Respect! Il rhythm’n’blues di casa Atlantic

Ray Charles

Cominciò tutto con un sacrificio dolorosissimo cui la maggior parte di noi musicomani non si sottoporrebbe neppure per pagare il conto del veterinario per il fedele cagnone o cure indispensabili per la vecchia mamma, o, se in ristrettezze economiche, per non patire la fame. Roba da far tremare vene e polsi. Diobbuono, ma ci pensate? Vendersi l’intera collezione di dischi. Separarsi da quelle migliaia di pezzi pazientemente raccolti in ogni dove nel corso degli anni e poi ordinati scrupolosamente, e carezzati, e amati quasi fossero esseri viventi (ma non lo sono, in fondo?), e ascoltati e riascoltati. Nel 1947 ne aveva un bel mucchio di dischi – quindicimila, si sussurra – l’allora ventiquattrenne Ahmet Ertegun, sfaccendato figlio di un diplomatico turco e appassionato estimatore della musica nera. Li aveva messi insieme con l’aiuto del fratello Nesuhi e li cedette per dare corpo a un sogno – essere parte del mondo delle sette note anziché osservarlo dal di fuori – e a un’intuizione – che dovevano essere tanti i giovani bianchi innamorati come lui della musica nera e dunque il mercato che questa occupava non era che una frazione di quello che avrebbe potuto conquistare. Con i soldi ricavati e cinquemila dollari allungatigli da Herb Abramson, altro impenitente collezionista di race records ed ex-A&R man della National, fondò la Atlantic. La neonata etichetta si insediò nel modesto appartamento (roba da sessanta dollari al mese) di Ahmet al Jefferson Hotel, sulla Cinquantaseiesima Strada, New York City, e prese a sfornare vinile. Dopo inizi un po’ stentati si guadagnerà, a partire più o meno dal ’53, una posizione sempre più importante nel mercato americano, fino a trasformarsi – caso più unico che raro – da indipendente in major, consociandosi con Warner Bros ed Elektra nella potentissima WEA. Facendo nel mentre la storia del soul e del rhythm’n’blues come nessun’altra casa discografica, eccetto la Stax, che però fu quasi da subito una dipendenza (seppure con larghissima autonomia) della Atlantic stessa.

Il successo della creatura di Mr. Ertegun fu un po’ come una valanga, che parte così piccola che con quella neve non puoi farci nemmeno un pupazzo, una palla al limite, e scendendo a valle si ingrossa con progressione inarrestabile. Per comprenderlo bisogna fare mente locale, a cos’era il mercato discografico USA all’indomani del secondo conflitto mondiale: da una parte c’erano le grandi etichette, che puntavano tutto sul jazz più annacquato e su un pop bianchissimo, esangue e melenso; dall’altra, a centinaia, le case discografiche più piccole che, chiuse in ambito pop dai colossi già affermati cercavano di ricavarsi un loro spazio puntando su segmenti di mercato molto specifici: il country, il jazz più ardito, il blues. In mezzo, fra incudine e martello, stavano gli artisti, per niente protetti da una legislazione sui diritti d’autore ancora lacunosa e sfruttati contrattualmente (quando contratti c’erano) a livelli inimmaginabili oggi. Più dalle indipendenti a dire il vero, in lotta disperata fra loro per la sopravvivenza e perennemente tese alla ricerca dell’hit occasionale, che non dalle major. Ciò che da subito distinse la Atlantic fu il suo puntare non sul successo di un brano bensì sulla figura dell’artista, affiancato da un team di musicisti, produttori, autori di canzoni di statura stellare e seguito passo dopo passo, mai abbandonato a sé stesso.

