Di un’ancora abbastanza giovane Gioventù Sonica

Mi è capitato più di una volta di stroncare pesantemente questo o quel disco sperimentale dei Sonic Youth. Li ho sempre preferiti, i Nuovayorkesi, quando declinavano rock. Di norma fragoroso, molto spesso abrasivo, ma pur sempre rock. A memoria, questa fu l’unica volta in cui fui piuttosto critico nei confronti di uno dei loro album regolari.

Sonic Youth

È in circolazione da qualche tempo un nuovo album dei Sonic Youth, il nono non contando mini e live, il quarto del contratto Geffen. Si chiama “Washing Machine”, ha una copertina (di gusto vagamente warholiano) deliziosa e per quei pochi che ancora si ostinano a preferire il vinile ai dischetti digitali è doppio, come i due lavori chiave della quindicennale storia della Gioventù Sonica newyorkese, “Daydream Nation” e “Dirty”. A suo modo, potrebbe rivelarsi un disco-chiave anch’esso. Chi ha optato per il vinile si gusterà maggiormente le numerose foto che illustrano la vita domestica della coppia Moore-Gordon e, munendosi di lente d’ingrandimento e santa pazienza, potrà dilettarsi a identificare un po’ di titoli fra i dischi che affollano uno scorcio di scaffalatura di casa Moore immortalato sulla busta del primo LP. Un assortimento ben poco “rock” nel suo eclettismo: Robert Johnson, gli Half Japanese ultrasperimentali degli esordi, John Cage, Brian Eno con Fripp, Albert Ayler, dei quartetti d’archi. In posizione quasi centrale, il cofanetto degli “Indian Tapes” del nostro Andrea Centazzo, pescato il cielo sa dove. Le annotazioni positive su “Washing Machine” possono finire qui. Sorpresi?

L’impressione che qualcosa non andasse chi scrive l’ha avuta sin dal primo ascolto, quando si è ritrovato un paio di volte ad alzare il volume, fenomeno inedito per un gruppo con il quale, per amor di pace condominiale, aveva sempre dovuto smorzarlo. La prima sensazione è stata dunque che al suono dei Sonic Youth difettassero stavolta quella urticante potenza e quella stratificazione di elementi da individuare e esplorare uno alla volta che hanno fatto il tossico fascino della loro discografia anche dopo “Daydream Nation”. La Lavatrice youthiana produce oggi un rumore di fondo bi-(in luogo che tri) dimensionale, monotono piuttosto che minimale. Poco interessante. Potrebbe non essere un guaio irrimediabile non fosse avaro, “Washing Machine”, anche di canzoni “a presa rapida”, di cui furono al contrario generosi tanto “Goo” che “Dirty”, i primi due LP in studio per la Geffen. Né pare in grado di crescere con il susseguirsi delle esplorazioni, come il suo predecessore “Experimental Jet Set, Trash And No Star”, pur’esso non esaltante di primo acchito ma poi capace di lievitare. Narcolettico ove questo è soporifero, quasi Mamma Gordon e Papà Moore avessero voluto confezionare un lavoro buono come ninnananna per la loro Coco.

Troppa severità? No, se pensate che ai campioni si debba chiedere sempre il massimo. Sì, se ritenete che nei riguardi di una band che non aveva sbagliato un disco finora, e che ha influito come poche altre sulle vicende del rock, si possa essere indulgenti. Per sperare in future resurrezioni vi basteranno allora la title-track e No Queen Blues, che suona come avrebbero suonato i Grateful Dead avessero iniziato il loro viaggio un decennio dopo e sull’altra costa; il mesmerico procedere, saporoso di tempi andati, di The Diamond Sea; la citazione dei Byrds di Eight Miles High in Saucer-Like. Sperare non costa niente, no?

