Venerato Maestro Oppure

Quando i Metallica erano la Rivoluzione

Sono trascorsi trent’anni (e qualche mese) dacché un quartetto di under 21 debuttava discograficamente partecipando a un’antologia – “Metal Massacre” – che suscitava una qualche eco giusto fra i più maniacali cultori di heavy. Da un esordio sottotraccia a un’epopea e una rivoluzione. In dieci anni e cinque album.

Nella Hit The Lights inclusa nella raccolta di cui sopra, e proveniente da un demo inciso nell’autunno ’81, ci sono in realtà solo due dei Metallica che saranno, vale a dire il chitarrista ritmico e cantante James Hetfield e il batterista – danese – Lars Ulrich, che si erano conosciuti poco prima in quel di Newport Beach, California. Gli altri sono comprimari arruolati per l’occasione. Un chitarrista solista, Dave Mustaine, arriverà da lì a breve ma si fermerà appena il tempo necessario a scoprire di non essere fatto per un pollaio di soli galli: se ne andrà per formare i Megadeth e con gli ex-compagni sarà subito rivalità fierissima. Di un primo bassista, Ron McGovney, si perderanno viceversa in fretta le tracce. Ma già prima di arruolare in quei ruoli rispettivamente Kirk Hammett e Cliff Burton, e non avverrà che a inizio 1983, nell’embrione di Metallica che registra il brano in questione i semini di quanto verrà sono in germoglio. Infatti, se le parti di chitarra hanno un gusto tipicamente metal la ritmica echeggia il punk – la voce in mezzo – e non si era mai sentito nulla di simile. Non si era mai nemmeno immaginato nulla di simile, siccome trattavasi di mondi lontani e in lotta anche – come dire? – ideologicamente e questo nonostante in Gran Bretagna complessi come Motörhead e Iron Maiden avessero evidenziato da subito le contiguità. È però soltanto con i Metallica di Hit The Lights che nasce sul serio una nuova concezione del rock pesante, depurata dagli stereotipi sessisti, dai belletti del glam, da un’epicità fine a se stessa e inconciliabile con il quotidiano, dal tecnicismo esasperato. È grazie a loro che il metal, ibridandosi con il punk, recupera energia genuina, non artefatta, e diventa un genere “di confine”, non più intrappolato dentro rigide coordinate stilistiche bensì aperto alle contaminazioni. Senza Hetfield e Urlich, e poi Hammett e Burton e Newstead, saremmo probabilmente ancora alle pagliacciate masturbatorie di cui Spinal Tap fu parodia irresistibile perché perfettamente centrata. E pazienza se quelle pagliacciate restano parte di una musica che non è una ma dieci o cento e i Metallica stessi, completando malauguratamente il cerchio, nella loro multimilionaria e astiosa media età (ricorderete la polemica contro il download) hanno finito per fare un disco con l’orchestra: la loro rilevanza storica, vero e proprio spartiacque, non ne viene toccata. In assenza della compagine californiana la musica hard’n’heavy degli ultimi due decenni sarebbe stata assai diversa e infinitamente meno intrigante e variegata, appannaggio di un pubblico conservatore caratterizzato da una chiusura mentale estrema (quella sì, mica i suoni) e non piuttosto terreno di caccia e coltura di musicisti disposti al rischio e appassionati curiosi, senza pregiudizi.

Naturalmente tutto ciò in Hit The Lights non era che in nuce e ci vorrà un più corposo pronunciamento, in forma di LP edito nell’83 dalla Megaforce, perché almeno la stampa più attenta si renda conto che qualcosa di nuovo si sta muovendo nei territori del rock duro. Formidabile “Kill’em All”, apertura affidata all’unico brano già edito, chiusura al rovinoso maelstrom di Metal Militia e in mezzo altri otto pezzi mozzafiato. Si va da The Four Horsemen, epica e innodica come titolo impone, a una quasi stoogesiana Seek And Destroy (ma guarda un po’…), passando per una breve e affilata Motorbreath (guarda un po’ 2), per una Jump In The Fire che modernizza gli AC/DC con un riff granitico e un ritornello di impatto, per una (Anesthesia) Pulling Teeth con influenze Black Sabbath e persino psichedeliche che sfumano nell’assalto all’arma bianca di Whiplash. E ancora: per Phantom Lord, riff micidiale, breve intermezzo acustico e sprintata ripartenza, e No Remorse, in cui la solista spadroneggia ma senza esibizionismi di grana grossa. Una pietra miliare.

Non altrettanto eccitante (arduo del resto dare a cotanto debutto un successore completamente all’altezza) ma in ogni caso notevole “Ride The Lightning”, del 1984 e sempre su Megaforce. Che contiene alcune cose “radiofoniche” quali la title-track, Trapped Under Ice ed Escape, qualche brano sulla falsariga thrash del primo album (Creeping Death il migliore) e il gioiello The Call Of Ktulu, superbo strumentale di indole progressiva omaggiante il maestro dell’horror letterario H.P. Lovecraft. Soprattutto, ed è inclusione di quelle che strappano stelle al cielo, contiene Fight Fire With Fire, strepitoso esempio di grind ante litteram, assai prima e meglio dei Napalm Death e dei loro digrignanti discepoli. Altra classe, i Metallica.