Ecco, fu il gioco di squadra a fare la fortuna della label degli Ertegun, il collettivo, composto da validi gregari come da autentici campioni; al punto che si creò un suono, uno stile Atlantic, difficile a descriversi ma di immediata riconoscibilità per gli aficionados. I suoi artefici principali entrarono in formazione uno alla volta. Fin dal 1948 Tom Dowd, all’epoca appena ventiduenne, tecnico del suono abilissimo che curerà quasi tutte le sedute di registrazione più importanti nel quarto di secolo successivo. All’incirca un paio di anni dopo Jesse Stone, un nero invece navigato (aveva esordito, lavorando nel circuito blues, nel ’27), eccellente direttore d’orchestra, compositore di vaglia, arrangiatore senza pari. E nel 1953 a sostituire Herb Abramson, sotto leva, venne chiamato Jerry Wexler, trentacinquenne ex-giornalista dalla passione e dalle ambizioni smisurate e dalla volontà di ferro: fu con lui al timone che il vascello Atlantic prese infine il largo, piazzando da lì al ’55, anno del congedo di Abramson dall’esercito, qualcosa come trenta titoli nei Top 10 delle classifiche R&B. Mai a un’indipendente era riuscita una simile impresa e da allora i successi si susseguiranno senza posa. Anche perché nel frattempo erano stati assunti Leiber & Stoller, una delle più grandi coppie di autori di canzoni del Novecento.

Non fu tutto rose, fiori e pietre miliari, comunque. Come Roma, il mito Atlantic non è stato edificato in una notte e sinceramente, riascoltate oggi, non destano soverchia impressione le prime facciate recanti quella inconfondibile etichetta (allora) rossa e nera: Joe Morris, Tiny Grimes, Frank Culley, lo stesso Stick McGee, che con la sua Drinkin’ Wine Spo-Dee-O-Dee diede ad Ahmet Ertegun nel 1949 il primo vero hit, appaiono figure minori, in bilico fra il jazz delle grandi orchestre e il rhythm’n’blues ai suoi albori, e il rock’n’roll a venire. E il pur immenso Professor Longhair di Hey Little Girl, Mardi Gras In New Orleans, Tipitina sembra guardarsi più alle spalle che avanti. Ma già nel ’49, con l’ingaggio di Ruth Brown, seguito da lì a due anni da quello di Joe Turner e l’anno dopo ancora da quello di Ray Charles, la Atlantic iniziò adessere la principale fra le fucine ove mischiando metalli già noti – il jazz sia delle big band che delle formazioni tascabili, il blues rurale e quello urbano e ormai elettrico, il boogie woogie, il gospel e il pop vocale sua secolare derivazione – si andava forgiando una lega nuova al punto di essere rivoluzionaria, e non solamente per la musica ma anche per il costume.

Chi potrà negare che la caduta almeno in ambito musicale delle barriere razziali, avvenuta con il diffondersi inarrestabile del rhythm’n’blues pure fra la gioventù bianca e con la quasi contemporanea esplosione del rock’n’roll, abbia avuto un effetto positivo sulla società USA? Che l’America possa essere la terra delle pari opportunità per tutti, indipendentemente da razza, colore e religione, la Atlantic parve dimostrarlo nei fatti: se i suoi artisti erano (e seguitarono a esserlo fin quando non tentò la fortuna pure in ambito rock) praticamente tutti di colore, parecchi dei musicisti di sala, degli arrangiatori, dei produttori, dei compositori erano bianchi (per non dire – ahem – dei proprietari). E bianchi e neri lavoravano insieme, in armonia. La storia dell’etichetta della Big Apple, di chi partendo da umili origini riesce, combinando impegno e inventiva, a giungere al successo, è una tipica parabola a stelle e strisce, un’esemplificazione di come il Sogno Americano a volte paghi. E agli anni ’50, e ancora più al decennio successivo, anni drammatici ma ricchi di speranza in un futuro migliore e di lotte per conquistarlo, anni in cui al Sogno Americano si credeva ancora, la Atlantic fornì una colonna sonora straordinaria. Vorrà dire forse qualcosa che la sua perdita della leadership nel settore della black music sia coincisa con le morti violente di Robert Kennedy e Martin Luther King, che tanto si erano battuti per l’integrazione.

