senso di questa serie di articoli. Il disco “di culto” è costituzionalmente un disco imperfetto, che non vendette molto (o se vendette bene è stato poi dimenticato) e che non ha esercitato (né subito, né nel tempo) alcuna vera influenza. Assai spesso (sebbene non necessariamente) derivativo, il disco “di culto” è ignoto ai più, compresi molti fra coloro che i classici conclamati invece li conoscono, ed è proprio il suo essere sfigato – oltre che comunque bello, va da sé – che lo rende particolarmente caro a chi (spesso per caso) vi si è imbattuto.

  7. Riccardo S.

    Ciao Eddy,scopro solo oggi il tuo blog anche se ti leggo su carta stampata praticamente da sempre. Del Nostro Eroe Paul pero’ devo confessare un amore smodato per il mini Burnt Orchids , anche se cmq tutti i suoi dischi sono ugualmente meritori di assurgere allo stato di “cult della Sfiga”. Pero’ se a distanza di 30 anni stiamo qui ad ascoltarli ancora e con gaudio, cosi sfigati non sembrano poi esserlo tanto. Invece un vero gruppo imperfetto,sfigato,dimenticato di quegli anni potrebbe essere quello dei Mood Six … Ricordi il loro “The Difference is…” ? Potrebbe rientrare di diritto nella meritoria rubrica Presi per il culto …Mi piacerebbe leggere un tuo articolo su quel gruppo. Un caro saluto a te Eddy e Buon Anno e pronta guarigione !!! Rock on.

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