Trascorrono due anni ed ecco arrivare nei negozi quello che parve il disco della maturità, della definizione di un canone che subirà invece innumerevoli aggiunte e aggiustamenti ancora. Primo atto del matrimonio con la Elektra tuttora perdurante, “Master Of Puppets” si colloca nell’esatto mezzo fra i predecessori con il bonus di una scrittura la cui raffinatezza resterà – quella sì – insuperata. In esso a trascinanti, forsennate cavalcate elettriche come Battery, Disposable Heroes e Damage Inc. si alternano classici dell’heavy evoluto come la canzone che lo intitola (monumentale e liricissimo l’assolo di chitarra al centro) e Orion, prossima a certi Hawkwind e seguito ideale di The Call Of Ktulu. A questo punto i Metallica sono beniamini della critica rock in generale, non solo di quella metal. A questo punto i Metallica sono beniamini non soltanto più dell’underground: l’album sale nelle classifiche statunitensi fino al ventinovesimo posto, una performance di tutto rispetto. È anche più diffusa la loro popolarità in Europa ed è proprio nel Vecchio Continente che i ragazzi sono in tour quando – per crudele ironia della sorte in Danimarca, patria di Ulrich – si abbatte su di loro una tragedia che sembra per un attimo destinata a interromperne l’ascesa, decretarne lo scioglimento, consegnarli anzitempo ai libri di storia della musica. Il 27 settembre 1986 l’autobus su cui viaggiano esce di strada e Burton muore. Non aveva che ventiquattro anni e mezzo. Colpo devastante e che divide in due la vicenda dei Metallica: prima un gruppo “di genere” ma nell’ambito di quel genere sovvertitore di qualsiasi regola; dopo, un gruppo di fama universale e decisamente transgender ma, nel contempo, non più propulsivo. Non se ne fa una questione di qualità, e anzi è opinione diffusa e che mi sento di sottoscrivere che il capolavoro dei Nostri sia il loro quinto album, l’omonimo datato ’91, ma di spinta innovativa via via più frenata. Di un guardare indietro in luogo che avanti. Della qual cosa non appena Jason Newstead prende il posto del caro estinto si ha eclatante ancorché eccitante indicazione con il mini “Garage Days Re-Revisited”, ruvido campionario di cover di quantomai varia provenienza – Diamond Head, Holocaust, Killing Joke, Budgie e Misfits – che sdogana sì il punk e persino la new wave presso il pubblico metal più aperto ma per la prima volta vede la band inserirsi in un filone – sia pure il più laterale possibile – di classicismo rock. Bulimico ove “Garage Days” aveva optato per una concisione settantasettina, l’anno dopo – e siamo arrivati al 1988 – “…And Justice For All” sembra andare in direzione opposta, verso folk e progressive piuttosto che punk e new wave, ma è per l’appunto apparenza. Sarà il primo disco dei Metallica a entrare nei Top 10 USA e nondimeno fu controverso allora e non è invecchiato bene, azzoppato dall’eccesso di ambizioni e più ancora da una produzione assurda: fredda, esile, piatta. Capace di sciupare l’unico momento di grandezza autentica, la ballata One. I tre anni seguenti saranno dedicati nell’ordine: 1) a consolidare una popolarità ormai enorme in ogni angolo del globo; 2) a riprendere fiato e raccogliere le idee; 3) a concretizzarle, tali idee, e stavolta facendo in modo che la produzione non le opacizzasse ma il contrario. Splendida splendente e per sempre una medaglia al collo di Bob “nomen omen” Rock. Esito un indiscutibile trionfo, tanto artistico che commerciale.

Che dire di un disco, ribattezzato subito il “Black Album”, vendutosi in milioni di copie (sette nei soli Stati Uniti) e al numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico? Se non che nell’ultimo annus mirabilis del rock, l’anno di “Screamadelica” e “Nevermind”, “Spiderland” e “Loveless”, fa la sua figurona, pur senza spostare in avanti (come quelli) alcun paletto e anzi retrocedendo verso riff levigati e ballate distese. È semplicemente la qualità compositiva a renderlo immenso, l’immediatezza di materiali che tuttavia reggono la frequentazione assidua. Andato a trovare in sala prove non ricordo quale gruppo nostrano, rammento che restai sbalordito sentendo nello studio accanto un’altra band che coverizzava Enter Sandman. Il “Black Album” era uscito da due giorni, forse tre: quel che si dice un classico istantaneo.

Nel ’96 “Load” replicherà formula e successo e sarà l’ultimo baluginare di ispirazione vera, l’ultimo disco capace di moderate e positive sorprese come un tocco di country qui, uno di boogie sudista là. Prima degli scarti all’ammasso di “Re-Load”. Prima di una seconda e più cospicua collezione di cover, “Garage Inc”. Prima soprattutto delle patetiche per quanto stereotipate storiacce di droga di Hetfield, delle dimissioni di Newstead, di un album con l’orchestra (“S&M”) imbarazzante sin dal fatto stesso di essere stato concepito, prima di un “St. Anger” che nel 2003 ha – probabilmente definitivamente – certificato nei Metallica dei ricchi e reazionari reduci di una rivoluzione che pare ben più lontana di venticinque anni.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.