Ma abbiamo corso troppo ed è tempo di tornare a Ray Charles, del quale Peter Guralnick ha lapidariamente scritto, nel suo capitale “Soul Music”, “è stato stilisticamente il padre della musica soul”. Punto. Spiegando poi che con ogni probabilità non lo sarebbe mai diventato se non avesse avuto la fortuna di imbattersi in una casa discografica come la Atlantic, che gli concesse tutto il tempo e l’incoraggiamento di cui aveva bisogno per maturare e trasformarsi da crooner alla Nat King Cole in vigoroso interprete di uno scintillante errebì (se preferite, un proto-rock’n’roll) intriso di gospel, di cui la leggendaria I Got A Woman è il prototipo e le non meno monumentali Hallelujah, I Love Her So, The Right Time, What’d I Say, Let The Good Times Roll i modelli successivi più convincenti. Da quando firmò per la Atlantic a quando, nel 1960, vi fu il più o meno consensuale divorzio (il Nostro tornerà alla base nel ’77), Ray Charles fu l’indiscusso numero uno della scuderia Ertegun, una scuderia sempre più ricca di assi, distinguibili grossomodo in due scuole: da un lato i Joe Turner, le Ruth Brown, le La Vern Baker, interpreti di un rhythm’n’blues dirompente e sensualissimo insieme, muscolare e lirico, attraversato da una marcata vena d’ironia; dall’altro gruppi vocali tanto maschili, come i Diamonds, i Clovers, i Drifters, i Chords, i Cardinals, i Robins, i Coasters, che femminili, Cookies e Bobbettes, che si misuravano con un pop-soul devoto alla tradizione della musica nera da chiesa e molto romantico. Tutti insieme appassionatamente scalarono le classifiche con costanza e frequenza impressionanti, rendendo l’etichetta sì forte economicamente (e regalandole un prestigio smisurato) da potere assorbire senza eccessivi problemi la defezione del suo nome più affermato. Oddio, una conseguenza, e non da poco, ci fu: Ahmet Ertegun smise di occuparsi di black music, lasciandola in cura a Wexler (che nel frattempo, insieme con lo stesso Ahmet e Nesuhi, aveva rilevato la quota societaria di Abramson) e si dedicò all’idolo pop Bobby Darin (da lì alla fine del decennio tornerà a lavorare con artisti di spessore, ponendo sotto contratto Cream, Led Zeppelin e Buffalo Springfield). Una decisione che persino i suoi collaboratori più stretti non sono mai riusciti a spiegarsi. Certo si era dimenticato, Ahmet Ertegun, di quel che dice un noto proverbio: morto un papa se ne fa un altro.

Il nuovo pontefice dell’Atlantic Sound si presentò, a pochi mesi dal passaggio di Mr. I Got A Woman alla ABC, nelle più che rotonde fattezze di Solomon Burke. Era costui un predicatore nativo di Filadelfia dalle dimensioni pantagrueliche e dal talento non meno enorme, di una simpatia e di un carisma, oltretutto, irresistibili. Nonostante l’ancor giovane età era sulla scena già da diversi anni e godeva di una certa fama, che il suo secondo singolo per la Atlantic, il pastiche country-soul Just Out Of Reach, che solo un’interpretazione vocale favolosa redime dall’eccesso di saccarosio, accrescerà in misura esponenziale. I 45 giri che lo seguirono si dimostrarono superiori artisticamente e non meno fortunati commercialmente. Se qualcuno, defezionario Ray Charles, aveva potuto azzardare che la Atlantic (che cammin facendo si era pure creata un dipartimento jazz di eccelso livello; un nome per tutti: Charles Mingus) potesse andare a fondo, eccolo servito: viaggiava più che mai con il vento in poppa il veliero ora condotto con poteri assoluti da Jerry Wexler. Pressoché contemporaneo all’ingaggio di Burke fu il debutto da solista di Ben E. King, che fece sfracelli dapprima con Spanish Harlem, quindi con Stand By Me. Da lì a poco la Stax, minuscola etichetta di Memphis presa saggiamente sotto tutela da Wexler, comincerà a produrre successi e/o classici a getto continuo, marchiati Booker T. & The MG’s, William Bell, Otis Redding, Rufus e Carla Thomas, Eddie Floyd, Sam & Dave; Percy Sledge coglierà un hit di proporzioni titaniche con When A Man Loves A Woman, il brano che andando al numero uno sia nella classifica soul che in quella pop darà un contributo essenziale all’unificazione dei due mercati; e una giovane cantante di nome Aretha Franklin donerà un nuovo significato, nuove sfumature alla parola “soul”.