Peter Buck, parlando dei Sonic Youth pre-”Daydream Nation”, ebbe a dire che erano un grande gruppo non in quanto autori di grandi canzoni ma perché inventori e depositari di un sound inconfondibile. Quei Sonic Youth, formatisi sia come musicisti che come gruppo durante la fase più tarda della no wave, mettevano insieme i Suicide e i Velvet Underground terroristi di Sister Ray, il Wall of Sound chitarristico a-rock di Glenn Branca e gli Stooges, il jazz armolodico di Ornette Coleman e l’avanguardia colta. In “Confusion Is Sex”, in “Bad Moon Rising”, in “Evol”, in misura minore ancora in “Sister” (lavori usciti fra l’83 e l’87) il suono, aggressivo e apparentemente caotico, clamorosamente eversivo – nel suo ben studiato disordine, nella sua amelodicità, nel suo modo di fratturare i ritmi – di ogni canone del rock, è tutto e la canzone classicamente intesa è nulla. Addirittura, si ha sovente l’impressione che elementi di disturbo vengano volutamente, dispettosamente introdotti ogni qual volta un brano rischia di incrociare nel suo percorso armonia, gradevolezza, un fantasma di ritornello.

“Daydream Nation” nel 1989 compì, senza parere in principio, una rivoluzione copernicana. Meno ostico il suono (psichedelico in più di un frangente), prendono per la prima volta forma canzoni memorabili che (non si poteva saperlo allora) saranno un ponte fra no wave e grunge: di questa nuova maniera l’iniziale Teen Age Riot è paradigmatica. Fu l’ultimo disco “indipendente” per la Gioventù Sonica, che un’attività concertistica frenetica aveva fatto assurgere a una popolarità inconsueta per proposte sì ostiche. Tanto che giunse un’offerta di contratto dalla Geffen, con garantito il controllo da parte della band di ogni particolare dei prodotti a venire, dalla registrazione alla grafica alla promozione. Thurston Moore, Lee Ranaldo, Kim Gordon e Steve Shelley in calce a quel contratto apposero le loro firme. La prima cosa che fecero, entrati in Geffen, fu di caldeggiare l’ingaggio di un gruppo di loro protetti, tali Nirvana. Suggerirono poi ai Nirvana stessi di fare produrre il loro nuovo LP all’al tempo poco noto Butch Vig. Il resto è Storia.

Ma non è solo per avere spianato la strada alla banda Cobain e al successivo sconvolgimento (altro che punk e new wave!) da parte di “Nevermind” dei concetti di “mainstream” e “rock alternativo” che i Sonic Youth post-firma per la Geffen sono stati importanti, per il rock degli anni ’90, almeno quanto gli altri Sonic Youth lo erano stati per la musica della seconda metà degli ’80. Il fatto è che “Goo” (’90) e soprattutto il successivo “Dirty” (’92) sono capolavori che, senza concedere più di tanto in fruibilità dei suoni, mettono in fila canzoni di levatura sensazionale.

Hanno dominato il cartellone del “Lollapalooza” 1995 i Nostri. Quanto sia stata grande la loro influenza sull’ultimo rock a stelle e strisce è stato chiarito esemplarmente, ce ne fosse stato bisogno dopo Nirvana e Dinosaur Jr., dal passaggio prima di loro sul palco di Beck, che di Thurston sembra il fratello minore, e dei Pavement, che molto hanno dei tardi Sonic Youth nel loro modo di scomporre e ricomporre gli elementi di una canzone pop.

“Washing Machine” è controrivoluzionario due volte: perché i suoi suoni non graffiano; perché i suoi brani non s’incidono nella memoria. Ma nessuna rivoluzione può essere permanente e la Gioventù Sonica (gioventù… Kim Gordon di annetti ne ha quarantadue) è stata in prima linea tre lustri. Siccome poche cose sono patetiche quanto osservare l’avanguardia farsi retroguardia, l’auspicio è che prima di trasformarsi negli Stones della loro generazione i Sonic Youth sappiano dire basta. L’unica, e migliore, alternativa è che ritrovino verve compositiva e della loro generazione siano i Neil Young.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.12, dicembre 1995.

5 commenti

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5 risposte a “Di un’ancora abbastanza giovane Gioventù Sonica

  1. Henry Trave

    Ma la pensi ancora così?
    Per me, a parte i loro dischi degli anni ’80, è il più bello.
    Henry

  2. posilliposonica

    Ventotto anni che vado alla deriva sulle note prodotte dalla Gioventu’
    Sonica negli anni ottanta.E’ il naufragar mi e’ dolce…

    “We are living in pieces / I want to live in peace.”
    ( Society is a hole)

  3. emme esse

    E che cosa ne pensi, Eddy, dei dischi successivi a “Washing Machine”? E del coevo – a “W. M.” – disco solo di Moore, “Psychic Hearts”, che mi piacque e mi piace tantissimo?

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