Qualità e successo andarono sempre sotto braccio in casa Atlantic nell’epoca in cui era sinonimo di musica nera. Quando la prima iniziò a scadere il secondo venne gradualmente a mancare e hanno un bel dire i curatori del fondamentale cofanetto “Atlantic Rhythm And Blues 1947-1974” (sette album doppi o sette CD singoli, pubblicato nel 1985 e da allora, per fortuna, mai uscito di catalogo) che così non fu. Il declino ad ogni modo – questo dobbiamo concederlo – fu dignitoso.

Atlantic Rhythm’n’Blues: venti classici

Willis Jackson – Gator’s Groove

Joe Turner – Shake, Rattle And Roll

The Chords – Sh-Boom

Ray Charles – I Got A Woman

Ruth Brown – Lucky Lips

Chuck Willis – What Am I Livin’ For?

The Coasters – Yakety Yak

Ray Charles – What’d I Say

The Drifters – There Goes My Baby

Ben E. King – Stand By Me

La Vern Baker – See See Rider

Solomon Burke – If You Need Me

Doris Troy – Just One Look

Esther Phillips – And I Love Him

Wilson Pickett – In The Midnight Hour

Percy Sledge – When A Man Loves A Woman

Arthur Conley – Sweet Soul Music

Joe Tex – Show Me

Aretha Franklin – Respect

The Persuaders – Thin Line Between Love And Hate

 Pubblicato per la prima volta su “Dance Music Magazine”, n.5, settembre 1992.

2 commenti

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2 risposte a “Respect! Il rhythm’n’blues di casa Atlantic

  1. Francesco

    Uno dei primi box mai comprato, anzi i 7 doppi vinili li presi un po’ alla volta, tutti insieme costavno troppo. Il box con i cd invece arrivò quando ero già diventato economicamente “benestante”. Troppo bello, fa il paio con quello di 9 cd della complte stax singles ma quello dell’atlantic è per me rimasto uno dei top affettivi di sempre.

  2. giuliano

    Articolo davvero bello.
    Il mio primo ricordo della Atlantic risale alla seconda metà degli anni ’80 quando compravo ragazzino i primi dischi jazz. Quello su cui insistevano un paio di amici più grandi di me – regalandomi una prima educazione all’ascolto – è che i dischi Atlantic spesso avevano un difetto non da poco: la qualità delle registrazioni non era sempre soddisfacente. Li paragonavano ai Blue Note, superiori di una spanna. Il che è vero: basta confrontare l’unico disco di Coltrane su Blue Note (“Blue Trane”) a uno qualsiasi dei dischi dell’etichetta di Ertegun.
    Detto questo, il catalogo Atlantic dagli ’50 agli anni ’70 è davvero di qualità e quantità vertiginose – basta leggere il tuo pezzo -, e la storia di Ahmet è da film.
    Adesso che ho qualche euro in più da spendere (e prima che la mia compagna mi butti fuori di casa) compro quello che posso su Atlantic in vinile: recentemente ho portato a casa “in philadelphia” di Pickett e “in person” di otis redding. Nella prima stampa italiana: che meraviglia quell’etichetta rossonera…

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